Se l’Academy un giorno mi chiedesse di assegnare gli Oscar al film della mia vita, non avrei dubbi sul personaggio cui spetterebbe, di diritto, quello come miglior attore non protagonista. Il suo nome è Alì, Alì dagli occhi neri.
Per anni mi sono chiesto «se fosse vivo ancora oggi, Pasolini, chi è che amerebbe di più in questo popolo reso irriconoscibile dal male che lui stesso aveva demonizzato? Chi sono oggi gli umili, le persone semplici che “possibilmente non abbiano fatto neppure la quarta elementare”, i sottoproletari, gli esponenti del terzo mondo?». Ogni volta mi rispondo «non sarebbero italiani, ma quel vasto ceto d’invisibili incastrati nel paradosso – ereditato dai paradossi burocratici del Ventennio – di non poter avere il permesso di soggiorno senza un lavoro, né un lavoro senza il permesso di soggiorno». Sarebbero quelli che s’inventano un lavoro, che stanno in piedi dieci ore al freddo ai semafori, e si prendono un sorriso e una moneta ogni dieci «va’ a quel paese». Le migliaia di vittime di una xenofobia dilagante, cavalcata da un presidente che dichiara che senza di loro ci sarebbero meno crimini; un presidente, esponente di una classe che ha ridotto in bancarotta il nostro paese, deturpandolo paesaggisticamente e antropologicamente, in modo irreversibile.
Io, quelli che incontro nei miei percorsi, li conosco tutti. E tutti per nome. E ciascuno di loro mi racconta la propria storia, in pillole, tra il rosso e il verde del semaforo. Io li amo, per questa loro lotta, per questa speranza che si stempera in un sorriso, e che il mio popolo ha perso da un pezzo; loro amano me, perché nel mio sguardo si sentono uguali a me (e in un certo senso lo sono, anch’io nel mio piccolo sono vittima di un paradosso: qui non si può essere liberi, privi di compromessi, e lavorare). Li conosco per nome, dicevo. Malèk in questi giorni è imbacuccato con una sciarpaccia; ha un viso da bravo ragazzo, una pelle che sarebbe perfetta se non fosse esposta alle intemperie; non saprei scrivere il nome della moglie e del figlio, ma me ne parla spesso; sta al semaforo sulla Colombo, di fronte alla Fiera di Roma; quando si rivolge a me, per tre quarti dei suoi discorsi, non fa che chiamarmi “Amico”. Muhamàd Sultàn è più introverso, ma non appena lo chiamo per nome scoppia in una gran risata; penso di essere l’unico a chiamarlo per nome, a parte la sua famiglia; spesso mi ripete di aver perso tutti, di avere solo una moglie e dei figli, e nessuno che l’aiuta; e appunto, il paradosso di cui dicevo, di non poter lavorare e avere il permesso perché l’uno implica l’obbligo dell’altro. Muhamàd Sultàn serve al semaforo della Colombo, ma dall’altro lato, dalla parte della Regione Lazio (presidiata dai trans, l’unico palazzo della regione al mondo che ha questo tipo di guardie notturne); è riconoscibile perché porta un turbante improvvisato e una maglietta con su scritto “Vù lavà day – Immigrato acqua e sapone”.
Il personaggio cui sono più legato, però, è Alì dagli occhi neri. Io lo adoro, confesso, per questioni filmiche. Mi ricorda Peter Sellers in "Hollywood Party". E in effetti, pur essendo pakistano e non indiano, ha quella stessa espressione negli occhi, di una benevola, rassegnata bontà; di una speranza presa da chi sa dove, di una gioia innata che neppure una vita grama come la sua può far deprimere.
Incontro Alì nei vari ristoranti della mia zona (Campo Ascolano, vicino Torvajanica, nel Maine) in cui mi sparo gli ultimi soldi rimasti, il prezzo del non essermi venduto quando ne ho avuto l’occasione. Ogni volta ci facciamo una gran festa. Come con gli altri, ai semafori, mi sparo l’ultima parte di quei soldi rimasti in rose mezze morte o in oggetti splendidi, per quanto inutili (ma irresistibili per l’acquario che è in me) come i delfini che s’illuminano nel cuore di rosso e dicono «I love you». Fra l’altro, accadeva lo stesso al protagonista di un film di Marco Ferreri.
