Ho aderito al Movimento degli Invisibili, un istante dopo aver letto la Carta dei Valori, per due ottime ragioni. La prima: non ero mai stato iscritto ad un partito e mi sentivo orfano di rappresentanza. La seconda: era l’altra metà della mela platonica. Credo che ogni uomo abbia due metà, una privata l’altra pubblica. Su quella privata, ho lavorato per anni, allo scopo di essere il migliore dei me possibili. Mi sono curato dai mali dell’uomo contemporaneo cercando di essere tollerante, democratico, sereno e amante di ciò che è diverso da me e mi può arricchire, aprendomi al dialogo e al confronto, sempre, vedendo nel mio prossimo un mio simile e un aspetto della stessa realtà assoluta e universale. Amo e difendo tutto ciò che è in pericolo: le minoranze, i dimenticati, gli «invisibili» non ancora consapevoli della propria segreta meraviglia, gli animali, l’ambiente, e cose infinitesimali come le lumache sul sentiero di casa e persino le zanzare che non mi hanno ancora punto e si posano sul muro. Non faccio lotte di religione con la signora bionda che di nascosto bolle in pentola alcune delle lumache da me salvate, insidiando all’alba il mio cancello, né con quelli che fanno crociate di ciabatte contro le zanzare. Eppure mi sentivo un uomo a metà. Mi mancava l’aspetto pubblico. Pur non essendo un qualunquista, non mi riconoscevo in alcun partito e pensavo che nessuna persona sana e intelligente si potesse sentir rappresentata da quella marmaglia cacofonica che costituisce la nostra classe politica. Neanche i masochisti, lo confesso.
Poi ho incontrato il Movimento degli Invisibili, che ho fondato ad Olbia con altri eroici viaggiatori (qui la parola «eroi» non è fuori luogo) e con il presidente (ma a lui dà l’orticaria questa parola) Diego Cugia. Gli Invisibili fondatori erano un gruppo che a me ricordava quelli che avevano fondato gli Stati Uniti, ed erano il meglio del pensiero, della cultura, del sapere di una nazione nascente, nel loro tempo. Sì, perché lasciando le coste dell’Italia avevo avuto l’impressione di allontanarmi da un paese morto civilmente, antropologicamente, spiritualmente. Nella nuova «colonia» da cui avremmo dovuto risalire la china dal fondo, ho scoperto che esisteva come pensavo una parte di paese ancora viva, civile e spirituale che pensava a un futuro, aveva un sogno comune e una certa voglia incazzata di riprendersi ciò che le era stato tolto. Le parole innanzi tutto, come «eroi», «servitore dello Stato», «Repubblica», «libertà», «democrazia», «pace», «missione di pace». Locuzioni e slogan recintati da lupi feroci del marketing, come «Forza Italia», «Azzurri», «bella gente» e simili. I modi di essere italiani e le varie realtà particolari che il nostro paese ha prodotto in modo «storicamente molto differenziato», come disse Pasolini. Il diritto di essere informati su quel che accade, invece che intrattenuti con demenzialità e imbottiti di vanità. Di essere informati su tutto, di sentire ogni voce, invece che una sola, che passa per la bocca di più persone.
Questa sera ho visto casualmente, s’un talk show di Canale 5, un uomo della maggioranza, noto per aver legato al proprio nome la peggiore legge in materia di regolamentazione radiotelevisiva degli ultimi 150 anni. Egli ha riesumato per l’ennesima volta il cadavere della boutade del secolo: la libertà d’informazione. Affermava, fino alla nausea, che contando gli spazi televisivi e suddividendoli in uomini di destra e di sinistra, si raggiungeva persino il sorpasso di questi ultimi. Vi è dunque, secondo il suo metro, una clamorosa libertà. Il punto non è questo. E’ una libertà di Pulcinella. È una lotta manichea in cui due facce della stessa medaglia fingono di contrastarsi in luce, quando è noto che nelle buie viscere stringono alleanze mostruose. È un carosello di 30 persone, 15 da una parte e altrettante dall’altra, che come nella Commedia dell’Arte hanno un canovaccio e si parlano addosso intasando, con i loro corpi e le loro parole insignificanti tutti gli schermi.
Così nel paese in cui l’uomo dei sondaggi è un Dio e il telegiornalista un imperatore, non c’è chi critica il potere, perché non c’è altro che potere. È come un osservato senza osservatore, non si percepisce. C’è. E si celebra, si rimesta nel proprio vuoto di potere, che è un paradosso mondiale. Ed è il potere di non dire le cose.
«Invisibile» è la parola che mi mancava per definire me stesso, quando volevo esprimere il disagio (o la forza immensa) che vi era in quella forma d’isolamento che scontavo, per via della mia diversa consapevolezza, del mio affrontare le cose più in profondità, con maggior intensità e cura, senza vendermi, senza comprare altri. Avrei voluto dire “è perché sono Invisibile!” quando mi trovavo all’università da studente e sentivo aleggiare un senso di umiliante disfattismo culturale intorno a me; l’avrei voluto ripetere anni dopo, allorché fui dalla parte opposta e sentii che quel che potevo dare – e che avrei voluto ricevere da studente – i nuovi studenti non lo volevano più, perché nell’arco di cinque o sei anni il loro livello intellettuale e la loro sensibilità erano precipitati in un pozzo senza fondo. Avrei voluto avere la parola «Invisibile» in tasca quando me ne sono andato dall’università dopo uno scontro violento, rassegnandomi a una guerra persa contro un sistema corrotto, marcio, che incorona la mediocrità e distrugge il sapere e la creatività personale.
Sono un Invisibile perché, all’incontro di settembre come a Olbia, mi sono perso in una moltitudine di anime a me affini, che hanno l’impegno e l’entusiasmo di chi si vuole illuminare in questa notte della repubblica e dando il buon esempio compie un cammino verso il paese in cui vorrebbe vivere. Con il coraggio di accettare che lo sfacelo che lo circonda è in parte responsabilità sua, così come il proprio futuro è il frutto di un complesso di azioni cui ha il dovere di partecipare.
Gli Invisibili sono un Movimento di Resistenza Culturale che colma il buco della mia sfera pubblica, dandomi un’unica flebile (ma reale, tangibile) speranza per il futuro. Parlano la mia stessa lingua e danno per scontate le stesse cose che io do per scontate. Hanno memoria e avere memoria è un bene quotato più dell’oro perché la televisione sta cancellando il nostro passato e ci sta rivomitando le aberrazioni e gli abusi umani che hanno insanguinato il secolo scorso.
Sono un Invisibile perché lo sono, e lo sono sempre stato. In famiglia, a scuola, per la strada, nel lavoro. Ma far parte, adesso, di una elite del cuore e dell’anima, vedere che pian piano questa città avvolta nelle tenebre sta riaccendendo le proprie luci, mi dà un senso di ottimismo e di entusiasmo di cui avevo bisogno. Siamo Invisibili perché un giorno la Storia potrebbe spalancare una porta chiusa da decenni e noi dovremo essere pronti ad accorgercene e ad entrare, prima che si richiuda.
Mimmo Liquori





