La “presa della Gillette” ovvero
rivoluzione di un pelo da barba
Da 42 anni ogni mattina mi faccio la barba. Nel 1967, infatti, avevo 14 anni, età del primo, invasivo, pelo. Da allora mi sono rasato all’incirca 15.300 volte, con disappunto crescente, essendo, il farsi la barba, l’ultimo gesto che precede l’uscita da casa, quindi, almeno simbolicamente, l’atto inaugurale di quella che si rivelerà una magnifica o pessima giornata.
In una lametta c’è quanto di meglio o di peggio un uomo si possa augurare: amore e morte. Un bel viso fresco o una gola recisa.
“Disappunto crescente”, dicevo. Mi spiego subito. In oltre quarant’anni le lamette da barba hanno compiuto passi da gigante e altrettanti rinculi da gambero. Tecnologicamente si sono affilate ed evolute come se, per una banale esecuzione alla ghigliottina, si fosse passati da un boia a dodici, tutti e dodici contemporaneamente dedicati a decapitarti con la massima puntualità e precisione possibile. Non c’è peletto, il più imberbe e schivo, che la pubblicità non prometta di recidere con chirurgica e millimetrica infallibilità. Il passo del gambero è stato -se possibile- ancora più devastante. Se nel 1967 con la stessa lametta da due lire potevi andare avanti quasi una settimana, nel 2009 con una multilama di prezzo esorbitante, già alla seconda rasatura è come ti fossi grattato la barba con le unghie, non serve, toglie solo il prurito, è da buttare.
In questo banale esempio è racchiusa tutta la “barbarie” del mondo contemporaneo e la prima causa d’infelicità del cittadino appena sveglio. Il colpo gobbo non consiste tanto nel produrre lame eccellenti, quanto nell’alitarvi la durata della vita di una farfalla. Nel fare in modo, cioè, che una lametta nata al mattino tiri le cuoia al tramonto, dimodoché noi se ne usi una se non due al giorno, quando quarant’anni fa ne bastava una a settimana. Tutto questo per arricchire le multinazionali della decapitazione dei peli e impoverire i portatori di peli medesimi, incupendoli dal primo mattino. Perché di una cosa si dovranno occupare gli storici per interpretare questi anni grevi: di come ci si sentiva fottuti già appena alzati. L’unica soluzione rivoluzionaria possibile, come nel 1789, sarebbe quindi “la presa della Gillette”.
La Gillette, infatti, detiene circa il 75% del mercato del taglio della barba e da questa posizione monopolizza i peli mondiali e l’infelicità maschile, producendo lame sempre più sofisticate ma più caduche. Facile prevedere che, fra quarant’anni, i nostri figli disporranno di rasoi da 77 lame con I-pod incorporato per il karaoke, che dureranno il tempo di una canzone fischiettata allo specchio: due minuti e trenta. Poi si dissolveranno nell’aria come una bolla di sapone per non inquinare l’ambiente. Ma per i ricambi toccherà spendere l’equivalente di dieci confezioni formato famiglia di caviale Beluga.
C’è un modo per porre fine a questo scempio, che non sia quello spicciolo di decapitare tutti i tecnici, gli ingegneri e i manager della Gillette con sette ghigliottine a testa? Credo di sì. Denunciamoli al Tribunale dei Diritti dell’Uomo. Radersi a questi prezzi, infatti, equivale a una tassa sul respiro o a un’imposta sul sedersi: è infame. Da una lametta inservibile il giorno dopo all’abuso di psicofarmaci, il passo è breve. Basta srotolare fra l’una e gli altri un rotolone Regina. Le carte igieniche non sono affatto infinite checché ne dica la pubblicità. La più grande rapina del secolo. La madre di tutte le infelicità del nostro tempo. Abolita lei, la televisione, produttrice di innumerevoli altre infelicità, grazie a queste rapine ai nostri danni, crollerebbe come un castello di sabbia. Gli uomini-sciocchezza tornerebbero nello sciocchezzaio. Le lamette a durare una settimana. Noi a sorridere.
220 anni dopo la rivoluzione francese, “la presa della Gillette” darebbe l’avvio a una salutare rivoluzione mondiale. Magari con il supporto della “rivolta delle cerette” del mondo femminile. I nuovi Che Guevara non sarebbero più “barbudos”. E anche i nostri peli si sveglierebbero di ottimo umore. Morire, per loro come per noi, è normale. Per i credenti: divino. Ma vivere e poi morire per arricchire i produttori di lamette o rotoli di carta igienica, è diabolico.
rivoluzione di un pelo da barba
Da 42 anni ogni mattina mi faccio la barba. Nel 1967, infatti, avevo 14 anni, età del primo, invasivo, pelo. Da allora mi sono rasato all’incirca 15.300 volte, con disappunto crescente, essendo, il farsi la barba, l’ultimo gesto che precede l’uscita da casa, quindi, almeno simbolicamente, l’atto inaugurale di quella che si rivelerà una magnifica o pessima giornata.
