Movimento degli Invisibili

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Home Testi Il Fuochista Fabrizio e il sasso

Fabrizio e il sasso

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Racconto

«Se t’inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria carica di sale, gonfia di odori,
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire
sua madre a un nano.»
(De Andrè, La città vecchia)

I due Antoni mi hanno invitato a pranzo alla Mondadori di Milano. Il primo Antonio è un poeta-manager con il viso soddisfattissimo del putto della fontana barocca del Manneken-Pis, l’angiolo di marmo che fa la pipì, il simbolo di Bruxelles. È il mio capo dei capi, il direttore editoriale della Mondadori, se vuoi parlarci hai una possibilità su trentasette che ti risponda al telefono, l’equivalente di azzeccare il 24 Nero alla roulette. Il secondo Antonio, invece, è scrittore-manager, ed è il mammasantissima degli editor della mia casa editrice. Quello, per intenderci, che ha inventato il titolo del successo editoriale del momento, La solitudine dei numeri primi, che qualora avesse mantenuto il titolo con cui l’aveva battezzato il suo intelligente e giovanissimo papà, Paolo Giordano, “Dentro e fuori dall’acqua”, probabilmente non avrebbe venduto un milione e rotti di copie. A differenza di Antonio I di Bruxelles, Antonio II dei Numeri Primi è dotato non solo di muscolatura letteraria ma anche fisica. Ha un bel muso da borgata che avrebbe estasiato Pasolini, e i bicipiti da battaglia. Se il primo Antonio ricorda il Manneken-Pis, il secondo sembra il discobolo di Mirone, ma che al posto del disco sta per scagliarti un libro in faccia.

L’invito a pranzo era scaturito da una mia telefonata presa in pieno su 37 perse con Antonio I. L’aver vinto l’agognato contatto non mi era servito a vincere la partita. Come manager, Antonio I non è poetico per nulla. Mi aveva rifiutato la presentazione del nuovo romanzo a Roma, che io davo per scontata, anche perché il misterioso Demian Kniewald, che ho incrociato una sola volta a Dubai, in una spettacolare cena davanti al Golfo Persico (un pittore austro-sloveno che in Russia i grandi collezionisti si scambiano a 120 mila euro a quadro) aveva deciso di dedicare 13 grandi tele alle scene chiave del mio romanzo, che sarebbero state esposte in occasione della presentazione romana. L’infingardo mi aveva liquidato al telefono con una balla galattica: «Sappi che la Mondadori non fa presentazioni!», quando, soltanto dei miei libri, la Monda ne ha già presentati tre. Scosso da convulsioni come una tarantolata del Salento (“Ballate tutti quanti ballate forte/ ca’ la taranta è viva e nujè morta!”) avevo inveito: «Sempre da solo mi mollate! Sai che c’è? Ci sono abituato. Me la pagherò da ma la location e la presentazione, e tu sai bene come sto combinato economicamente!»

«Perché lo fai?» ha replicato Antonio I con la stessa tonalità nella quale Marco Masini si rivolge all’amica eroinomane (“Perché lo fai disperata ragazza mia/ perché ti sdai come un angelo in agonia?”).

Gli ho risposto che io non tradisco mai, tantomeno i pittori austro-sloveni che rimandano una colossale esposizione di quadri e canzoni con i Queen, in onore di Freddy Mercury, per dipingere 13 grandi tele per “24 Nero”. Ho aggiunto: «E non farmi quello che cade dalle nuvole perché questa cosa la sai da mesi. Per cui, in conclusione, non farete un beneamato tubo?»

«Solo se il libro si muove da solo e si vende da solo, allora forse.»

Gli ho risposto che allora avremmo dovuto intitolarlo Lazzaro, sottotitolo Alzati e cammina, e che ad aspettare che le lasagne ci piovano in bocca eravamo buoni tutti, mentre io i miracoli me li programmo, poi chi li fa o non li fa materialmente sono i lettori.

«A proposito, Antonio, ma con quante copie usciamo, le solite quindicimila?»

«Più o meno.»

«Potrei saperlo con esattezza?»

«Ma non so, non lo ricordo, dovrei informarmi. Mica posso saperlo a memoria. Facciamo venti titoli al mese. Più o meno sarà quella tiratura lì.»

«Scusa se insisto, poi ti lascio in pace. Quante?»

Sento che tappa il microfono con la manina da putto. Parla concitatamente. Sgrana la voce: «Ma si, ti dico! Settemila!»

Mi affloscio come una tarantolata sull’ultimo accordo di pizzica:

«Come sarebbe a dire così poche?»

«C’è la crisi» ha risposto sbrigativo, aveva in linea altri trentasette giocatori di libri, a uno almeno dei quali doveva rispondere.

«E che cazzo, però» gli ho detto. «Allora ciao.»

«Ciao.»

“Se rinasco” ho bofonchiato fra me, “voglio proprio fare il direttore editoriale della Mondadori e invece di girare con le mani in tasca, come in questa, nella prossima vita assumerò la stessa posizione del putto di Manneken-Pis, la schiena arcuata con il pistolino in avanti. Ti reincarnerai in scrittore, Antonio I da Segrate… E mi telefonerai trentasette volte contro una. Attenzione alla pioggerellina d’oro. Non dimenticarti l’ombrello!”

Come mi avesse sentito, il giorno dopo mi ha invitato a pranzo alla Mondadori di Segrate, per farmi digerire il no con un Fernet.

«Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.»
(Via del Campo)

Probabilmente ho una bella coda di paglia, ma devo fare una premessa, anche se l’ho già scritto innumerevoli volte. Io non ho una lira ma ho una Porsche. Nel senso che non possiedo una casa, un terreno, un capannone o una grotta. Né una moto, una bicicletta, dei pattini o degli sci. Non ho (e non me ne fotte nulla) dei quadri o degli oggetti di valore, né barche o gommoni. Però ho una Porsche Carrera 4 S, comprata usata ma pur sempre sfavillante e cara quanto una monocamera di 30 metri quadri in centro, si chiama Vega, e se uno scrittore fonda un movimento degli “Invisibili”, e nella sua vita e nel suo mestiere si è sempre schierato con i deboli, gli oppressi, i senza voce e i dannati della Terra, qualora, come nel caso, abbia una Porsche, non dico debba giustificarsi, ma deve dichiararlo ai quattro venti, così poi uno è libero di mandarlo all’inferno oppure no. È giusto diffidare dei giornalisti ricchi (come non è il mio caso). Montanelli diceva che un giornalista milionario nasconde qualcosa. Scrivere non ha mai arricchito nessuno, tranne in casi eccezionali. Ma perché mi soffermo su questo aspetto secondario? Tempo fa, (e anche questo l’ho già raccontato) mi capitò di sostare a un semaforo di Roma sulla mia stella d’argento. Al rosso, mi fermo. Mi si affiancò un centauro in tuta di pelle nera su un bolide giapponese tutto cromato. Ben protetto dal suo casco da astronauta, chiese:

«Tu sei Jack Folla, vero?»

