Mi è stato chiesto di dare una testimonianza delle tragiche situazioni verificatesi a Rosarno, in quanto facente parte dell’Osservatorio migranti e per aver vissuto in prima persona quei giorni.
Per cercare di essere abbastanza chiaro ho strutturato il mio intervento in tre fasi:
- Racconto di quei giorni
- Analisi socio/economico/politica dei luoghi
- Le mie considerazioni
Racconto di quei giorni
Il pomeriggio del 7 gennaio vengo chiamato da Giuseppe, un altro componente dell’Osservatorio che, a differenza di me, vive a Rosarno. Mi dice: “Michele, hanno sparato a uno dei ragazzi africani che vive alla fabbrica ed è stato ricoverato all’ospedale di Gioia Tauro.”
Mi precipito lì dove, oltre a Giuseppe, trovo due poliziotti e i ragazzi di Medici Senza Frontiere che in quei giorni stavano operando sul territorio.
Il ragazzo ferito, Aiyva del Togo, dopo la giornata di lavoro era andato a comprarsi da mangiare e lungo la statale 18, che collega Rosarno a Gioia Tauro, è stato sparato all’altezza del pube con un’arma ad aria compressa da balordi a bordo di un Suv. Fortunatamente, due paia di jeans che aveva addosso per ripararsi dal freddo, gli hanno limitato i danni. Ma, nel suo volto, gli si leggeva lo stesso il dolore e non certo quello provocato dai piombini, ma ben altro…
Dopo aver pianificato alcune cose con Medici Senza Frontiere e la polizia, mi accingo a riportare al loro dormitorio nella fabbrica Eric e Juba, che avevano accompagnato in ospedale il ragazzo ferito. La fabbrica, che in origine doveva essere una raffineria di olio, venne costruita dalla Regione Calabria negli anni ’70, ma non entrò mai in funzione. Lascio i due ragazzi lì, invitandoli di effondere negli altri ragazzi la calma, perché la polizia ci avrebbe dato sicuramente una mano per scoprire i balordi cacciatori di uomini neri.
Ma, nel giro di mezz’ora, ci arriva la notizia che a nord del paese, nell’altra “bidonville”, la Rognetta, seconda fabbrica dismessa, altri ragazzi erano stati colpiti dalla stessa mano. Con Giuseppe ci precipitiamo in quel posto dove, però, era già iniziata la rivolta. Nonostante la tensione e le urla “Italiani Razzisti”, entriamo e cerchiamo di capire cosa fosse successo. Troviamo Musa, uno dei più anziani, del Gambia, il quale ci dice che a poche centinaia di metri da lì alcuni ragazzi, che erano andati anche loro a far la spesa, erano stati sparati da un'auto in corsa. Quanti ne erano stati feriti non si capiva. Allora insieme a Musa e ad un altro ragazzo africano, amico di uno dei feriti, usciamo dalla Rognetta e cerchiamo di capire in quale ospedale fossero stati portati.
Dopo una serie di telefonate, riusciamo a capire che l’ospedale è quello di Polistena. In mezz’ora ci precipitiamo lì, di ragazzi feriti ce n’è solo uno, Jacuba, anche lui colpito dalla stessa arma, però ad un fianco e per fortuna non riportava lesioni gravi. Naturalmente, parlo del dolore fisico, ma nei suoi occhi ho visto la stessa rabbia, la stessa incredulità e la stessa tristezza del ragazzo ferito che avevo incontrato prima.
Mentre eravamo all’ospedale di Polistena i nostri telefoni erano un continuo squillare. Gente che chiedeva informazioni, gente che ci informava di quello che stava accadendo per le strade di Rosarno. Il paese era inaccessibile, sembra che le forze dell’ordine avessero bloccato tutte le strade e che “l’uomo nero” stesse distruggendo tutto quello che incontrava per strada.
In nottata, quando le notizie che ci pervenivano davano una situazione più tranquilla, lasciamo l’ospedale e ci dirigiamo verso il luogo della rivolta. Prima portiamo Musa ed il suo amico nei pressi della Rognetta, poi io accompagno Giuseppe su in paese, dove abita insieme alla madre.
Lungo il tragitto, lo scenario era surreale: tante vie erano state devastate, lungo le strade c’era di tutto, alcune erano intransitabili, intere file di macchine ammaccate e con i vetri sfondati.
