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"Quel pomeriggio con Fabrizio" di Teresa Sarti

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Emergency e l’amicizia con Fabrizio sono nate quasi insieme. Da pochi mesi avevamo cominciato la nostra attività di cura delle vittime civili delle guerre, e raccontavamo quello che succedeva nel primo ospedale costruito da Emergency, in nord Iraq. Raccontavamo soprattutto le vittime di una guerra vigliacca, combattuta da 110 milioni di mine antiuomo, disseminate in circa settanta paesi. L’Italia era allora il terzo produttore al mondo di queste armi barbare, che uccidono, mutilano, accecano le popolazioni anche decenni dopo che la guerra è finita, semplicemente perché non sanno che la guerra è finita, e continuano a fare il loro lavoro di morte.
Una sera un nostro volontario, poco abituato ad emozionarsi e ancora meno a commuoversi, ha spalancato la porta del mio ufficio nella sede di Emergency e con la voce letteralmente strozzata ha balbettato: “Teresa, c’è al telefono Fabrizio De André, ti giuro, non è uno scherzo, una voce così nessuno la può imitare!”
Era Fabrizio, infatti, che aveva letto una nostra intervista e ne era rimasto sconvolto. Voleva capire, voleva sapere, e ci invitava nella sua casa milanese.
Ricorderò per sempre quel pomeriggio. Io e Gino raccontavamo facce, corpi, storie di ragazzini che, giocando nei campi o portando le bestie al pascolo, erano stati sconfitti da un nemico nascosto tra l’erba, che aveva le sembianze di un sasso o di una farfalla. Dori e Fabrizio perlopiù tacevano, increduli come tutte le persone per bene, dolorosamente restii a credere che l’uomo possa arrivare a tanto.
Dalle settimane successive Fabrizio ha cominciato a fare la sua parte nella campagna per la messa al bando della produzione italiana di mine antiuomo. Durante i concerti ne parlava, semplicemente, con la credibilità che gli derivava da quello che era e da quello che pensava. E tante altre persone, attraverso lui, conoscevano l’orrore.
Trenta milioni di mine italiane

Avevamo trasformato in cartolina, da mandare al Presidente della Repubblica, il registro operatorio di un solo mese dell’ospedale di Emergency a Sulaimaniya, in nord Iraq: 50 persone devastate da mine antiuomo, di produzione prevalentemente italiana. Non avevamo voluto aggiungere alcun commento al nudo elenco di nomi e cognomi, età (quasi tutti giovani o giovanissimi), attività che stavano svolgendo al momento dell’incidente (raccoglievano legna, giocavano, seminavano…), tipo di ferite o di amputazioni.
Durante i concerti di Fabrizio e di altri artisti si comunicava che la cartolina era a disposizione sul tavolino di Emergency, e a quel punto c’era l’assalto. Abbiamo inondato la Presidenza della Repubblica con un milione di cartoline, spedite prevalentemente dai giovani.
Il 22 ottobre 1997 il Parlamento ha finalmente messo al bando la produzione italiana di mine antiuomo. Ma 30 milioni di queste armi vigliacche, mandate dal nostro Paese, sono ormai disseminate nel mondo, e continueranno nei prossimi decenni a uccidere, a mutilare, a rendere ciechi. Per un giorno una bella vittoria, per anni una dolorosa sconfitta, quotidianamente.
Di questa realtà si parlava con Fabrizio e con Dori, quando ci capitava di incontrarli.
Il 29 gennaio 1999 abbiamo presentato a Milano il libro di Gino “Pappagalli verdi”, che racconta le storie che quel pomeriggio avevamo fatto conoscere ai nostri amici nella loro casa. Fabrizio se ne era andato da pochi giorni, e ci mancava terribilmente. In un teatro che non era riuscito a contenere tutti, abbiamo concluso la serata con “La guerra di Piero”. Perché il tema era quello, e perché Fabrizio era lì con noi, incredulo e appassionato.
Dori e Cristiano hanno continuato a fare la loro parte. Basta chiamarli, e sono subito con noi nel sostenere Emergency.

Due volte al giorno

Poi è arrivata la storia commovente e divertente della chitarra.
Dori ci aveva regalato una chitarra di Fabrizio da mettere all’asta, per contribuire alla costruzione del nostro ospedale in Sierra Leone. On line le proposte d’acquisto si accavallavano, ma c’era sempre un misterioso appassionato che rilanciava. A questo punto Genova ha detto a chiare lettere che la chitarra doveva restare in via del Campo e ha innescato una gara di solidarietà e di corsa contro il tempo per raggiungere l’obiettivo.
Difficile descrivere il clima di quel 6 gennaio 2001 nella bottega di Tassio: una folla eccitata, allegra, commossa, solidale ha tifato fino all’ultimo secondo, quello che ha aggiudicato a Genova l’asta della chitarra.
Una corsia dell’ospedale di Emergency in Sierra Leone da allora porta la targa “Via del Campo”, gemella di quella di Genova. Al personale locale è stata spiegata la bella storia che ci sta dietro. Una delle inservienti ha poco più di vent’anni ed è sola al mondo con due figli, dopo che tutti i suoi parenti sono bruciati vivi dentro la casa in un villaggio del nord. Di lei si racconta che faccia innamorare gli uomini per chiedere loro dei soldi. Sarà un caso, ma Loretta spolvera la targa due volte al giorno, all’inizio e al termine del turno di lavoro.

Teresa Sarti