Annuii con un timido sorriso.

«Ci trattiamo bene, eh?» insinuò, come se lui, invece, montasse su un triciclo di peluche, e disparve rombante nel gorgo. A me questa cosa è rimasta qui, tanto che mi raschio la gola da allora, non è catarro è stizza, anche perché ero disoccupato da un anno, ma che cazzo ne sai? Anche se mi rendo conto non sia facile sondare l’imperscrutabile motivo per cui un disoccupato si spari gli ultimi risparmi su una Porsche Carrera 4 S. Ma è qualcosa come l’ultimo desiderio di un condannato, tipo fatemi un pollo allo spiedo con puré, e poi ognuno s’impicca con le corde sue. Però va detto. Affinché tutti, quando m’incontrano a un semaforo, possano dirmi: “Ci trattiamo bene, eh?”, e io possa replicare: «Ma ce l’hai una casa? Allora vattene a casa”, alla Sordi, come stavo per fare quando quello s’impennò sul suo bolide lasciando tre chili di gomme sull’asfalto. Chiusa parentesi.

Alle sei del mattino di ieri sono sbucato di soppiatto dal garage come un orso in letargo che esce dalla tana in aprile, e ho digitato sul computer di bordo: “Mondadori-Segrate”.

«Dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta.»
(La canzone di Marinella)

Il palazzo della Mondadori sembra il castello di Kafka sbucato dall’acqua come il cazzotto di un tritone affetto da bullismo. Il lago oscuro in cui si specchia, tirato a lucido neanche passassero l’aspirapolvere sull’acqua tutte le mattine, è popolato da enormi ombre pinnate, della specie pesci che mettono l’ansia. (Carpe giganti? Tinche carnivore? Piraña lombardi?) L’opera in cemento armato, cristalli e archi parabolici, ciascuno diverso dall’altro, fu progettata nel 1970 e terminata quattro anni dopo da Oscar Niemeyer, brasiliano, collaboratore giovanile di Le Corbusier, poi astro emergente dell’architettura mondiale, in particolare per avere concepito il Ministero degli Affari Esteri di Brasilia, assai simile al Palazzo che il vecchio Arnoldo gli commissionò come sede della Mondadori. Ma Niemeyer, oltre che maestro di architettura contemporanea, secondo me aveva stoffa da profeta. Il palazzo di Segrate ha poco o nulla a che fare con la vecchia editoria italiana del Novecento, mentre calza a pennello il berlusconismo del Terzo Millennio. E qui mi sia consentita un’altra parentesi (nonostante anche di quest’argomento abbia già scritto e spiegato, persino nelle prime pagine di un libro di Jack). Eppure ogni mattina e sera, come una pasticca dopo i pasti, mi arriva inesorabile la mail di qualcuno che mi ricorda quel centauro nero al semaforo, e insinua: “Con che coerenza sei avverso al Governo e pubblichi con Mondadori?”. Se quel giorno è per me particolarmente sventurato, la mail si conclude con la proverbiale postilla: “Sputi nel piatto in cui mangi”.

Colgo al balzo l’occasione di risparmiarmi, forse, qualche futura mail di questo tipo, per ribadire che non c’è proverbio più servile di questo, un luogo comune che purtroppo denota, in chi lo cita, Dna da schiavi, probabilmente perché gli italiani sono stati invasi e occupati da padroni stranieri per secoli. Un uomo libero, nel piatto che si è guadagnato, per quanto mi riguarda ci può mangiare, sputare, e lanciare per aria come fanno i russi con i bicchieri al termine del brindisi.

Secondo: la Mondadori c’era prima di Berlusconi e ci sarà anche dopo.

Terzo: non è uno scrittore a trovarsi in conflitto d’interessi pubblicando con la più grande casa editrice italiana, semmai lo è un presidente del consiglio nel possederla.

Quarto: “L’ultima cosa che mi preoccupi è di essere coerente con me stesso” (André Breton).

Quinto: Qualora si applicasse alla lettera questa coerenza imbecille, un autore non schierato con l’attuale premier, non potrebbe scrivere un programma televisivo per Mediaset ma nemmeno per la Rai (controllata dal Governo). Non potrebbe, o quasi, pubblicare un articolo su molti quotidiani e tantissimi periodici. (Inoltre sarebbe “coerente” lasciarsi intervistare? Neanche!) Considerata la potenza economico-industriale del leader del partito di maggioranza, e le sue compartecipazioni azionarie nei mass-media, nonché il groviglio d’interessi persino con aziende in competizione con la Mondadori-Mediaset, l’unico scampo sarebbe scrivere sui muri. (Chi mi assicura, per esempio, che anche nel gruppo Fiat-Rizzoli non vi sia, da qualche parte, lo zampino del premier?) Perseguire, oggi in Italia, questa “mission” di coerenza assoluta equivale a evirarsi.

Ultimo, ma decisivo: pubblicheresti lo stesso con Mondadori se fossi costretto a qualche compromesso su ciò che scrivi o subiresti qualche censura?

Risposta: no.

Amen.

