Avevo 16 anni quando esplose la bomba di Piazza Fontana. Oggi ne ho 56 e ancora non so chi sia il colpevole di quella strage. Il nostro Presidente della Repubblica ci ha invitato a “non dimenticare quella lezione”. Non ho capito in che senso, sto invecchiando. Quale lezione? Non sappiamo neppure quale cattivo maestro ce l’abbia impartita. L’unica lezione che ho appreso da Piazza Fontana è che andrebbe cambiato l’art. 1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul segreto.
Il Presidente si è poi rivolto ai familiari delle vittime, riunite in Prefettura, e ha detto loro: “Ho ammirazione per voi, continuate a operare con tenacia, passione civile, per alimentare la memoria collettiva e la riflessione.” Ha aggiunto: “Continuate ad operare per recuperare ogni elemento di verità possibile”. Anche qui non ho capito in che senso. Devo essere, davvero, molto ma molto invecchiato. Sono i familiari delle vittime che devono indagare? Sì, il nostro è uno Stato che fa cadere le braccia.
Infine, il Presidente della Repubblica fondata sul segreto, ha concluso: “Non tutto quello che è avvenuto nella nostra società è chiaro e limpido.”
Nonostante gli acciacchi degli anni, ne avevo il sospetto.
Poiché Napolitano è persona perbene, ha salutato le vittime del segreto, rincuorandoli: “Vi sarò sempre vicino.” Sono sicuro che sia stato sincero. Può bastare? No. Piazza Fontana è le Fosse Ardeatine della nostra generazione. Quell’eccidio, eseguito dalle truppe di occupazione tedesche a Roma, ebbe, come responsabile, l’ufficiale delle SS Herbert Kappler. Le “forze di occupazione” responsabili dell’eccidio di Piazza Fontana, invece, sono ancora fantasmi della notte della Repubblica. E se sull’impero di Carlo V “non tramontava mai il sole”, da noi, nell’impero del segreto, non sorgerà mai l’alba. Perché la verità è sempre scomoda e oscurarla conviene. Questo il pensiero omertoso, mafioso, del mio Paese. La lezione che ho appreso in quarant’anni. Ma siamo in tanti a chiedere giustizia, anche dei nostri destini deviati da questo ed altri segreti. Combatteremo sempre.
Passo di palo in frasca, come un italiano qualsiasi di mezza età. Chi lotta per la verità -dicevo- non può tirarsi indietro se essa è scomoda. Credo, di conseguenza, che il Presidente del Consiglio, Berlusconi, non abbia torto quando protesta che il primo scimunito di passaggio può denunciare il premier e costringerlo a difendersi anche da accuse assurde, impedendogli l’esercizio delle sue funzioni conferitogli dagli elettori. Ma questa è solo una faccia della verità. L’altra è che egli è stato ed è tuttora indagato o coinvolto in molteplici processi. Mi arrischio persino a credere, per amore di ogni possibile verità, che le indagini a suo carico siano tutte frutto delle delazioni di scimuniti, avvallate da giudici “comunisti”, che è, grosso modo, la sua opinione e la propria linea difensiva. Se pure le cose stessero così, mi sarebbe impossibile aderire al cosiddetto “processo breve” e a qualsivoglia “Lodo Berlusconi”, qui e ora. Perché l’urgenza di legiferare sul punto che siano sospesi i processi pendenti sul premier, dando priorità al mandato della maggioranza dei cittadini affinché esso governi, è stata dettata con tutta evidenza dalle accuse, giuste o ingiuste, che gli piovono sul capo qui e ora. Con la conseguenza che un principio democratico anche condivisibile, quello di una “sospensiva” dei processi per non inibire, a fini politici, il mandato degli elettori, oggi, legiferato mentre il premier è sotto processo e con effetto “salvifico” retroattivo, s’infrange fatalmente contro il principio sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.
