Ho visto le immagini dell’aggressione a Berlusconi mentre mi trovavo in una pizzeria di Donna Olimpia, dopo la presentazione del libro “Schermi corsari”. Ero con “Pecetto”, uno dei “Ragazzi di vita”, Roberto, un ragazzo semplice e sensibile come quelli che amava tanto il poeta Pasolini e la mia fidanzata. Avevo appena finito di litigare con la ristoratrice, che sosteneva che il nostro è un paese liberale, che non poteva esser vero che Berlusconi, più o meno indirettamente, mi avesse chiuso più volte le porte alla mia carriera d’autore, e che gl’impiegati di Mediaset sono tutti liberi, felici e meritevoli e la RAI non è sotto il controllo diretto del premier. Mi erano cadute le braccia a terra, le stavo cercando sotto il tavolo, perduto di fronte all’ennesima conferma che l’Italia rappresentata da questo vasto ceto d’inconsapevolezza è ormai irrecuperabile, quando sullo schermo è apparsa l’immagine del presidente ferito al volto. Al nostro tavolo è arrivata una ventata di cameratesca, insana e grassa goliardia. Mi vergogno, ma mi capisco, per aver pensato “finalmente qualcuno gli ha menato”. Poi, ho guardato bene nei suoi occhi, e mi è venuto da piangere. Mi sono ricordato di quel saggio sul comico in cui Pirandello spiega che l’avvertimento del contrario causa prima una risata superficiale, poi spalanca d’improvviso l’abisso del dolore di ciò che abbiamo trovato divertente, e la risata diventa amara e tragica. Sì, il viso del premier era uno “spettacolo” tragico, aveva perso la maschera che l’ha reso detestabile e gli ha donato un improvviso momento di totale verità, pur nella drammaticità del momento.
Lui, che ha costruito il moloch di se stesso e pochi istanti prima urlava sulla piazza con l’arroganza di un duce-Messia, intoccabile e inattaccabile come un imperatore romano e dai suoi osannato come divino e assoluto, con quel sangue sul viso, gli occhi smarriti e un senso d’infantile delusione, che nessuna carezza sciacquerà mai dalla sua anima, mi ha commosso. Quello che civilmente e pubblicamente reputavo il mio nemico numero uno era ora la creatura che sentivo più vicina a me. Avrei voluto abbracciare quella parte che è emersa, quell’uomo solo e contro tutti, che ha imboccato la feroce strada degli assolutismi, e che come nella fiaba era un re nudo. Il suo dolore somigliava tanto al mio dolore, e la sua delusione si sovrapponeva tanto alla mia, che quella violenza è risuonata della violenza che io ho incontrato nella mia vita. Non è più un fatto politico, istituzionale, ma umano, privato. Questo momento di verità, che ha sbriciolato il castello di carte della sua incrollabile autostima, me l’ha fatto amare. Vorrei scrivergli un biglietto e dire “Mi associo al mio amico Diego Cugia, lei è un mio fratello. Un po’ del suo sangue, molto di quell’incredulo dolore, infantile e sgomento, è mio”.