«E mentre il sangue lento usciva
e ormai cambiava il suo colore
la vanità, fredda, gioiva:
un uomo s’era ucciso per il suo amore.»
(Ballata dell’amore cieco o della vanità)

Ho trascorso al castello di vetro un paio d’ore. Nel contratto di Antonio Primo, originario di Cattabiano, il poeta, (ha scritto, fra l’altro, Gli impianti del dovere e della guerra, e con questa raccolta di versi ha vinto il premio Elsa Morante) mi erano stati commissionati due romanzi. Per non infrangermi direttamente sulla presentazione negatadel primo, sono andato a sbattere dolcemente sulla stesura del secondo. L’ho avvisato che ero già a pagina 365, e lui per poco non è precipitato dal piedistallo. Allora gli ho raccolto da terra la coroncina d’alloro e l’ho assicurato di non preoccuparsi, una volta arrivato a pagina 500 poi qualcosina la taglio. Ho acceso il mio Pc portatile e l’ho sistemato sul carrello degli antipasti, fra le uova sode con salsa bernese e i polipetti al forno. Gli ho mostrato queste pagine su Facebook e lui ha detto: «Eilà, 5000 amici!» E io ho detto: «Hai visto che non mi hanno dimenticato?» Poi gli ho mostrato la pagina pubblica intestata a Jack Folla e gli ho raccontato del Movimento degli Invisibili. Gli ho mostrato la tessera del movimento, quella in facsimile, con Berlusconi ghignante che firma con la croce. Li’ si è guardato intorno circospetto («Metti via, metti via»), tanto che mi sono sentito un carbonaro sardo a Vienna alla corte di Francesco Giuseppe. A quel punto gli ho sparato il titolo del secondo libro: JACK l’invisibile FOLLA, con invisibile scritto in rosso, e lui ha detto «Sta bene.» A questo punto, gli ho spiegato che il primo congresso degli invisibili si sarebbe tenuto a Roma verso la fine di Ottobre, e che sarebbe stato carino che il libro di Jack fosse pronto per quella data. E lui ha detto: «Be’, prima vediamo come va questo.» Allora ho cercato di farlo ubriacare ma non c’è stato verso. Che per un poeta è strano. Però lui è un poeta-manager, non ha la pancetta come me, anche se non ha i muscoli di Antonio II.

A parte i due Antoni, era presente Alessia (Ufficio Stampa) e una delle mie due editor, Giulia, che è al sesto mese, mentre io ho già partorito “24 Nero” anche con il suo aiuto.

Giulia è la figlia di un famoso giuslavorista che scrive editoriali per il “Corriere della Sera” ed è stato minacciato di morte dalle BR. Giulia è stata editor di Giuseppe Pontiggia, che a me sembra ce lo stiamo dimenticando svogliatamente, perché è stato un magnifico scrittore. Giulia è in attesa non di un libro ma di un maschietto. Nonostante la maternità è una combattente sanguinaria e insieme a Laura hanno disseminato il mio romanzo di croci. Fino a oggi non avevo mai avuto un editor, non si sa perché. Così, come se si trattasse di possedere un cellulare, un giorno dissi a Antonio I: “Ma perché tutti hanno un editor e io no?” In questi ultimi mesi mi sono chiesto molte volte: «Ma perché invece non conti fino a venti prima di aprire quella boccaccia zozza?» Le avrei ammazzate, prima l’una poi l’altra, e avrei portato in trionfo le loro teste in cima a un palo dell’Enel, di notte, con inni barbari. Mica perché contestassero cose sbagliate. Anzi, sono maledettamente preparate e brave, dico davvero. Aggiungo che non credevo possibile tanta abnegazione, meticolosità, e dedizione quasi maniacale, non solo alla nostra meravigliosa e complessa lingua, ma alla caratura dei personaggi, allo sviluppo narrativo, alla credibilità degli eventi narrati nella mia storia. Due macchine da guerra. Io scrivevo un capitolo e loro, -lasciandomi naturalmente ogni libertà-, me lo rimandavano indietro riscritto sillaba per sillaba, insinuando al telefono con voci flautate:

«Non ti sembra più efficace così?»

Se non lo fossi già, avrei creduto di diventare pazzo. La verità è che sono bravissime e i loro periodi impeccabili. Ma c’è una musica che va per storto, si appoggia su lettere sghembe, piroetta su pentagrammi bislacchi, forse non è il massimo della sintassi, però è il tuo stile. Così, nell’ottanta per cento dei casi, sperando non mi mandassero all’inferno, rispedivo a mia volta, con un frego sopra il loro frego, e la scritta “Vive”, che vuol dire “Capisco tutto, magari hai pure ragione tu, ma a me sta bene come sta.” Il venti per cento delle volte, invece, avevano inequivocabilmente ragione loro. Spostando un verbo, o utilizzando un sinonimo migliore, il periodo acquistava rotondità e la freccia centrava il bersaglio senza tradire il cuore dell’arciere. Essendo scorbutico e permaloso, in quel caso ero molto felice di poter dire «Giulia hai proprio ragione, così è molto meglio», e me ne andavo a dormire sereno come un sasso che cade in uno stagno sulla testa di una carpa stronza, quasi avessi bevuto una bottiglia di Château d’Yquem del 1973, che -sia detto per inciso-, era la marca preferita da Humphrey Bogart, il quale, a sua volta, è una delle marche d’attore preferite da me.

Quando il romanzo finito è stato attraversato da quelle Erinni delle editor, io ne ho riscritto alcune parti, loro ne hanno riscritto parti di parti, io le ho infilzate con ottanta no e venti sì, loro hanno replicato come madonne piangenti «fai come credi ma un giorno capirai» insomma, due anni dopo che l’avessi pensato, sei mesi dopo che l’avessi scritto, tre mesi dopo che l’avessi riscritto in parte, praticamente due giorni dopo che avessimo finito di correggerlo al telefono, mi arrivò una mail.

Nella mail stava scritto: «Siamo tutti qui in riunione per 24 Nero. Ci stavamo chiedendo, a questo punto, se lo preferisci al presente o al passato. Perché tu scrivi un po’ al presente un po’ al passato. E certe volte cambi tempo verbale all’interno della stessa frase. Per caso l’avessi fatto apposta? Comunque, non preoccuparti, ci pensiamo noi. Tutto sommato, lo preferiremmo al presente. Chiamaci appena puoi.»

Ho impugnato il cellulare come la rivoltella della copertina. Erano ancora in riunione. Ho spiegato che io scrivo come i capi pellerossa, nell’eterno presente che non c’è. Ma come diavolo si erano ridotti a questo punto per chiedermelo? Dal silenzio ho intuito che erano imbarazzati e non avevano avuto il coraggio di dirmi che in grammatica era un ciuco. «Quindi l’hai fatto apposta?» ha detto Laura. «Lo sospettavamo.»