Ha ragione Berlusconi: è intollerabile che, con una “scusa” giuridica, sia impedito al premier di assolvere al suo mandato. Ma è altrettanto ragionevole che sia democraticamente intollerabile un premier che governi gravato dal sospetto che, proprio grazie a quella carica, si sia sottratto alla giustizia.
Il sospetto è figlio del segreto.
Nel titolo ho giocato amaramente con l’art.1 della Costituzione, che, come tutti sappiamo, fonda la nostra Repubblica democratica sul “lavoro”. Il Lodo Berlusconi aggraverebbe il paradosso iniziale e la lunga notte di questi quarant’anni. La nostra diventerebbe una Repubblica non solo fondata sui segreti, pure sul ragionevole sospetto.
Ma come si può, in democrazia, arrivare a questa aberrante percezione del Paese? Questo è il punto. Uno che aveva 16 anni a Piazza Fontana, ci arriva, purtroppo, senza neppure essere troppo fazioso o apocalittico. È bastato tenere gli occhi aperti nel buio, come i gatti, attendendo un’alba che non è mai arrivata. Ma per chi non mi avesse ancora capito, faccio un esempio.
Oggi, per esempio, leggo “Il Fatto”. Un giornale che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, ma che se non ci fosse Berlusconi non sarebbe mai nato. (E già questa ci darebbe da pensare per altri quarant’anni). Dunque, “Il Fatto” oggi pubblica, su quattro paginoni, la sentenza del processo a Marcello Dell’Utri, braccio destro del nostro presidente del Consiglio negli anni in cui nacque la Fininvest. La madre di tutte le televisioni. Perché la definisco tale? Perché, anche grazie a Canale 5, Rete 4 e Italia 1, Berlusconi è diventato Presidente del Consiglio, e grazie a questa carica oggi può, di fatto, controllare le altre tre, se non proprio in tutto, in larga parte: Rai 1, Rai 2, Rai 3. Mentre -sia detto per democratico inciso- se alle ultime elezioni avesse vinto Veltroni, non avrebbe mai potuto controllare le reti Mediaset. Sarà ovvio, ma occorre ricordarlo, perché la nostra Repubblica è fondata sui segreti, sui sospetti, ma anche su una ben orchestrata confusione.
Dalla lettura della sentenza del processo Dell’Utri, molte cose le conoscevo già, altre no. Per esempio le riunioni fra Berlusconi e il capomafia di allora, Stefano Bontate. Non sto qui a menarvela con le inquietudini che a un italiano di mezza età sopravvengono alla scoperta, provata (ricordo che Dell’Utri è stato condannato a 9 anni) che il proprio presidente, non solo avesse assunto un mafioso come stalliere e consacratolo alla storia come “eroe”, ma che abbia elargito favori e denari a un’organizzazione criminale, come sostengono gli atti. Mi sono scandalizzato di ben altro. E di cosa, buon Dio? Mi sono scandalizzato che non lo sapessi ancora. Da 40 anni leggo una media di cinque quotidiani al giorno (da qualche tempo sei) non manco a un appuntamento con le edizioni serali di due o tre Tg, e ho seguito, con macabra, inesorabile puntualità, tutti i più grandi processi a “Porta a porta”.
Se Shakespeare fosse vivo e interessato ai fatti italiani come, ai suoi tempi, alle diatribe veronesi fra i Montecchi e i Capuleti, avrebbe forse scritto di Erika e Omar? Del delitto Meredith? Della mamma di Cogne? Da Bruno Vespa a Shakespeare, chiunque (giornalista o drammaturgo) non avrebbe potuto far altro che dedicarsi a questo “Romeo e Giulietta”, a questa tragica storia d’amore e sangue fra Stato e Mafia, a questo processo Dell'Utri che sembra una terribile fiaba. Il futuro Presidente del Consiglio che tratta con Stefano Bontate. Ma scherziamo?
