Ho visto «Nine», di Rob Marshall. Un grande affresco su come gli americani vedono l’Italia de «La dolce vita» (ma non solo). E la vedono oggettivamente meglio di com’è: un paese che era illuminato dalla fantasia e ora è affogato dalle tenebre del qualunquismo esistenziale. In questo qualunquismo c’è anche l’insopprimibile anima sedicente cinefila e critica di molti filmologi, che ritengono frivolo e incomprensibile un film come “Nine”, dato che tratta temi banali come l’amore, il desiderio, la vita e il cinema dentro il cinema, senza tagliarsi le vene con la celluloide delle storie borghesi asfissianti, o dell’impegno fasullo su temi sociali distanti anni luce dal vero tessuto della realtà di questo paese. Gl’italiani sono un popolo di belle addormentate nel bosco. Non hanno morso una mela, ma una “brioscina” avvelenata. Le veline che sculettavano due anni fa dai loro schermi, mal tollerate dalle mogli e avidamente “consumate” mentre quelle si voltavano a prendere la cena sui fornelli, oggi per uno sfaldamento spazio-temporale sono coloro che li governano e decidono del loro futuro. Non c’è da meravigliarsi che il nostro immaginario collettivo si sia dissolto nel nulla, e il nostro cinema sia oggettivamente un cinema inguardabile, perdente, falso, privo di anima e di ragion d’essere.
Un quarto di secolo fa, eravamo noi a raccontare l’America, con film come l’ultimo capolavoro di Sergio Leone, giustamente ritenuto uno dei film migliori mai girati, con l’intramontabile musica di Ennio Morricone, che ha raccontato luoghi del mondo senza avervi messo mai piede.
Oggi gli americani fanno un’opera di colonialismo dell’immaginario, e c’intrattengono con una loro allegoria, incantevole, bellissima, emozionante, sul paese che a noi per primi è ormai nascosto e suona e appare remoto. È incredibile che nel cast femminile, rigoglioso di vecchi e nuovi mostri sacri internazionali, non trovi spazio nessuna attrice italiana, se non Sophia Loren. Eppure è così. Non esiste un’attrice italiana che reciti, canti, balli e, soprattutto, esista. Tuttavia, il corpo di ballo vanta alcune talentuose danzatrici italiane, ed è la prova che sono lo studio e la professionalità ad essere premiati (all’estero, sia chiaro).
«Nine» è, in effetti, un western musicale. Ambientato in un grande saloon teatrale, tra numeri di rara bellezza, con musiche che pagano un debito fortissimo ai veri eroi del genere (Cole Porter, Irving Berlin, George Gershwin). È ricco di citazioni, dalla «Carmen» di Bizet a fuggenti squarci di film neorealisti che forse persino i docenti delle nostre università faticherebbero a riconoscere, occupati come sono nei loro rivoluzionari convegni su “cinema e psicanalisi”. C’è nondimeno il rispetto di un mondo, nel rielaborarlo e raccontarlo. Benché “colonia” e nonostante l’atto di onnipotenza creativa dei loro autori, sceneggiatori, coreografi, scenografi e, naturalmente, attori.
«Nine» è un western perché racconta la riconquista di un eroe solitario (il regista italiano Guido Contini) di quel «villaggio», di quel «territorio» che è la sua vita, depauperata e svuotata da una madre che non lo aveva saputo difendere dalla violenza di un’educazione clerico-fascista; rapinata da un bandito – il suo amico produttore – che ha speculato per anni sulla sua esistenza e sul suo talento. C’è naturalmente la mogliettina, ex musa e “grande donna” alle spalle del “grande uomo”, l’amante ispanica (vista in migliaia di western) e ontologicamente illegittima, l’amore algido e lontano della donna nordamericana, musa contemporanea e grande spirito del nuovo film, che si toglie la parrucca e il trucco per svelare un’amara verità: che quella del regista, per lei, non è che un’infatuazione per una creatura che non esiste, che lui stesso ha creato; e che la donna che vive sotto, e palpita, lui non l’ha mai vista, né sentita, né cercata, né in fin dei conti amata, e solo quand’è sul punto di farlo, non può che assistere mentre lei svanisce, tra i vicoli di una provincia irreale.
Dunque, per citare Leone, il sottotitolo di «Nine» dovrebbe essere proprio «c’era una volta l’Italia». Epopea epica di una grande stagione del cinema e della cultura, tramontata pochi istanti dopo essere sorta, e protratta per decenni, nell’inutile sforzo di «rifare la vita» di una nazione ricostruita dai bombardamenti e di un popolo cucito, come una coperta, da una moltitudine di popoli tra loro sconosciuti.
