Movimento degli Invisibili

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Testi Testi e note degli Invisibili L’ascolto è … vorrei …

L’ascolto è … vorrei …

E-mail Stampa PDF
Share/Save/Bookmark

Domenica si è chiuso, con luci ed ombre, il primo congresso degli invisibili, il che mi ha fatto meditare a lungo prima di scrivere.

 

 

Sono convinta che la comprensione, la saggezza, l’evitare le polemiche sono da privilegiare per un cammino lungo che aiuti a lasciarci dietro vecchi e logori schemi, come sono convinta che mettere la polvere sotto il tappeto non può essere la soluzione, che la ricerca della pagliuca senza vedere la trave non ci aiuta, come non ci aiutano le chiacchiere da bar di chi le fa, chi le racconta e chi le ascolta e bisognerebbe, invece, avere la sensibilità di cogliere ed interpretare la delusione di chi, più di una volta, ha percorso centinaia e centinaia di chilometri senza dimenticare che chi c’è è perché vuole “esserci” e questo riguarda tutti e non solo alcuni.

Dicevo che nascondere la polvere sotto il tappeto non può essere la soluzione ed i problemi fondamentali che sono emersi e che mi sembra siano sottaciuti da tutti gli interventi che ho letto, tranne quello di Salvo, sono la incomunicabilità e la mancanza di saper ascoltare.

 

Cristina, la dolce e simpatica coincidenza felice ha tentato di dire la sua a proposito della mancanza di comunicazione, ma proprio per l’incapacità che abbiamo di ascoltare, con gli occhi lucidi ed evidente dispiacere ha dovuto prendere atto del travisamento delle sue parole. Ne sono rimasta amareggiata, come sono rimasta amareggiata nel vedere noi che, con la nostra non più tenera età dovremmo aver acquisito abbastanza discernimento, ci lasciamo andare ad aggressioni verbali verso un giovane ragazzo che, sia pure con fare brusco ed impenitente, voleva solo farsi ascoltare. E poi ci riempiamo la bocca dicendo che stiamo dalla parte dei giovani perché sono il nostro futuro e basta che sgarrano siamo li a picchiare.

Sia bene inteso, il mio non vuole essere un attacco alle persone, bensì al problema che ne è scaturito e che non può essere celato proprio da noi. Una riflessione, ma autentica e sincera è doverosa, altrimenti non siamo migliori di “loro” ed è meglio lasciar perdere.

Mi è piaciuta molto la nota di Diego “Panni sporchi e pietre”. Accidenti se è vero che noi non siamo migliori di loro: non abbiamo la capacità di metterci in discussione, ad una critica rispondiamo con un attacco, creiamo fazioni pro e contro come allo stadio perché abbiamo paura di guardare dentro di noi, non sappiamo ascoltare, non sappiamo creare empatia, non abbiamo la capacità di sintonizzarci, siamo sempre pronti a gridare per l’ego ferito mentre perdiamo il nostro sé. Questa provocazione di Diego non la leggo come una rassegnazione o una semplice accusa, bensì come una presa d’atto per lavorarci alacremente e cercare di renderci migliori perché, lo voglio ripetere anche se è stato detto più volte, non possiamo dare quello che non abbiamo, ma facendo attenzione a non fare i furbi pensando che riguarda sempre noi, ma non “me” stesso. Questi sono i concetti emersi a settembre e che mi avevano riempito il cuore, poi certo si può sbandare, ma l’importante è accorgersene e correggere la rotta.

L’ascolto! Questa benedetta capacità di ascolto che ci manca e che, a pensarci bene, la incomunicabilità ne è solo una delle tante conseguenze. Penso che potrebbe proprio essere un tema da lanciare e sul quale lavorare a lungo, ma molto a lungo.

Sintonizzarsi con l’altro senza creare barriere, essere comprensivi e accondiscendenti, non è vero che può farci diventare, come qualcuno ha detto domenica, tutti smielati a dire va tutto bene madama la marchesa, ma il pericolo che lo diventi è reale se non lo facciamo con la necessaria consapevolezza e senza voler o dovere compiacere questo o quello.

Saper scavare amorevolmente in se stessi, imparare dalle esperienze della vita, non dover aver paura di dire quello che si pensa, avendo però sempre bene in mente di non ferire le persone perché le ferite lasciano cicatrici, non pensare che sono sempre gli altri i colpevoli delle nostre sofferenze e delle nostre insoddisfazioni è sintomo di intelligenza e di lungimiranza.

Vorrei che tutti insieme provassimo a praticare l’arte dell’ascolto per arrivare ad una comprensione diversa: “l’ascolto è pace” è stato il titolo della relazione di una psicoterapeuta ad un seminario di qualche tempo fa.

Vorrei che risentimenti personali ed ego ferito non ci travolgessero e che non venissero erette barriere contro fantasmi e nemici creati dalla nostra mente, che imparassimo ad accogliere e non respingere, che fossero bandite le contrapposizioni ed abbandonate le vecchie e logore logiche con incessanti difese verso tutto e tutti.

Vorrei che ci rendessimo conto che essere sulla difensiva ed individuare sempre un nemico nasconde solo la paura di affrontare la vita e ci chiude alla bellezza che essa ci offre.

Vorrei anche che non si tifasse per questo o per quello, lasciando gli altri che, allo stesso modo, ci hanno messo la faccia, con una sensazione di essere un corpo estraneo.

Vorrei che si comprendesse la differenza tra rappresentante e rappresentato e che quando ci si assume l’onere e l’onore di guidare ne sia compresa fino in fondo la responsabilità e la necessaria lungimiranza.

Vorrei che non interrompessimo il discorso di chi voleva farci dono di un suo pensiero.

Vorrei non sentir dire: mi spiace il tuo tempo è scaduto.

Vorrei tante altre cose ma è meglio che la mollo qui.

Anna Colabattista