Invece, silenzio. Ne parla Travaglio (ma si sa, è di parte). I giornali non possono tacerlo, ma certi particolari vengono sottaciuti, e quando mai gli si è data l’enfasi elargita a piene e sporche mani come per il caso Marrazzo, il presidente di una regione scoperto con un trans? Udite udite! Un trans! E del premier “attovagliato” (per usare il gergo di “Dagospia”) con il padrino della mafia degli anni Ottanta? Aumma aumma. La madre di tutte le televisioni tace (e lo credo). Le altre idem. Shakespeare è morto. Noi stiamo diventando vecchi e la sentenza a Dell’Utri è stata, di fatto, segretata, tranne che su “Il Fatto” di stamane. Non basta come esempio? Che cosa c’è di apocalittico nell’affermare che la nostra Repubblica è fondata sul segreto, sul sospetto e sull’omertà?
Pagheranno tutti quelli che oggi tacciono? Quelli che oggi ci impediscono di lavorare perché abbiamo il vizio, come i gatti, di tenere aperti gli occhi in questa lunga notte della Repubblica? Me lo auguro, non per giustizialismo, per giustizia. Viviamo sotto un regime mediatico da incubo. Un giorno sarà chiaro e verrà l’alba. Quel giorno non ci dicano che avevamo ragione. Continuino a stare zitti, è meglio.
(Roma, 9 Dicembre 2009)
Il Presidente si è poi rivolto ai familiari delle vittime, riunite in Prefettura, e ha detto loro: “Ho ammirazione per voi, continuate a operare con tenacia, passione civile, per alimentare la memoria collettiva e la riflessione.” Ha aggiunto: “Continuate ad operare per recuperare ogni elemento di verità possibile”. Anche qui non ho capito in che senso. Devo essere, davvero, molto ma molto invecchiato. Sono i familiari delle vittime che devono indagare? Sì, il nostro è uno Stato che fa cadere le braccia.
Infine, il Presidente della Repubblica fondata sul segreto, ha concluso: “Non tutto quello che è avvenuto nella nostra società è chiaro e limpido.”
Nonostante gli acciacchi degli anni, ne avevo il sospetto.
Poiché Napolitano è persona perbene, ha salutato le vittime del segreto, rincuorandoli: “Vi sarò sempre vicino.” Sono sicuro che sia stato sincero. Può bastare? No. Piazza Fontana è le Fosse Ardeatine della nostra generazione. Quell’eccidio, eseguito dalle truppe di occupazione tedesche a Roma, ebbe, come responsabile, l’ufficiale delle SS Herbert Kappler. Le “forze di occupazione” responsabili dell’eccidio di Piazza Fontana, invece, sono ancora fantasmi della notte della Repubblica. E se sull’impero di Carlo V “non tramontava mai il sole”, da noi, nell’impero del segreto, non sorgerà mai l’alba. Perché la verità è sempre scomoda e oscurarla conviene. Questo il pensiero omertoso, mafioso, del mio Paese. La lezione che ho appreso in quarant’anni. Ma siamo in tanti a chiedere giustizia, anche dei nostri destini deviati da questo ed altri segreti. Combatteremo sempre.
Passo di palo in frasca, come un italiano qualsiasi di mezza età. Chi lotta per la verità -dicevo- non può tirarsi indietro se essa è scomoda. Credo, di conseguenza, che il Presidente del Consiglio, Berlusconi, non abbia torto quando protesta che il primo scimunito di passaggio può denunciare il premier e costringerlo a difendersi anche da accuse assurde, impedendogli l’esercizio delle sue funzioni conferitogli dagli elettori. Ma questa è solo una faccia della verità. L’altra è che egli è stato ed è tuttora indagato o coinvolto in molteplici processi. Mi arrischio persino a credere, per amore di ogni possibile verità, che le indagini a suo carico siano tutte frutto delle delazioni di scimuniti, avvallate da giudici “comunisti”, che è, grosso modo, la sua opinione e la propria linea difensiva. Se pure le cose stessero così, mi sarebbe impossibile aderire al cosiddetto “processo breve” e a qualsivoglia “Lodo Berlusconi”, qui e ora. Perché l’urgenza di legiferare sul punto che siano sospesi i processi pendenti sul premier, dando priorità al mandato della maggioranza dei cittadini affinché esso governi, è stata dettata con tutta evidenza dalle accuse, giuste o ingiuste, che gli piovono sul capo qui e ora. Con la conseguenza che un principio democratico anche condivisibile, quello di una “sospensiva” dei processi per non inibire, a fini politici, il mandato degli elettori, oggi, legiferato mentre il premier è sotto processo e con effetto “salvifico” retroattivo, s’infrange fatalmente contro il principio sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.