Forse è questo l’abisso incolmabile che separa il nostro cinema dal loro. Gli americani avevano Walt Whitman, il più grande poeta e «regista», montatore di tutti i tempi. Non usava la macchina da presa, ma le parole, i versi, le immagini. Noi avevamo “il Manzoni” e “il Carducci”, con tutto il rispetto per loro. E infatti, anche oggi, il nostro cinema è fatto di “promessi sposi”, “pianti antichi” e “cavalline storne”.

Un quarto di secolo fa, eravamo noi a raccontare l’America, con film come l’ultimo capolavoro di Sergio Leone, giustamente ritenuto uno dei film migliori mai girati, con l’intramontabile musica di Ennio Morricone, che ha raccontato luoghi del mondo senza avervi messo mai piede.
Oggi gli americani fanno un’opera di colonialismo dell’immaginario, e c’intrattengono con una loro allegoria, incantevole, bellissima, emozionante, sul paese che a noi per primi è ormai nascosto e suona e appare remoto. È incredibile che nel cast femminile, rigoglioso di vecchi e nuovi mostri sacri internazionali, non trovi spazio nessuna attrice italiana, se non Sophia Loren. Eppure è così. Non esiste un’attrice italiana che reciti, canti, balli e, soprattutto, esista. Tuttavia, il corpo di ballo vanta alcune talentuose danzatrici italiane, ed è la prova che sono lo studio e la professionalità ad essere premiati (all’estero, sia chiaro).
«Nine» è, in effetti, un western musicale. Ambientato in un grande saloon teatrale, tra numeri di rara bellezza, con musiche che pagano un debito fortissimo ai veri eroi del genere (Cole Porter, Irving Berlin, George Gershwin). È ricco di citazioni, dalla «Carmen» di Bizet a fuggenti squarci di film neorealisti che forse persino i docenti delle nostre università faticherebbero a riconoscere, occupati come sono nei loro rivoluzionari convegni su “cinema e psicanalisi”. C’è nondimeno il rispetto di un mondo, nel rielaborarlo e raccontarlo. Benché “colonia” e nonostante l’atto di onnipotenza creativa dei loro autori, sceneggiatori, coreografi, scenografi e, naturalmente, attori.
«Nine» è un western perché racconta la riconquista di un eroe solitario (il regista italiano Guido Contini) di quel «villaggio», di quel «territorio» che è la sua vita, depauperata e svuotata da una madre che non lo aveva saputo difendere dalla violenza di un’educazione clerico-fascista; rapinata da un bandito – il suo amico produttore – che ha speculato per anni sulla sua esistenza e sul suo talento. C’è naturalmente la mogliettina, ex musa e “grande donna” alle spalle del “grande uomo”, l’amante ispanica (vista in migliaia di western) e ontologicamente illegittima, l’amore algido e lontano della donna nordamericana, musa contemporanea e grande spirito del nuovo film, che si toglie la parrucca e il trucco per svelare un’amara verità: che quella del regista, per lei, non è che un’infatuazione per una creatura che non esiste, che lui stesso ha creato; e che la donna che vive sotto, e palpita, lui non l’ha mai vista, né sentita, né cercata, né in fin dei conti amata, e solo quand’è sul punto di farlo, non può che assistere mentre lei svanisce, tra i vicoli di una provincia irreale.
Dunque, per citare Leone, il sottotitolo di «Nine» dovrebbe essere proprio «c’era una volta l’Italia». Epopea epica di una grande stagione del cinema e della cultura, tramontata pochi istanti dopo essere sorta, e protratta per decenni, nell’inutile sforzo di «rifare la vita» di una nazione ricostruita dai bombardamenti e di un popolo cucito, come una coperta, da una moltitudine di popoli tra loro sconosciuti.
Forse è questo l’abisso incolmabile che separa il nostro cinema dal loro. Gli americani avevano Walt Whitman, il più grande poeta e «regista», montatore di tutti i tempi. Non usava la macchina da presa, ma le parole, i versi, le immagini. Noi avevamo “il Manzoni” e “il Carducci”, con tutto il rispetto per loro. E infatti, anche oggi, il nostro cinema è fatto di “promessi sposi”, “pianti antichi” e “cavalline storne”.







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