Ieri sono stato a Marsala, piccola e preziosa. Mi avevano invitato Renato e Vincenzo, trentenni, eterni amici. Hanno fondato una piccola società che organizza serate di resistenza culturale nella loro isola arresa a Re Prostatino Primo. Quella Sicilia che i Re Pisellini della sinistra ormai hanno data per persa e li hanno abbandonati, a loro e tanti altri che hanno ancora il cuore rosso e gli occhi lucidi come i miei quando si nomina il giudice Antonino Caponnetto. Sono ragazzi in gamba Renato, Vincenzo “faccia da santo”, Guglielmo, Elisa e tutti gli altri. Fanno Noi, fanno squadra, si spalleggiano, non stan fermi un minuto e zitti mai. Loro non sono la Sicilia del “Nz…Nz…Nz…”. Si fanno ancora mille domande. E rispondono alle mie. Ieri mi sono sentito a casa. Questi ragazzi erano l’Italia che c’era prima e ci sarà dopo Prostatin della Certosa. Quanti danni involontariamente fece il grande Sciascia quando coniò l’etichetta “professionisti dell’antimafia”? E Sgarbi che vuole inaugurare, per un’ennesima provocazione, il Museo della Mafia, come se Cosa Nostra fosse Cosa Morta e Sepolta, ha idea di che mano dà ai padroncini delle cosche? Ma lo sai che la Finocchiaro a Marsala non l’abbiamo neanche vista? Si è fatta una cenetta coi maggiorenti del PD e una conferenza stampa per quattro gatti che avrebbero votato PD comunque, e via, fuggita a razzo. Ma si può? No, e lo sappiamo. E tu? Come mai non scrivi più su l’Unità? Racconti, confronto e anche risate, siamo vivi e liberi, e quelle son caste trasversali, ormai allo stremo. Mi hanno portato all’arco di dove entrò Garibaldi con i mille, con il mare sullo sfondo che sfavillava senza tempo, e mi è sembrato di vedere le scialuppe delle camicie rosse e le navi messe a disposizione dall’armatore Rubattino, con la flotta inglese all’orizzonte che controllava gli italiani che si prendevano l’Italia. E la sera, al chiostro dell’ex convento del Carmine, a presentare il mio romanzo, è stato bello sentire quella cadenza antica e scabra, un centinaio di Marsalesi che mi chiedevano dei miei Jack o di dove fossero finiti gli “Zombie” di Radio 24 o il Mercante di fiori. Ieri sera chiudevano un ciclo, a Marsala, che ha visto ospiti Travaglio e Paolo Giordano, Cerami, Galimberti e tanti altri (gran bei nomi hanno avuto ospiti questi ragazzi) così ho dovuto premettere che finendo con me, rischiavano di rovinare tutto. Mi hanno applaudito (perché sono gentili i siciliani per bene, e sono tanti, e sono colti e fieri, e andrebbero ascoltati uno per uno) dopodiché una giornalista, timida e raffinata, e assai carina, ha fatto un’analisi di “24 Nero” paragonando alcuni tratti a un romanzo che ho amato tanto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, e questa cosa mi ha spiazzato assai, e pure un poco commosso, ma lo spiazzamento massimo è stato quando mi ha chiesto delle “E”. Come mai, ha detto la bionda fanciullina, la madre del protagonista fa Eugenia, il padre Ettore, l’amico Erasto, la ragazza che ama follemente si chiama Eva? Perché “E” e 24?
Mi è sembrata la battaglia navale.
E 24? Affondato! Ho risposto.
Non ne avevo la minima idea. Maledetta “E”!
C’era un ragazzo che vuole brevettare la sua idea di “Casinò galleggianti”, un altro che vorrebbe che per cinque anni ai siciliani fosse interdetto il voto (dice che se fra Rita Borsellino e Totò Cuffaro tu voti Cuffaro significa che bisogna ricominciare dal sillabario e dalle aste) ma c’era soprattutto la Sicilia che chiede, fa domande, legge, s’informa, spera, e lotta ancora. Per questo è stata una magnifica serata.
Siamo andati a letto alle tre. Alle cinque del mattino, Renato mi è venuto a prendere per accompagnarmi all’aeroporto. “Siete in gamba, tu e faccia da santo, avete organizzato un piccolo bellissimo evento, grazie!” Dal lago salato di Marsala, all’alba, montava su una nebbia umida che sembrava la Brianza a novembre. L’aereo è rimasto fermo un’ora sulla pista per “mancanza di visibilità”. Poi ha bucato la nebbia ed è svettato nell’azzurro. Dopo tre quarti d’ora il carrello sfiorava la pista di Ciampino. Si è sentito un rimbombo e ci siamo impennati di nuovo. “E” come Emergenza. Maledettissima “E”. Alla torre di controllo si erano dimenticati che c’era un altro aereo sulla pista. Ci siamo fatti una passeggiatina sopra Roma. Il Colosseo e San Pietro visti dall’alto sembravano di pongo. Poi siamo discesi giù piano piano, come su un aliante, in un silenzio teso. E l’aereo ha imboccato la pista libera come la pallina d’avorio il 24 nero.
Diego Cugia