Ha ragione Berlusconi: è intollerabile che, con una “scusa” giuridica, sia impedito al premier di assolvere al suo mandato. Ma è altrettanto ragionevole che sia democraticamente intollerabile un premier che governi gravato dal sospetto che, proprio grazie a quella carica, si sia sottratto alla giustizia.
Il sospetto è figlio del segreto.
Nel titolo ho giocato amaramente con l’art.1 della Costituzione, che, come tutti sappiamo, fonda la nostra Repubblica democratica sul “lavoro”. Il Lodo Berlusconi aggraverebbe il paradosso iniziale e la lunga notte di questi quarant’anni. La nostra diventerebbe una Repubblica non solo fondata sui segreti, pure sul ragionevole sospetto.
Ma come si può, in democrazia, arrivare a questa aberrante percezione del Paese? Questo è il punto. Uno che aveva 16 anni a Piazza Fontana, ci arriva, purtroppo, senza neppure essere troppo fazioso o apocalittico. È bastato tenere gli occhi aperti nel buio, come i gatti, attendendo un’alba che non è mai arrivata. Ma per chi non mi avesse ancora capito, faccio un esempio.
Oggi, per esempio, leggo “Il Fatto”. Un giornale che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, ma che se non ci fosse Berlusconi non sarebbe mai nato. (E già questa ci darebbe da pensare per altri quarant’anni). Dunque, “Il Fatto” oggi pubblica, su quattro paginoni, la sentenza del processo a Marcello Dell’Utri, braccio destro del nostro presidente del Consiglio negli anni in cui nacque la Fininvest. La madre di tutte le televisioni. Perché la definisco tale? Perché, anche grazie a Canale 5, Rete 4 e Italia 1, Berlusconi è diventato Presidente del Consiglio, e grazie a questa carica oggi può, di fatto, controllare le altre tre, se non proprio in tutto, in larga parte: Rai 1, Rai 2, Rai 3. Mentre -sia detto per democratico inciso- se alle ultime elezioni avesse vinto Veltroni, non avrebbe mai potuto controllare le reti Mediaset. Sarà ovvio, ma occorre ricordarlo, perché la nostra Repubblica è fondata sui segreti, sui sospetti, ma anche su una ben orchestrata confusione.
Dalla lettura della sentenza del processo Dell’Utri, molte cose le conoscevo già, altre no. Per esempio le riunioni fra Berlusconi e il capomafia di allora, Stefano Bontate. Non sto qui a menarvela con le inquietudini che a un italiano di mezza età sopravvengono alla scoperta, provata (ricordo che Dell’Utri è stato condannato a 9 anni) che il proprio presidente, non solo avesse assunto un mafioso come stalliere e consacratolo alla storia come “eroe”, ma che abbia elargito favori e denari a un’organizzazione criminale, come sostengono gli atti. Mi sono scandalizzato di ben altro. E di cosa, buon Dio? Mi sono scandalizzato che non lo sapessi ancora. Da 40 anni leggo una media di cinque quotidiani al giorno (da qualche tempo sei) non manco a un appuntamento con le edizioni serali di due o tre Tg, e ho seguito, con macabra, inesorabile puntualità, tutti i più grandi processi a “Porta a porta”.