«Geni» ho risposto.

Hanno confabulato. Ho sentito un “paz” o un “caz” non si capiva bene. Allora mi hanno passato Antonio I. Lui mi ha pacatamente suggerito che sarebbe stato meglio spiegare questa cosa dei capi indiani. Perché i lettori italiani potrebbero non esserne al corrente e magari il mio romanzo, coi tempi verbali a casaccio, gli avrebbe provocato il medesimo effetto di segnali di fumo Sioux sulle creste dei monti che guardano il Fiume Sand Creek. Ho ripensato alla canzone di Fabrizio, quando dice “A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Crek.” Poi m’è venuto in mente il fondo del laghetto di Segrate con quelle tinche carnivore che se la stavano ridendo a crepasquame. E Antonio I ha proposto: «Perché non fai una nota in cui lo spieghi? La mettiamo in fondo.» Allora ho riattaccato, ho pensato che se la mettono in fondo a che serve? Ma gli ho scritto la nota e l’ho faxata. Nella nota c’è scritto:

Qualche lettore sarà rimasto sconcertato dall’uso spregiudicato dei tempi verbali. Lo capisco e gliene chiedo scusa. Ma credo che l’utilizzo uniforme del presente, il tempo più fluido e incalzante di tutti, appiattisca il racconto, e per converso l’uso dei tempi al passato, così suggestivamente evocativo, possa talvolta produrre un allontanamento del lettore dalla storia, come se si parlasse di eventi polverosi e trascorsi, o di defunti.

La spregiudicatezza della quale mi sono letterariamente macchiato in 24 Nero è di aver maneggiato il tempo verbale come una macchina da presa. Ogni stacco verbale corrisponde a una diversa inquadratura della stessa scena: primi piani e dettagli nel qui e ora, l’incalzante e ineludibile presente. Ma perché privarsi delle evocazioni, dei riverberi di questo stesso presente? Con un flashback di tempo verbale (anche all’interno dello stesso periodo) la scena si dissolve così in un racconto-ricordo, quasi una nostalgia del futuro, in cui gli episodi anche drammatici si narrano con un più saggio distacco, per poi (come nel cinema la colonna sonora) ritornare incalzante, e “in diretta”.

Desideravo raccontare in quell’“eterno presente” che, nell’uso tradizionale dei tempi verbali, sussiste solo negli spazi bianchi fra una parola e l’altra. Narrare questo non detto. Mi auguro che, dopo un naturale disorientamento iniziale, il lettore sia così inciampato nelle pagine per caderci meglio dentro e si sia distaccato dagli eventi più crudeli, il tutto nello stesso tempo.

Allora mi hanno telefonato, si sono rallegrati, mi hanno assicurato che adesso era tutto chiaro, e il romanzo è finito.

«Re Carlo tornava dalla guerra,
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor.
Al sol della calda primavera
Lampeggia l’armatura
del Sire vincitor.»
(Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers)

Se solo un lettore sapesse la fatica, l’abnegazione, l’impegno, non soltanto di uno scrittore (che in fondo se ha scelto di fare questa vita d’inferno una ragione ce l’avrà, cavolacci suoi) ma di tutta una serie di professionalità (dagli editor ai grafici) che si sbattono per mesi intorno a una storia, per quattro soldi e col rischio di vedersela mandare al macero dopo una sosta di un paio di mesi in qualche scaffale polveroso di una libreria, invenduta o quasi, non crederebbe ai suoi occhi. Anche lui, come Marco Masini o Antonio Primo, intonerebbe: “Perché lo fai e il domani diventa mai”? Non c’è prezzo. Ed è questa la nobiltà del lavoro che più amo al mondo, non tanto il mio mestiere specifico, ma quello di tutti coloro che partecipano alla genesi di un libro. Ultimo il libraio, una figura alla quale ho dedicato uno dei personaggi chiave di 24 Nero.

Alla mensa dirigenti della Mondadori ho mangiato insalata di mare e una tagliata con la rucola in porzione da nani, ma gustosa. Quando i due Antoni hanno scoperto che possiedo Vega mi hanno voluto accompagnare fino al posteggio per vederla. Mi sono sempre chiesto perché a noi maschi piaccia tanto la Porsche. Secondo me il segreto è nella forma che ricorda l’unica cosa di cui non siamo capaci. Fare l’uovo. La Porsche è femmina e lunare. Il suo motore è solare, rombante. Guidarla è erotico.

Con i due Antoni abbiamo camminato sull’acqua per un chilometro. La Mondadori di Oscar Niemeyer dispone infatti di questa lingua di cemento armato posata sul lago che ricorda il ponte levatoio di un castello di cristallo, da un momento all’altro ti aspetti che Berlusconi o Marina, sua figlia, ti becchi dall’alto mentre l’attraversi, gridi «Infame! Tu qui?» pigi un pulsantone, sollevi la passerella e ti ritrovi in quattro e quattr’otto fra le fauci di quelle carpe leghiste che hanno tutte la stessa faccia di Borghezio e il cravattone a mutanda verde di Calderoli, così sei fritto.

Ovviamente i due Antoni non mi hanno concesso una sega riguardo la presentazione del libro, a parte il pranzo. Mentre io, per accettare il loro invito, ho speso fra benzina e autostrada l’equivalente che se li avessi invitati a mia volta all’Alain Ducasse di Parigi o al suo ristorante Jules Verne sulla torre Eiffel, o al Le Louise XV di Montecarlo, dove per un piatto di risotto con immondi girini pagai centocinquanta dollari del 93 in luna di miele e ancora m’incazzo. Soprattutto con me stesso perché avevo tradotto male “funghi” per “rane”. E aveva ragione mamma che in francese sono una bestia, nonostante lei fosse vissuta in Belgio e mi andava dietro per tutta casa come un Edith Piaf in pantofole.

