Prima di conoscere Facebook mi stava antipatico “a pelle”, come degli sconosciuti di cui avvertiamo a distanza la fatuità o l’arroganza, che ce ne fa stare alla larga a priori. Talvolta sbagliando. Negli ultimi anni, infatti, molte infallibili certezze, che mi rendevano sicuro di me, sono cadute come foglie morte. E siccome la mia solida certezza attuale è di non disporre di una sola certezza, ho compiuto un gesto surreale, controverso, mi sono avvicinato a Facebook per tastarne la fatuità e l’arroganza, o il suo contrario, perché oggi so che l’esperienza deve accompagnare (a volte smentendolo) il colpo di fulmine dell’intuito.
Mi sono ricreduto (anche questo, negli ultimi tempi, mi capita di continuo) e ho scritto decine di note, articoli, memorie, opinioni e msg personali a mille persone sconosciute, alle quali ho donato il mio lavoro, ricevendone in cambio il regalo delle loro opinioni ed emozioni. Talvolta ci siamo scambiati sciocchezze, e in una mezza dozzina di casi insulti. Da parte mia, me ne dispiaccio, e mi riprometto di non ricaderci. Infine, su Facebook abbiamo fondato un movimento di resistenza culturale, Gli Invisibili, che come un fuochista impazzito ho traghettato, con palate di energia, nel mondo reale (perché FB non lo è) rendendo l’adesione maledettamente difficile, come maledettamente difficile è la vita. Cento di diecimila iscritti virtuali, sono venuti in Sardegna, hanno attraversato il mare, si sono sobbarcati una spesa, e di fronte a un notaio siamo diventati un’identità fisica di gruppo e un “Noi” giuridico. A settembre è prevista un’assemblea, a ottobre il primo congresso degli invisibili. E tutto questo è bene. Ma quel 100 contro 10.000 deve farci riflettere tutti. L’entusiasmo che si accende e si spegne con un clic (l’entusiasmo che non si paga con la partecipazione, la responsabilità, i fatti) è il virtuale che temevo e temo più della morte. Corrisponde plasticamente ai reality show in cui trionfa un’illusione di vita, quella che in gergo da medium si chiama “larva”, un grumo nostalgico di vita di un’anima morta, che una volta appariva solo nelle sedute spiritiche, oggi sono più vivi i morti di molti di noi.
Non nascondo che il constatarlo mi ha infuso un po’ di malinconia e ho spesso pensato a chi me l’ha fatto fare. Per dirla tutta, se fossi un po’ più giovane me ne andrei di corsa, il mio paese che amavo tanto è diventato una tana di cialtroni. Stiamo ingollando di tutto, dalle leggi ad personam a menzogne colossali, un’accolita di cafoni arricchiti ha in pugno le istituzioni, non ci stupiamo più di niente, ci sentiamo fottuti, vinti, (ma questo nei casi migliori, la maggioranza, spiace dirlo, ha le larve nel cervello) e invece di confrontarci e di reagire, di fare gruppo e resistenza, abbiamo staccato la spina, quel che accade al di fuori della nostra stanza poco ci appartiene, non capiamo che la nostra Eluana Englaro interiore era viva, non come quella vera. Eravamo vivi ma abbiamo deliberatamente scelto di staccarci la spina.
Siamo stati bersagliati per anni da piccoli e grandi orrori, pubblici e personali. Non abbiamo avuto che sporadici modelli di qualche spessore. Le grandi aquile non volano più da lungo tempo sui nostri cieli. Le escort diventano sottosegretario, e sotto il sottosegretario, niente. Siamo un Paese senza vestiti e il premier è il più nudo di tutti. Chiunque, per uno straccio di pudore e di amore verso le istituzioni (e anche per orgoglio personale) si sarebbe dimesso. Questo non ci pensa nemmeno. Ma quel che fa rabbrividire è che agli italiani sta bene. Io dico che bisogna avere più paura di loro che di lui. E temere più quello che accadrà dopo di lui, di quel che accade oggi. Perché si è circondato dalla feccia, e se quella lo sostituirà, l’Italia vedrà giorni addirittura peggiori.
Vorrei che cominciassimo a lavorare per la liberazione. Anche se ci volessero decenni. Vorrei che cliccassimo tutti di meno e ci guardassimo negli occhi di più. Sogno che questo Paese, dopo aver subito una scarica di elettrochoc da scimunire un genio, trovi la tenerezza e la rabbia di rinserire la spina e dallo stato larvale tornare a quello vitale.
Il Movimento c’è, ma senza di voi sta fermo. Ciascuno è il leader degli Invisibili. Da noi nessuno comanda. Il protagonista, appunto, si chiama Noi. Non siamo abituati a questo concetto adulto. Siamo abituati a farci imbeccare. Il risultato è il latte di Stato tossico dal quale ci siamo tutti lasciati avvelenare.
Molti mi hanno scritto privatamente: perché stai zitto? Perché non scrivi più? Ne approfitto per rispondergli (in parte l’ho già fatto). Perché il virtuale mi sta stretto. Perché non me ne fotte nulla di scrivere per quattro clap-clap e un sei grande! Continuerò a farlo, (sembra che questo sia l’unico mezzo di comunicazione che ci sia rimasto) ma preferirei mille volte la radio, e un milione di volte scambiare opinioni e speranze con voi nelle catacombe o in sale carbonare. C’è un’immensa censura in questo disgraziato Paese, così strisciante e maligna che neppure i censori se ne rendono conto, ci vorranno gli storici del futuro. La verità è che noi non abbiamo ancora dato un nome a questa “cosa”. La moderna dittatura del pensiero unita al servilismo più infame. L’illusione che un martellamento di notizie significhi libertà di stampa. Se tutta la vita vi desssero da mangiare banane, esclusivamente banane, nessuno potrebbe permettersi di dire che siete affamati. Eppure lo sareste. Cosa dareste per una fragola o un pollo! Con la libertà è lo stesso. La censura c’è eccome, ma un’apparecchiatura da circo illude il pubblico di essere libero di fischiare, addirittura così libero da “partecipare”. Ma solo esibendosi sulle loro piste e nell’ambito dei loro spettacoli, stupidi e indolori. In Italia non c’è più cibo per anime, solo mangime per gonzi.
Se mi hai letto fino a qui mi permetto di dirti che ho bisogno di te, e forse tu di me. Da soli non se ne esce. Ma il primo passo devi farlo da solo. La tua mano nella nostra. Tutto il resto è un clic, e non ci porta lontano.
Diego Cugia





