Ho cercato sui quotidiani di stamane, inutilmente, il corteo delle madri. Nulla, neanche una parola. Eppure ieri, a Livorno, hanno sfilato in settecento. Non me lo sono sognato. C’era la mamma di Stefano Cucchi, il giovane detenuto suicidato a calci e pugni, e c’era Maria, la madre di Marcello Lonzi, morto in cella alle Sughere nel 2003. Mamma Maria che ancora aspetta la verità e il processo. Hanno sfilato silenziose, contro i pestaggi dei figli, i delitti insabbiati, i suicidi sospetti, l’omertà che circonda le mille morti assurde, avvenute sotto gli occhi chiusi dello Stato. Anche i giornali italiani sembrano essersi girati dall’altra parte, stamattina. Nel vedere quelle povere donne si riaffacciano alla memoria le madri di Plaza de Mayo. Un paragone esasperato, me ne rendo conto, ma le associazioni mentali non hanno le manette, e la ragione c’è, basterebbe un solo “desaparecido” italiano per giustificarle. Uno solo, per ricordare gli scomparsi della dittatura argentina. Mentre sono molti di più. Uno ogni 60 ore. L’ultimo a San Vittore, un marocchino, si è tolto la vita con una bomboletta del gas. Perché, se fra trenta giorni sarebbe tornato libero? Un altro, a Sulmona, sempre l’altro ieri, stava appiccandosi il fuoco, l’hanno salvato giusto in tempo. E le madri italiane sfilano, dignitose, invisibili, mute. Con la maternità già avvilita di chi ha un figlio in carcere, offesa a sangue da uno Stato patrigno, dalla burocrazia insolente che definisce “cause naturali” i delitti più innaturali di tutti, quelli di cui si macchiano le istituzioni. Strani scherzi fa la memoria. Le madri a Livorno sfilavano in silenzio ma io sentivo una vecchia canzone di Sting.