Quando i due Antoni hanno visto Vega hanno fatto “Oh!” tipo i bambini di Povia. Ne ho approfittato per tentare di vendergliela a settantamila euro sull’unghia, mi hanno guardato sconsolati. Antonio I possiede una Lupo “verde jazz”: «Un colore che fa veramente cagare» ha ammesso, «ma io avevo bisogno della macchina ed era l’unica rimasta nel salone. Il venditore si affrettò a spergiurare: “Dottore, mi creda, il colore è il massimo, quello più trendy, il verde jazz” e insisteva tanto che a un certo punto gli ho detto “se lei nomina un’altra volta questo colore da vomito, giuro che non la compro più”. Antonio II dei Numeri Primi l’ha guardata come se fosse Marylin Monroe. La Porsche gli ha detto “Gniao”. Io intanto andavo redarguendomi: “Adesso non crederanno più che sei un morto di fame e la prossima volta che gli chiedi un anticipo ti rispondono «Vai in miniera a Carbonia a lavorare.» Che ne possono sapere i milanesi che tu sei “maccu”, come ti ripeteva tua pro-zia di Sassari? Perché “maccu” non significa solo matto, ma pure un po’ coglione, e uno tra sé e sé deve farsi la propria radiografia senza omettere niente, altrimenti è due volte maccu, cioè maccu cunsagràdu, consacrato. E cussu no, questo no, non me lo posso permettere perché non farei anima nei lettori, ma prolungherei le ombre.

I due Antoni erano un po’ tirati e stanchi, così gli ho chiesto: «Ma che avete? Vi vedo giù di corda.»

«Siamo sotto pressione» ha fatto il Primo.

«Abbiamo dato tutta la vita alla Mondadori, ma adesso è dura» ha aggiunto il Secondo.

Mi hanno spiegato che i periodici vanno male, e neanche gli inserti cellofanati bastano più a rialzare la testa delle vendite. Così, ma guarda guarda, alla fine -crisi o non crisi- chi regge di più sono i libri. «Ah sì?» sembrano essersi detti al consiglio d’amministrazione. «Ottimo! Allora sfornateci almeno un libro da centomila copie a settimana». Come si ordina una pizza. I due Antoni, il poeta e lo scrittore, sono manager mica per ridere. Ma il passaparola non lo programmi, il passaparola è emblematico, il passaparola è surreale, come faccia un libro di un autore mai sentito passare da dieci copie dei parenti a mille in una settimana, e cinquemila la successiva è da ictus (come fanno a fare il passaparola in tre giorni?). Il passaparola è davvero l’unica forza che fa volare un libro dagli scaffali delle librerie sui comodini dei lettori. Tutto il resto (pubblicità, presentazioni, interviste, nonché l’intrinseca qualità del libro) è uno steroide. Se uno è un ronzino hai voglia a somministrargli steroidi, non schioda. E chi decide se sei un purosangue è solo la gente (che poi sia vero o no, è un’altra storia) ma senza passaparola non si muove foglia.

Che cosa è cambiato dai tempi del vecchio Arnoldo? Forse solo questo. Che se oggi uno scrivesse un obbrobrio assoluto, vergognoso, squalificante, metti che ripetesse la parolina cacca per 30 righe, 60 battute, e 360 pagine, ma vendesse un milione di copie, non sarebbe considerato un guitto ma un eroe, gli suonerebbero l’inno di Mameli e lo proporrebbero al Nobel.

Così ai due Antoni non li ho invidiati più. E quando mi hanno raccontato che loro tentano comunque di resistere, di lasciare un poco di posto in catalogo anche ai libri veri, ma che non è davvero facile, ho pensato che in fondo sono degli “invisibili” anche loro e fanno resistenza culturale, e se così va il mondo, alla prossima reincarnazione preferisco fare ancora lo scrittore, sempre che un dio capriccioso non mi trasformi in un girino del “Le Louis XV” di Alan Ducasse a Montecarlo, e non finisca sotto i denti di un grullo disposto a pagarmi 150 dollari del 93. Allora ho detto vabbé ciao, i due Antoni mi hanno fatto ciao con le manine, sono montato in macchina e me ne sono ritornato a Roma, a parte che il guardiano del castello non ne voleva sapere di sollevare quella dannata asticella biancorossa come la maglia del Lanerossi Vicenza e mi stava venendo una crisi di panico. Ma forse sudavo per il sole. Perché erano le tre e ieri a Segrate alle tre c’era un sole che sembrava ferragosto a Torre del Greco.

«E mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore.»
(La guerra di Piero)

Appena uscito da Milano mi sono fermato a un autogrill per bermi un caffè e fare pipì. Qui, nei gabinetti autostradali che più giù non li possono mettere, e sembra di fare pipì sotto un vagone della metro, c’era la solita vecchia che ti fa buongiorno in cambio di euri, più trilla il piattino più squillante il saluto, altrimenti blatera.

Sono entrato e mi sono posizionato davanti a quei vecchi orinatoi bianchi, tutti disciplinatamente in fila come pensionati canuti alle Poste. Mi sono sentito spiato e ho girato la testa di scatto, incrociando lo sguardo di un ragazzino con gli occhiali che ha immediatamente distolto il suo. Il ragazzino era impettito di fronte a quella specie di armadi formato scatola dove ci si può chiudere dentro per assolvere a funzioni più impegnative. Ma il bagno era semideserto e altre scatole erano aperte. Ho immaginato che aspettasse suo padre o un amico, e ho abbassato la zip. Di nuovo mi sono sentito osservato. E ancora una volta il ragazzino (avrà avuto quindici anni) vedendosi scoperto, ha girato la faccia di scatto con una smorfia contratta, di arrossita timidezza. Anch’io, francamente, ero un poco impacciato. Non mi era mai accaduta in tutta la vita una situazione simile. Sicuramente era un equivoco. Mentre tentavo di liquidare la faccenda il più presto possibile (naturalmente la natura, in questi casi, non ti aiuta mai) mi sono imbattuto nel disegnino assurdo che mi fa sempre ridere.