Se Shakespeare fosse vivo e interessato ai fatti italiani come, ai suoi tempi, alle diatribe veronesi fra i Montecchi e i Capuleti, avrebbe forse scritto di Erika e Omar? Del delitto Meredith? Della mamma di Cogne? Da Bruno Vespa a Shakespeare, chiunque (giornalista o drammaturgo) non avrebbe potuto far altro che dedicarsi a questo “Romeo e Giulietta”, a questa tragica storia d’amore e sangue fra Stato e Mafia, a questo processo Dell'Utri che sembra una terribile fiaba. Il futuro Presidente del Consiglio che tratta con Stefano Bontate. Ma scherziamo?
Invece, silenzio. Ne parla Travaglio (ma si sa, è di parte). I giornali non possono tacerlo, ma certi particolari vengono sottaciuti, e quando mai gli si è data l’enfasi elargita a piene e sporche mani come per il caso Marrazzo, il presidente di una regione scoperto con un trans? Udite udite! Un trans! E del premier “attovagliato” (per usare il gergo di “Dagospia”) con il padrino della mafia degli anni Ottanta? Aumma aumma. La madre di tutte le televisioni tace (e lo credo). Le altre idem. Shakespeare è morto. Noi stiamo diventando vecchi e la sentenza a Dell’Utri è stata, di fatto, segretata, tranne che su “Il Fatto” di stamane. Non basta come esempio? Che cosa c’è di apocalittico nell’affermare che la nostra Repubblica è fondata sul segreto, sul sospetto e sull’omertà?
Pagheranno tutti quelli che oggi tacciono? Quelli che oggi ci impediscono di lavorare perché abbiamo il vizio, come i gatti, di tenere aperti gli occhi in questa lunga notte della Repubblica? Me lo auguro, non per giustizialismo, per giustizia. Viviamo sotto un regime mediatico da incubo. Un giorno sarà chiaro e verrà l’alba. Quel giorno non ci dicano che avevamo ragione. Continuino a stare zitti, è meglio.
(Roma, 9 Dicembre 2009)






Commenti
E' inutile ricordarsi che "non vinceranno". Hanno già vinto. Dal primo proiettile sparato, dal primo grano di polvere esplosa, dalla prima parola d'odio, la nostra è una rincorsa al fotofinish. Talvolta è una questione di centimetri; nella gran parte dei casi si assiste - muti e allibiti - alla fuga in avanti di chi non ha remore e non si volta mai indietro.
Suturare queste ferite è un compito ingrato. Senza riflettori, sponsor, parole di incoraggiamento. Un mestiere da perdenti. A ricordarcelo ogni giorno sono gli stessi uomini scelti e sicuri che ragionano seguendo la logica del male minore. I sorridenti ambasciatori del caos.
Noi - quel noi allargato che racchiude tutta la società civile - possiamo solo vigilare e correre. Rosicchiando passo dopo passo quell'infinito baratro che segna la distanza tra essere belve o uomini.
Il primo ex comunista della storia repubblicana che andava a sedersi sulla poltrona che fu di Mario Scelba, infatti, tenne a dire prima di tutto che "NON SONO VENUTO A SEDERMI QUI PER APRIRE GLI ARMADI"..cosicché tutti coloro che probabilmente potevano avere un tantino il fiato sospeso, tirarono un sospiro di sollievo dando il benvenuto "in famiglia" a colui che poi sarebbe diventato il presidente della Repubblica attuale. Converrai, caro Diego, che sentire il Presidente che invita tutti "a non dimenticare la lezione" (in effetti la lezione fu indimenticabile, non c’è che dire) e i familiari a continuare “ad operare per recuperare ogni elemento di verità possibile”, mi induce necessariamente a rivoltare come un calzino il suo invito per chiedergli come mai Egli non ritenesse, di dover "recuperare ogni elemento di verità possibile" da una postazione privilegiata, quale la poltrona del Viminale, dalla quale quegli elementi potevano senz'altro essere autorevolmente recuperati invece di sottrarsi prontamente rassicurando tutti da ogni timore di cambio di rotta e arrivando incolume ai giorni nostri sostanzialmente a dire ai superstiti di quella ormai nota come “strage Stato” semplicemente “cazzi vostri”.