Lascio Giuseppe e la sua preoccupazione davanti al suo portone e mi dirigo pure io verso casa. Ma, il mio pensiero era uno solo e non riesco a non ritornare alla fabbrica dove c’era stato il primo ferimento. Incamminandomi, però, trovo la strada bloccata ed in lontananza si vedevano tante lampeggianti e diverse macchine in fiamme. La rivolta si era spostata lì ed è durata tutta la notte. A questo punto, capii che la mia presenza non serviva più a nulla ed un grande senso di impotenza mi travolse. Così, presi la strada per casa, ma per tutta la notte non riuscii a dormire…
L’intera giornata successiva la trascorsi sulle strade di Rosarno, fisicamente da solo, ma in contatto telefonico con tantissime persone. Giuseppe, purtroppo, si era dovuto nascondere. Lui era molto esposto in paese in quanto, solo perché si rendeva utile per questa povera gente, era stato subito visto come il cospiratore di questa rivolta. Ho cercato di mediare con i ragazzi ancora in rivolta e di collaborare con le forze dell’ordine che, ancora il giorno dopo, stentavano ad arrivare. Ho accompagnato qualche amico giornalista nei luoghi di distruzione, ho sentito qualche mio amico bianco di Rosarno che mi raccontava gli accaduti. Ma, soprattutto nella tarda mattinata, ho vissuto momenti di pura Paura quando ho iniziato a vedere diversi gruppi di uomini bianchi armati di spranghe e bastoni alla disperata ricerca del “nero” da picchiare e donne che dai balconi urlavano: “Ammazzateli ammazzateli”.
Ma, oltre che dalla paura, venivo colto dal solito grande senso d’impotenza.
Il giorno dopo, ancora, abbiamo cercato di convincere tutti i ragazzi oramai rinchiusi dentro la bidonville dell’Esac, di andare via, perché per loro era molto pericoloso. Tanti ne erano convinti, ma tanti altri non sapevano dove andare e molti non volevano partire perché ancora dovevano essere pagati. Allora, ci siamo fatti dare i numeri di telefono dei loro datori di lavoro, alcuni hanno risposto e sono venuti a portare i soldi, altri sono stati irraggiungibili per tutta la giornata.
Ci siamo sentiti un po’ complici di quella che, sotto alcuni aspetti, è sembrata una deportazione di massa. Ma abbiamo ritenuto che in quel momento fosse l’unica cosa da fare. Circa 1200 ragazzi sono saliti sui pullman e smistati tra Crotone e Bari.
Però almeno un centinaio, sparsi nei casolari di campagna, siamo riusciti con le nostre macchine ad accompagnarli la sera ai treni e a farli partire “liberi” e di questo ne siamo veramente orgogliosi…
Analisi socio/economica e politica
Per poter capire alcune situazioni, a volte incomprensibili per chi non è del posto, bisogna innanzitutto dire che stiamo parlando di avvenimenti accaduti in un territorio che interessa tre comuni: Rosarno, Gioia Tauro e San Ferdinando. Si tratta di tre comuni dove le amministrazioni comunali sono state sciolte per infiltrazioni mafiose. Tre comuni dove regnano le famiglie ‘ndranghetiste/mafiose più potenti in assoluto. Quindi, un territorio con centinaia di affiliati mafiosi. In questo territorio, nei primi anni ’90, il nostro governo, i nostri uomini politici che fanno? Estirpano centinaia di ettari di clementine per costruire uno dei più grandi porti del Mediterraneo. Quindi, aprono una strada immensa per tutti i traffici di questi signori. Tutti siamo consapevoli di cosa arriva e cosa parte dai porti.
La piana di Gioia Tauro era un territorio rigoglioso dove, oltre alle clementine, regnavano degli ulivi secolari. Un territorio dove, se qualcuno si fosse interessato seriamente allo sviluppo del posto, l’agricoltura ed il turismo avrebbero potuto rappresentare il volano per queste terre. Invece, oltre al porto e alla costruzione di un’area industriale con decine di fabbriche, che dopo aver usufruito dei finanziamenti della legge 488 hanno chiuso, hanno costruito un inceneritore, una centrale a turbogas, uno dei più grandi depuratori mal funzionante. Ci sono progetti per altre centrali a turbogas, centrali a biomasse, mega discariche e, come ciliegina sulla torta, un bel rigassificatore che, oltre ai tanti rischi che potrebbe apportare, abbasserebbe la temperatura delle acque del mare circostanti di ben 5 gradi.