Forse le signore non sanno che sugli orinatoi autostradali è stampigliata l’immagine di un omino lievemente panciuto. Questo sventurato è ritratto nell’identica posa del putto di Manneken-Pis, l’angioletto pisciante simbolo di Bruxelles, ma con una trentina d’anni in più e messo di traverso o profilo che dir si voglia. Più che un logo del cesso, è una sorta di “indicazione stradale”, una spiega di come si fa pipì sotto la metro, con la schiena un po’ arcuata e il pistolino al vento. Sono quarant’anni che mi domando che cosa ci stia a fare. C’è qualcuno che si siede come su un bidé perché non ha capito? Qualcuno che si sbaglia e ci si lava le mani scambiandolo per un lavabo? Un turista esquimese, una volta, ci cucinò per equivoco una foca? Non si sa, per cui mi fa scompisciare, e mentre ridevo fra me per il Menneken-Pis, di nuovo mi sono sentito spiato e stavolta non c’era proprio niente da equivocare. Lo sguardo del ragazzino con gli occhiali era obliquo tendente in basso, inoltre, dallo spazio aperto, sottostante la porta davanti alla quale si fingeva in attesa, non spuntavano scarpe. Quel gabinetto era vuoto. Lui faceva da palo al nulla. Il poverino è diventato color pellerossa. Ma più che un toro seduto era un torello in piedi e immobilizzato da un desiderio così conflittuale e represso da provocargli quasi uno spasmo facciale. Quegli occhi erano lepri dietro le lenti spesse, lepri perseguitate dal mirino di una doppietta da caccia, lepri disperate. Così mi è venuta una gran pena, e ho fatto pipì. Sono uscito e lui recitava imperterrito la parte di chi è in attesa di entrare in un armadio. Ho pensato a quale sfacelo di padre avesse avuto. A che tipo di violenza o stortura avesse subito, magari a scuola, magari da un insegnante, oppure -semplicemente- i suoi compagni di scuola l’avevano preso in giro perché gay. Era una scena da Anni Cinquanta, assurda. Perché si vergognava così tanto, ancora oggi? Bevendo il caffè ho pensato che assomigliasse, in piccolo, al ragazzo con i brufoli e gli occhiali che assolda “l’uomo da marciapiede” Jon Voight in quell’antico e magnifico film di John Schlesinger, per inginocchiarsi ai suoi piedi in un cinema di periferia. Tra l’altro, in quel film, è disegnato un altro personaggio memorabile, “Sozzo”, il ladro mendicante e zoppo che sogna di correre sulle spiagge della Florida, interpretato da un sublime Dustin Hoffman.

Mi era venuta un po’ di malinconia, così mi sono soffermato fra i libri e i Cd dell’Autogrill. Ho visto un cofanetto bianco. C’era scritto “In direzione ostinata e contraria”. L’ho acquistato. Ho inserito le tre pallottole che conteneva nella cartucciera del Cd di Vega. Ho fatto il pieno. E Fabrizio è montato al mio fianco e ha incominciato a cantare.

«Dietro alle spalle un pescatore
e la memoria è già dolore
è già il rimpianto di un aprile
giocato all’ombra di un cortile.»
(Il pescatore)

La prima cosa che ho pensato: “Questa voce ha scortato la mia vita”, senza divisa come una guardia evasa con l’evaso. Con “Bocca di rosa”, a dodici anni, imparai a strimpellare dolorosamente la chitarra. Avrò cantato “Amore che vieni amore che vai” a tutte le prime ragazze della mia vita. E c’era sempre Fabrizio che ci guardava, non come il ragazzino frustrato dell’Autogrill, ma come un tenero fratello più grande.

La seconda cosa che mi è venuta in mente: che Fabrizio non ha quel tremendo vezzo che, prima o poi, infetta come un morbo le voci dei suoi celebri colleghi, dalla Vanoni a De Gregori, quando cantano, magari per la milionesima volta, i loro cavalli da battaglia. Quell’intollerabile birignao con cui storpiano le loro canzoni più belle, credendo forse di rendercele più attuali, o di variarle, o magari di modernizzarle, o semplicemente di non annoiarsi loro nel ripeterle così com’erano, fatto sta che a noi pubblico spiace non riascoltarle esattamente come la prima volta, in quella tonalità, con le parole ben sillabate, perché nei nostri inconsci son calate così, e son rimaste in quel forziere d’oro delle nostre robe più care, con la Vanoni che canta “Senza fine, le tue mani son senza fine” e non Snzafin…tueman snzafin…che sarà pure più fine ma, appunto, non è più “Senza fine”.

In direzione ostinata e contraria” ho scoperto degli arrangiamenti splendidi, nuovi. Ma la voce, la voce di Fabrizio, era impeccabilmente quella, senza birignao.

«Tutte le volte che un gallo
sento cantar, penserò
a quella notte in prigione
quando Miché s’impiccò.»
(La ballata del Miché)

Fatalmente mi sono ricordato di Dori Ghezzi. Ho ricevuto una sua gentilissima telefonata pochi giorni fa. Stanno preparando un volume in memoria di Fabrizio, edito dalla Fondazione, con le testimonianze di vari personaggi che hanno assistito ai suoi concerti e Dori mi ha chiesto se ero disponibile a scrivere la mia. Sono rimasto in silenzio per qualche secondo, rendendomi conto, con sorpresa, che non avevo mai assistito a un suo concerto. Così ho dovuto rinunciare a malincuore.

A me piace Dori Ghezzi, anche se non so perché. Mi spiego, è come se fossimo parenti stretti, mentre fra noi, e solo grazie a lei, sono intercorse due, forse tre telefonate, e basta. Nella prima mi riempì d’orgoglio. Mi fece i complimenti per “Alcatraz” e mi confidò che Fabrizio l’ascoltava, e questo mi ha commosso. Nella seconda le telefonai perché desideravo Cristiano come ospite in un mio programma, ma in quella data era occupato. (Non conosco neppure Cristiano, ma è come se fossi un suo zio di campagna. Ho sempre pensato a quanto debba essere stato meravigliosamente arduo essere figlio di Fabrizio, eppure dimostrarsi un ottimo artista come Cristiano). Per me è stata molto più facile. Mio padre era famoso solo in famiglia. Aveva il dono della scrittura, e tutti i parenti, anche i più lontani, appena uno di noi moriva chiamavano Francesco per fargli scrivere il necrologio. “Come scrive i necrologi lui…”. Ricordo che, certe notti, immaginavo che qualche zio morisse, e gli stilavo il coccodrillo. Ma non c’era nulla da fare, mio padre trovava sempre le citazioni migliori e le parole di commiato più dolci. E poi io sono sempre stato un po’ acido e stronzo, mio padre, invece, vedeva sempre il lato migliore della gente, a volte secondo me se l’inventava perché ha fatto dei necrologi fantastici per farabutti che l’avevano fottuto. Fatto sta che un giorno chiamò mia madre con aria solenne e un mio tema in mano. Disse: ?«Lui scrive meglio di me.» Notai che era un poco invecchiato, e nel suo sguardo transitavano le nuvole. Il giorno dopo mi inviò una lettera (papà scriveva lettere chilometriche in una calligrafia cirillica, incomprensibile) e me le lasciava dovunque, sotto il cuscino, in bagno, nella credenza della cucina. Spesso erano piene di rimbrotti e preoccupazioni. C’era scritto “TU HAI IL SORRISO PERSO”, tutto in maiuscole, oppure “TU FINIRAI MALE, FIGLIO MIO”. In quel caso, invece, mi narrò la fiaba della quercia e del querciolo, che finiva con quest’ultimo a far da ombra all’altra, e quando La Fiera Letteraria, a 18 anni, mi pubblicò due poesie, lui, che non era stato mai pubblicato né da ragazzino né a cinquanta, pianse. Da quel momento pensai di essere diventato l’estensore ufficiale dei necrologi di famiglia. Invece né i vivi né i morti me lo chiesero mai. E questa è stata la mia fortuna. Ho dovuto limitarmi ai romanzi.