Sui "cassetti" del Viminale lessi che, i pochi ministri che li aprirono, li trovarono vuoti. E' come se certe verità interessino solo ai parenti delle vittime e a pochi altri "inopportuni" curiosi.
Qualsiasi Lodo creerà, a priori, vittime che non saranno risarcite dallo Stato del quale sono cittadini.
Qualsiasi Lodo è, a priori, Incostituzionale per questo motivo. A prescindere da considerazioni sulla necessaria protezione di alcune Figure Istituzionali da Golpe Processuali.
Ma quale seconda repubblica?
Solo il proseguo di situazioni orrende e demenziali
stragi di sangue e segreti di stato.
Non può esserci un nuovo che non nasca dalla e nella luce.
Io vedo dei carrozzoni colorati che si richiamano a valori di destra di sinistra..
e poi osservo che ciò che appare disunito ad occhio miope è invece compatto omogeneo incompetente triviale scadente scorretto decadente.
Che scenario vergognoso indecente groviglioso e vuoto!
Il nuovo un vuoto che se colmato diviene luogo,
un luogo spazio mio fuso col tuo,
comunione di intenti e pensieri che divengono comunità.
Casa vostra cosa nostra?
Ma smettetela di imbrattarci con fango piscio e sangue!
Casa nostra una repubblica dove a regnare è il noi con le sue cose più pulite.
Resistenza è pulirci intanto dentro.
Resistenza è continuare a tenere aperti gli occhi in questa lunga notte.
Grazie fuochista, grazie invisibili.
Ormai stò diventando paranoico, e mi sembra che tutto quello che succede sia falso o orchestrato, e mi rendo conto che quello che mi stà succendendo è terribile. Ho paura che a forza di vedere tutto falso, mi sembrerà falsa anche la mia stessa vita, mossa magari da qualche burattinaio che alcuni chiamano destini, altri dio, altri caso. A volte penso davveroche sia così, ed è un casino, perche mi rendo conto che è un bell'alibi per le mie azioni, soprattutto per quelle sbagliate o meschine.
Penso anche che è un bel modo per lavarsi la coscianza di non avere il coraggio di fare certe scelte. A volte credo che anche i grandi burattinai (capi di stato, politici, massoni, ecc ecc) altro non siano che anche loro burattini nelle mani di burattinai ben più grandi. A volte a guardare il mondo mi sembra di essere tornati ai tempi dell'antica gracia e delle divinità che sgridavano o punivano gli uomini a loro piacimento. Io tempo che i segreti di stato non siano i segreti d'italia, ma i segreti del mondo, che ovunque sia cosi.
E mi fa tristezza sapere e pensare che questi grandi segreti siano racchiusi ormai nelle menti di ormai ultra ottantenni che ancora reggono le fila del loro potere sul "sapeste quante cose potrei dire ma non dico"..penso agli andreotti...ai cossiga...ai d'alema... e provo rabbia nel capire che sono soggetti come questi che mi hanno ridotto così, a non aver più fiducia in niente e a non sentire più nemmeno mia la mia vita.
Sogni, utopie. In un tempo in cui i supermercati esondano di merci allettanti da comprare; i ragazzi, che con tutto il benessere di cui dispongono, dovrebbero essere almeno coscienti che è stato possibile grazie al sacrificio dei loro avi e che invece oggi la massa di ignoranti è forse maggiore dei tempi in cui l'analfabetismo era una piaga. E le prove sono quelle psudo interviste fatte in talune trasmissioni un cui le risposte sono: " ...a ... la strage di Piazza Fontana ? Sì, quella in cui hanno ucciso Aldo Moro".
Cosa aspettarsi di più ? Quello che più mi fa paura è che la berlusconite è una malattia senza vaccino. Mi spiace contraddire Indro Montanelli. Ma se in treno, al bar, in piazza o dovunque tu vada, la gente è disperata se non arriva a fine mese ma non sa rinunciare all'abbonamento a SKY cosa possiamo fare?