Hanno devastato un territorio ed hanno dato linfa vitale a tutte le famiglie mafiose. In questi territori, questi intrecci mafiosi hanno prodotto uno stato di paura nella popolazione, creando una cappa di omertà che a volte ti fa mancare l’aria.
Questo è quello che si respira a Rosarno.
L’esempio emblematico è personificato da quei ragazzi che, alla manifestazione voluta dalla popolazione un paio di giorni dopo per dire al mondo intero che Rosarno non è razzista, avevano preparato uno striscione contro la mafia. Beh, intimoriti ed impauriti dagli abitanti stessi, sono stati costretti ad arrotolarlo.
E allora rifletto: se i giovani non riescono a trovare il coraggio di liberarsi da queste catene, in quel posto non ci sarà mai alcuna speranza per nessun futuro. L’economia del posto era prettamente agricola, centinaia di ettari di agrumi tra mandarini, arance e tant’altri di ulivi. Le politiche comunitarie e gli aiuti dati in maniera sbagliata, e mai seriamente vigilati, hanno devastato l‘agricoltura in modo che, oggi, i contadini sono costretti a lasciare marcire i frutti sulle piante, perché il prezzo di mercato oscilla tra i 5 ed i 15 centesimi al kg.
Quindi, tanti di questi migranti arrivati qui per questi lavori stagionali, si son trovati senza la possibilità di riuscire a guadagnare neanche quelle misere 25 euro al giorno. A questo si aggiunge un numero sempre maggiore di ragazzi africani che negli ultimi tempi sono arrivati qua, frutto della crisi economica del ricco Nord Italia. Ragazzi che, prima lavoravano nelle fabbriche di Verona, di Treviso, di Brescia, di Torino, si son trovati licenziati senza sapere più dove andare. E quindi, come ultima spiaggia hanno scelto le bidonville di Rosarno.
Le inadeguatezze sociali diverse per ognuna di queste realtà si sono incontrate e scontrate: ecco la scintilla che ha dato origine alla deflagrazione da parte di alcuni balordi.
Le mie considerazioni
Mi azzardo ad esprimere i miei personali pensieri su tutto quello che è accaduto e sulla situazione che questo paese sta vivendo.
Oggi, in Italia siamo governati da uomini, che forse hanno dimenticato il passato, hanno rimosso che anche noi siamo stati, ed ancora lo siamo, un popolo di migranti. Hanno coniato una legge (Bossi/Fini) che è uno schiaffo all’umanità, una vergogna. Il solo considerare “clandestino” un essere che fugge dalla miseria e dalle guerre civili è ignobile.
Il trattato Italia/Libia è vergognoso. Foraggiare il colonnello col patto di occuparsi lui stesso di queste povere anime e senza minimamente chiedersi cosa fa il governo libico a questa povera gente, è VERGOGNOSO. E mi vergogno anche quando sento le dichiarazioni del ministro Maroni che afferma che questi avvenimenti sono stati causati dalla nostra eccessiva tolleranza. Finché l’Unione Europea, l’ONU, l’intero mondo Occidentale non si adopereranno seriamente per risolvere i problemi di questi nostri fratelli nei loro paesi, le migrazioni non cesseranno mai. Ed i fatti come Rosarno continueranno a ripetersi anche in posti meno malavitosi, si espanderanno ovunque.
Concludo citando alcuni versi di uno tra i maggiori poeti Calabresi, costretto anche lui a lasciare la propria terra, Franco Costabile nel Canto dei Nuovi Migranti:
Siamo
i marciapiedi
più affollati.
Siamo
i treni
più lunghi
Siamo
le braccia
le unghie d’Europa.
Il sudore Diesel.
Siamo
il disonore
la vergogna dei governi.
Il Tronco
di quercia bruciata
il monumento al Minatore Ignoto
Siamo
un’altra volta
la fantasia
degli Dei
Milioni di macchine
escono targate Magna Grecia.
Noi siamo
le giacche appese
Nelle baracche nei pollai d’Europa.
Addio,
terra.
Salutiamo,
è ora.





