A Los Angeles c’è una luce accecante e milioni di auto scivolano lungo strade immense e sembra un deserto. A Beverly Hills ho capito il tarlo suicida di Marylin (le ville dei divi sono di una malinconia ridicola) ma la solitudine ti afferra alla gola come chele. A proposito, sul molo di Santa Monica, la domenica, si fanno chilometri di fila per un aragosta, però ho visto ciccioni immensi innamorati, manona nella manona, e anch’io mi son fatto fotografare tra due imitazioni di Stanlio e Ollio. A Las Vegas han replicato Venezia (ma i gondolieri remano cantando “O sole mio”) i neri mi stanno simpatici a pelle e ancora laggiù ci si sorride per strada e si rallenta agli occhi di uno sguardo straniero. Hai bisogno di me? Son gentili, gli americani, e si mettono in fila ordinatamente per tutto. Un mattino nella calca delle colazioni una tedesca furba o addormentata ha ignorato la fila. Irremovibile, la cassiera l’ha rispedita nell’ultimo posto in coda. (Chi fuma, però, è guardato come un terrorista. A una che, al mio passaggio, diede in escandescenze, dissi: “Me l’ha insegnato lei a fumare, Miss America, lei e Yul Brinner, non si può rinnegare un modello che avete esportato fin nei cinema parrocchiali di Roma.” -Parrocchiali, però, non l’ha capito.)
Adesso sono a Firenze. Sono stato a mangiare una pizza con Gino Strada e un vecchio afghano che si è fatto sette anni nel carcere di Kabul, il più duro al mondo. E come hai resistito? “Dormendo”. Ma che avevi fatto? Nulla, i sovietici si erano sbagliati. Così, un giornalista straniero, una volta l’ha fatto presente al direttore. “Ma quello lì, perché è dentro?” Hanno scartabellato nei registri. Il suo nome non c’era. L’han tirato fuori dalla gabbia e preso a calci. Sette anni a mangiar gratis! Il mondo è pazzo. La moglie di Gino se n’è andata. Stasera, a teatro, Lella Costa ci ha fatto piangere, ricordandola. In compenso, Cecilia Strada aspetta un figlio, e il futuro nonno le carezza il ventre, mentre non vede l’ora di tornare nei teatri di guerra a salvare i bambini degli altri. Venerdì sera, al Mandela Forum di Firenze, parleremo con Gino dei primi 15 anni di Emergency. Ci saranno Jovanotti e Pelù, e Vauro, Gianni Mura e Marco Paolini. Leggendo “Pappagalli verdi” in Grecia pensavo: “In Italia ci vorrebbe ‘Radio Emergency’ con un giornale radio che ogni giorno racconti (invece che le dichiarazioni di Calderoli) come si sta rimettendo un bimbo curdo che ha perso le gambe sulle mine antibambino. E stamane, a pranzo, mi ha emozionato (senza che avessi detto nulla) lo sguardo di Gino che mi indaga e poi domanda: “Tu come la vedresti una Radio di Emergency?”. Magari, una radio non solo del dire ma del fare, una bomba. Sarebbe così bello e così utile! Vado a dormire con ancora negli occhi due ciccioni innamorati a Santa Monica, e due afgani magrissimi a Firenze. Nella pizzeria, al tavolo accanto, si celebrava un matrimonio tzigano. Le austere signorine in nero che ci servivano la pizza, disgustate, sognavano eccentrici matrimoni con calciatori e tronisti. Il multietnico non fa paura solo se è portatore d’ingaggi miliardari. Da Beverly Hills a Kabul il passo è ancora lungo. Con piccoli passi, Emergency, invece, ha accorciato la distanza fissando esclusivamente l’orizzonte negli occhi dei bambini vittime della guerra. La vera politica non può che risalire dalla morte alla vita, soccorrendo e creando impensabili fratellanze. Con chi può, ci si vede venerdì sera alle 21 al Mandela Forum di Firenze. ‘Notte.
Diego Cugia