In una lametta c’è quanto di meglio o di peggio un uomo si possa augurare: amore e morte. Un bel viso fresco o una gola recisa.
“Disappunto crescente”, dicevo. Mi spiego subito. In oltre quarant’anni le lamette da barba hanno compiuto passi da gigante e altrettanti rinculi da gambero. Tecnologicamente si sono affilate ed evolute come se, per una banale esecuzione alla ghigliottina, si fosse passati da un boia a dodici, tutti e dodici contemporaneamente dedicati a decapitarti con la massima puntualità e precisione possibile. Non c’è peletto, il più imberbe e schivo, che la pubblicità non prometta di recidere con chirurgica e millimetrica infallibilità. Il passo del gambero è stato -se possibile- ancora più devastante. Se nel 1967 con la stessa lametta da due lire potevi andare avanti quasi una settimana, nel 2009 con una multilama di prezzo esorbitante, già alla seconda rasatura è come ti fossi grattato la barba con le unghie, non serve, toglie solo il prurito, è da buttare.
In questo banale esempio è racchiusa tutta la “barbarie” del mondo contemporaneo e la prima causa d’infelicità del cittadino appena sveglio. Il colpo gobbo non consiste tanto nel produrre lame eccellenti, quanto nell’alitarvi la durata della vita di una farfalla. Nel fare in modo, cioè, che una lametta nata al mattino tiri le cuoia al tramonto, dimodoché noi se ne usi una se non due al giorno, quando quarant’anni fa ne bastava una a settimana. Tutto questo per arricchire le multinazionali della decapitazione dei peli e impoverire i portatori di peli medesimi, incupendoli dal primo mattino. Perché di una cosa si dovranno occupare gli storici per interpretare questi anni grevi: di come ci si sentiva fottuti già appena alzati. L’unica soluzione rivoluzionaria possibile, come nel 1789, sarebbe quindi “la presa della Gillette”.
La Gillette, infatti, detiene circa il 75% del mercato del taglio della barba e da questa posizione monopolizza i peli mondiali e l’infelicità maschile, producendo lame sempre più sofisticate ma più caduche. Facile prevedere che, fra quarant’anni, i nostri figli disporranno di rasoi da 77 lame con I-pod incorporato per il karaoke, che dureranno il tempo di una canzone fischiettata allo specchio: due minuti e trenta. Poi si dissolveranno nell’aria come una bolla di sapone per non inquinare l’ambiente. Ma per i ricambi toccherà spendere l’equivalente di dieci confezioni formato famiglia di caviale Beluga.
C’è un modo per porre fine a questo scempio, che non sia quello spicciolo di decapitare tutti i tecnici, gli ingegneri e i manager della Gillette con sette ghigliottine a testa? Credo di sì. Denunciamoli al Tribunale dei Diritti dell’Uomo. Radersi a questi prezzi, infatti, equivale a una tassa sul respiro o a un’imposta sul sedersi: è infame. Da una lametta inservibile il giorno dopo all’abuso di psicofarmaci, il passo è breve. Basta srotolare fra l’una e gli altri un rotolone Regina. Le carte igieniche non sono affatto infinite checché ne dica la pubblicità. La più grande rapina del secolo. La madre di tutte le infelicità del nostro tempo. Abolita lei, la televisione, produttrice di innumerevoli altre infelicità, grazie a queste rapine ai nostri danni, crollerebbe come un castello di sabbia. Gli uomini-sciocchezza tornerebbero nello sciocchezzaio. Le lamette a durare una settimana. Noi a sorridere.
220 anni dopo la rivoluzione francese, “la presa della Gillette” darebbe l’avvio a una salutare rivoluzione mondiale. Magari con il supporto della “rivolta delle cerette” del mondo femminile. I nuovi Che Guevara non sarebbero più “barbudos”. E anche i nostri peli si sveglierebbero di ottimo umore. Morire, per loro come per noi, è normale. Per i credenti: divino. Ma vivere e poi morire per arricchire i produttori di lamette o rotoli di carta igienica, è diabolico.