Insomma, dicevo, non ho mai avuto il piacere e la fortuna di essere amico dei De Andrè. Eppure è come se fossi stato seduto in una vecchia poltrona di pelle del loro salotto per tutta la vita. Sia in Sardegna che a Genova. E non si sa perché. Di Fabrizio, appunto, non ho intravisto neppure la sagoma a un concerto, mentre di Dori (ma non gliel’ho mai detto) ricordo di averla conosciuta in un lontanissimo capodanno sassarese. Credo fosse il 31 Dicembre del 1969, mi ricordo una sala affollata con un palco (forse non era Sassari ma Alghero?) c’era mio padre che ballava come un ragazzino, io che mi vergognavo di lui perché era un “matusa”, mi ricordo il mio primo profumo, si chiamava “Carven” e me l’aveva scelto lui, avevo sedici anni e sognavo di diventare un romanziere e possedere una Porsche. Il mio scrittore preferito era, con Jack London, Albert Camus che si era schiantato su un’ auto sportiva con, nella borsa, il manoscritto del suo ultimo romanzo. E tutto questo era dannatamente romantico, io volevo avere una gioventù bruciata come James Dean e morire con un romanzo in tasca. Un’altra cosa molto “trendy” (come il verde jazz della Lupo di Antonio I) era vivere un’esperienza sentimentale alla “Diavolo in corpo”, il romanzo di Raymond Radiguet, un altro scrittore dalla fine tragica. Ne ebbi un paio. Insomma, un ragazzo degli Anni sessanta. E, se non ricordo male, Dori cantava con un certo Wess, di colore, e quel capodanno cantò “Isabelle” e “Mi domandi con gli occhi”. Ma, soprattutto, interpretò la colonna sonora di “Vivere per vivere”, che era una musica che mi stava addosso alla grande, tratta dal film omonimo e scritta da Francis Lai. Ma dove cavolo si svolse quel capodanno sassarese? L’unica che poteva rispondermi era Cristina, mia cugina, che ha più o meno la mia età e oggi è direttrice della biblioteca di Sassari.

«Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato?»
(La collina)

«Di questo capodanno con Dori Ghezzi non mi ricordo nulla, ma io c’ero?»

«Non lo so se c’eri, mi ricordo di sicuro che c’era mio papà che faceva lo scemo con le ragazzine che piacevano a me. E quel che è peggio è che loro facevano le scemine con lui invece che con me! Tanto che io pensavo “Ah se avessi la Porsche o avessi scritto “Il diavolo in corpo” non andrebbe così!”»

«Tu stavi sempre in un angolo col muso a fumare la pipa come un pellerossa incazzato.»

«Grazie di avermelo ricordato.»

«Poi m’invitavi al cinema, ma dopo un quarto d’ora, se il film non era di tuo gradimento, ti alzavi e senza dirmi ne A ne Ba, ti alzavi e te ne andavi, tanto che dopo venti volte che mi hai lasciato al cinema da sola, (a quei tempi poi, a Sassari!) mi sono rifiutata di venire con te. Ma te lo ricordi com’eri?»

«Sì. Un po’. Mi spiace.»

«Maccu! Te lo ricordi quella volta a 14 anni che fra il primo e il secondo tempo al Verdi ti sei alzato, sei montato sul palco, e hai fatto un discorso a tutto il cinema. Sassari rimase esterrefatta. Che vergogna! E ti ricordi delle finte scenate di gelosia?»

«No.»

«Non ti ricordi durante lo “struscio” il sabato sera a via Roma ad agosto che ti fermavi d’improvviso in mezzo alla folla gridandomi come un pazzo che ti saresti tagliato le vene perché io ti avevo messo le corna? E poi piangevi “E nostro figlio? Che ne sarà del nostro povero bambino? Tu mi hai ridotto un ragazzo padre!” E tutti si fermavano, tu fingevi di singhiozzare, e io mi sentivo morire. Che vergogna! Avevamo quindici anni!»

«Be’ di che ti lamenti? Avevo letto che Balzac si presentava nei salotti di Parigi raccontando di essere un mercante di pecore o un commerciante di schiavi. Divertente no? »

«Insomma. Poi tu tornavi a Roma. Io rimanevo a Sassari. E ogni tanto qualcuno per strada mi guardava in cagnesco.»

«Comunque io volevo sapere di Dori Ghezzi dove ha cantato in quel capodanno del 1969!»

«Dori non lo so, Fabrizio l’hai sentito cantare venti volte a casa di Chiara, con i fratelli di Chiara. Te li ricordi che bravi a suonare?»

«Fabrizio chi?»

«Fabrizio! Ma prima che venisse a vivere in Sardegna. Io parlo di 40 anni fa, quando d’estate andavamo a casa di Chiara. Te la ricordi Chiara e i suoi fratelli?»

