Movimento degli Invisibili

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L'eterno smacco

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Questo è il caso di F. che si uccise in un sabato di maggio. Scelse la primavera inoltrata per togliersi il minimo dubbio: si può soffrire anche in una tiepida sera, in un parco azzurrino, nel dolce chiasso degli uccelli, quando tutto ci parla d’amore. F. era un uomo coerente e non dimenticò di rivolgersi la domanda avversa: sei meritevole di suicidio? Con meritevole intendeva questo: stai attraversando un periodo oscuro e senza sbocchi, tanto grigio e gelido da non poterti augurare di meglio che la morte? Naturalmente no, non c’è mai nulla di straordinario al mondo, neppure nel dolore si è dei privilegiati o degli eletti. La disperanza di F., sia pure estrema, era al contempo estremamente banale: era solo, disoccupato e senza amore, con poco denaro in tasca e molti ricordi che gli morsicavano il cuore. Era caduto senza riuscire a rialzarsi, tutto qui. Ci aveva provato per mesi, ora era esausto, basta. Si sarebbe eternamente sottratto a quel dolore che gli ronzava attorno come una mosca insolente. Togliersi la vita non è altro che questo: scacciare via da sé l’insistente persecuzione di una mosca che ce la rende amara.
Tutto si chiarì in quel colpo di pistola. Il bosco stralunò e il corpo si estinse. F. assaporò l’impeccabile felicità di chi non conosce dolore. Si vide accovacciato in posizione fetale sopra quel cantuccio di foglie, e non se ne rammaricò. Sia pure invisibile, era fulgido e vivo. Stava per tornarsene a casa o per i fatti propri, lungo sentieri d’inedita penombra stellare, quando una morsa ferrea lo trattenne accanto alle sue spoglie, come un gigante che ti strizzi il cuore. Si accorse di tutte le alternative che la vita gli avrebbe gettato fra i piedi come un prodigo sparge monete sulla folla. Quello che fino a un istante prima di suicidarsi non riusciva neppure a concepire, gli apparve in disarmante evidenza. La porta dell’ufficio dove si era dimenticato di bussare, lo sguardo di quella signora a cui si era sottratto, il biglietto che suo figlio gli aveva lasciato sotto il cuscino con su scritto “ti voglio bene”. Un tremendo ronzio lo circondò come un esercito beffardo. E un dolore infinito lo punse, perché capì di non avere più scampo. Era una mosca immortale. L’eterno smacco.