«Io mi ricordo Chiara, bionda, cicciotta, bella, poi le venne l’allergia al glutine, dimagrì, ricordo i suoi fratelli, la cantina dove suonavano, le canzoni in sardo, la voce solista che poi era quella del fidanzato della Gutierrez che piaceva pure a me…ricordo tutto per filo e per segno…ma questa cazzata assoluta che io abbia conosciuto, non una ma venti volte Fabrizio De Andrè, a pappa e ciccia…»

«Bravo, a pappa e ciccia…e mangiavamo salame e bevevamo Terre Bianche di Alghero e Tanca Farrà…»

«Con Fabrizio De Andrè?»

«Eia.»

«Ma cosa “eia”, falla finita. Mi ricordo del glutine di Chiara e vuoi che mi sia scordato di aver frequentato il cantante più amato in assoluto in vita mia?»

«Avevamo quattordici anni. Era quarant’anni fa!»

«Si, ma lui era già famoso.»

«E certo.»

«E aveva già scritto Bocca di rosa e Amore che vieni amore che vai.»

«Eia. E pure La Canzone di Marinella. E le cantavamo con i fratelli di Chiara.»

«E con Lui.»

«E quando c’era Lui con Lui.»

«E io c’ero.»

«Caspita. E cantavi a squarciagola.»

«Con De Andrè, io. Tu hai l’Alzheimer. Senti adesso vado fuori strada, piantala. Ci vieni a Olbia per la fondazione degli Invisibili?»

«Eia.»

«Vabbe’, ciao.»

«Ciao.»

Ho pensato “Ma zitti zitti, tomi tomi, nessuno ne parla, nessuno lo sa, però ci vengono a Olbia!” E poi mi sono ricordato di una gioia immensa. Una mail che avevo ricevuto la sera prima. Era dell’accompagnatore di un ragazzo non vedente. Un ragazzo che mi ascoltava a Zombie, su Radio 24. E mi scriveva dietro i suoi occhi chiusi parole illuminate. Un giorno venne a trovarmi qui a casa e mi ha reso ricco con la sua storia, tenera e ardita. E nella mail c’era scritto: «Olbia? Presente!» E mi è sceso giù un brivido lungo la schiena, sfrecciante e diritto come quest’autostrada. Perché pensavo a tutti quelli che fanno il piagni-piagni perché la Sardegna sarebbe lontana e c’è il mare in mezzo, come i peli intorno al sesso delle donne. Ma non per questo non attraversi i loro corpi. Invece questi si fermano per un’onda o un pelo increspato. E l’unico che avrebbe la scusa pronta e naturale, lui mi scrive «Presente.» Neanche un «Dammi la dritta di un albergo.» Zero. «Presente!» Così si fa. Meglio pochi ma buoni.

«E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva “Vostro Onore”
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.»
(Un giudice)

La parola “cantautore” non può contenere Fabrizio. Lui è stato un poeta, un consolatore, un uomo grande, vero. Mi sembra sia seduto accanto e mi stia guardando con quegli occhi attenti, da uccello predatore, i capelli lisci con l’onda lunga sulla fronte, la presa in giro genovese sulle labbra. Mia cugina l’ha conosciuto certamente, che invidia, poi mi ha piovuto in quel sogno reale, imprigionandomi dentro un mio sogno irrealizzato, quello di essere amico di Fabrizio. Mi manca più che se l’avessi avuto.

Sere fa guardavo “Ballarò”. Erano tutti o quasi contenti del Governo. Per primo, Mieli, l’ex direttore del Corrierone. «Ma Berlusconi non è neanche più populista? Neanche un pochino?» l’incalzava il giovane conduttore. E Mieli: «Populista? Forse, un poco, ma non in questo periodo, non più.» E tutti annuivano con soddisfazione grave. Ho pensato: «Lo credo. Il populismo serve quando non hai un popolo. Ma quando tre quarti di popolo sono già tuoi, puoi risparmiarti pure il populismo e farti un giro in giostra da statista.» E poi io non dimentico, noi non dimentichiamo. Ma non è questo il punto, non m’importa. È un non detto, il punto, qualcosa come un irrappresentabile tempo verbale. Per comprendere quest’angoscia di essere italiano qui e ora ci vorrebbe la nostalgia del futuro di un capo pellerossa. Oppure basti questo: Fabrizio De Andrè non c’è più, e se ne sente il vuoto assurdo. Voglio dire, di un Fabrizio al governo, di quella pasta d’essere umano, ma andrebbe bene anche un Fabrizio qui accanto a me, fuori da tutti i giochi come me, purché ci fosse, e invece manca, l’Italia manca di De Andrè, di anime grandi, di intelligenze caste, e questo non lo puoi spiegare a “Ballarò”, non lo puoi dire a “Ballarò”, è tutto qui, eppure non c’entra, è invisibile.

«Vedo gli amici ancora sulla strada
loro non hanno fretta…»
(Un ottico)

A cinquanta chilometri da casa ho tirato un sospiro e pigiato l’acceleratore. Non riesco a capire perché fanno le Porsche e poi mettono il limite a 130. O l’una o l’altra, ipocrisia di Stato. Come smarchettare sulle sigarette e poi avvisare i cittadini che il fumo uccide. Vega è un angelo. Se da qualche parte trovassi il pulsante, volerebbe. E mi brillano gli occhi perché un poeta preferito sta cantando un poeta preferito: Edgar Lee Masters:

«In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.»
(Il suonatore Jones)

All’improvviso un colpo, fortissimo. “Mi hanno sparato!” Sul cristallo si è aperta una crepa, in linea retta col mio cuore e a tempo con lo schianto. Inserisco la freccia, accosto, scendo. Dev’essere stato un sasso, ma non ricordo cavalcavia. Certamente una sassata, però non avevo nessuno davanti, né autocarri, né altri. Il sasso, per fortuna, ha colpito l’asse che sostiene il cristallo anteriore. C’entra dentro tutto il mio pollice, come un’impronta digitale, un marchio assurdo. Un centimetro più a destra avrebbe attraversato il parabrezza, probabilmente centrandomi al cuore. Meravigliosa la vita quando una mano ti salva. Secondo me è la stessa.

Secondo me è stato Fabrizio che mi ha fatto uno scherzo e per dirmi “Ma quanto te la tiri?”, me l’ha tirato dal cielo.

«Anche se voi vi credete assolti
Siete lo stesso coinvolti.»
(Canzone del maggio)

Roma, 24 aprile 2009, h. 7,05-16,47.

Diego Cugia