Alì di giorno ha un banco di frutta, ma nessuno sa dove. Di sera, si fa tutto il lungomare, a piedi, in qualunque stagione e a qualunque temperatura. Ogni volta che entra in un ristorante, ha sempre la stessa faccia, amabile e compiaciuta. Sembra sia entrato per godersi una gran cena. Invece gira per tavoli, proponendo la sua merce; ma con una discrezione e una gentilezza tali, che spesso la gente non compra niente ma gli allunga qualche monetina. Taluni, mi hanno detto, gli hanno persino offerto la cena. Ecco perché, in fondo, gl’italiani prima o poi si ribelleranno e si riprenderanno il proprio paese. Mi capita anche d'incontrarlo due volte in una sera, e mi sparo due volte la cifra dei pochi soldi di cui sopra. Ma sono felice, come lui. Del resto, se lo è lui, perché dovrei deprimermi io? Ho saputo, da certi miei informatori, che due mesi l’anno, dopo tanto lavoro, Alì se ne torna al suo paese e si prende una lunga vacanza. Forse fa la vita del milionario, in Pakistan, con quello che mette da parte qua. Questo pensiero mi fa ridere ancor di più di quando lo vedo entrare, e penso “ecco Peter Sellers”.
Il mio sogno più alto, attualmente, è vincere il jackpot del Superenalotto, comprarmi una bella villa, e assumere tutti e tre, con rispettive famiglie; e andare a vivere tutti insieme, appassionatamente. Affiderei a Muhamàd Sultàn il giardino, la manutenzione e le stalle; a Malèk la cucina e l’orto; ad Alì, perché mi fa ridere, il compito di assistermi, e di guidare la mia macchina, una Ford del 1947; dev’essere divertente come guida un pakistano, a Roma (o meglio ancora, fuori Roma). Visto che tutti e tre mi chiedono un lavoro, spero che il jackpot arrivi presto. Tanto siamo solo in sessanta milioni a desiderarlo, ce n’è per tutti.
Sono questi, dunque, i nuovi sottoproletari. I proletari dei luoghi in cui non vi sono industrie, o sono a essi precluse; purtroppo, anche molti miei connazionali, un giorno dopo l’altro, stanno finendo per la strada, benché i telegiornali si dimentichino di parlarne, perché le loro fabbriche chiudono e nessuno si prende cura di loro. Penso a tutte queste persone, anch'esse invisibili, con le loro mogli e i loro figli, e una vita da reinventare. E penso a chi, dall’alto dell’acropoli, cavalca il terrore e il razzismo del popolino per far brillare sempre più la sua aura messianica, la sua aureola parabolica da uomo della Provvidenza. È senza questi figuri, che i reati sarebbero considerevolmente di meno. Perché istigare l’odio tra i poveri, in un momento tragico come questo, è più che un’irresponsabilità istituzionale: è un crimine contro l’umanità.
Per anni mi sono chiesto «se fosse vivo ancora oggi, Pasolini, chi è che amerebbe di più in questo popolo reso irriconoscibile dal male che lui stesso aveva demonizzato? Chi sono oggi gli umili, le persone semplici che “possibilmente non abbiano fatto neppure la quarta elementare”, i sottoproletari, gli esponenti del terzo mondo?». Ogni volta mi rispondo «non sarebbero italiani, ma quel vasto ceto d’invisibili incastrati nel paradosso – ereditato dai paradossi burocratici del Ventennio – di non poter avere il permesso di soggiorno senza un lavoro, né un lavoro senza il permesso di soggiorno». Sarebbero quelli che s’inventano un lavoro, che stanno in piedi dieci ore al freddo ai semafori, e si prendono un sorriso e una moneta ogni dieci «va’ a quel paese». Le migliaia di vittime di una xenofobia dilagante, cavalcata da un presidente che dichiara che senza di loro ci sarebbero meno crimini; un presidente, esponente di una classe che ha ridotto in bancarotta il nostro paese, deturpandolo paesaggisticamente e antropologicamente, in modo irreversibile.
Io, quelli che incontro nei miei percorsi, li conosco tutti. E tutti per nome. E ciascuno di loro mi racconta la propria storia, in pillole, tra il rosso e il verde del semaforo. Io li amo, per questa loro lotta, per questa speranza che si stempera in un sorriso, e che il mio popolo ha perso da un pezzo; loro amano me, perché nel mio sguardo si sentono uguali a me (e in un certo senso lo sono, anch’io nel mio piccolo sono vittima di un paradosso: qui non si può essere liberi, privi di compromessi, e lavorare). Li conosco per nome, dicevo. Malèk in questi giorni è imbacuccato con una sciarpaccia; ha un viso da bravo ragazzo, una pelle che sarebbe perfetta se non fosse esposta alle intemperie; non saprei scrivere il nome della moglie e del figlio, ma me ne parla spesso; sta al semaforo sulla Colombo, di fronte alla Fiera di Roma; quando si rivolge a me, per tre quarti dei suoi discorsi, non fa che chiamarmi “Amico”. Muhamàd Sultàn è più introverso, ma non appena lo chiamo per nome scoppia in una gran risata; penso di essere l’unico a chiamarlo per nome, a parte la sua famiglia; spesso mi ripete di aver perso tutti, di avere solo una moglie e dei figli, e nessuno che l’aiuta; e appunto, il paradosso di cui dicevo, di non poter lavorare e avere il permesso perché l’uno implica l’obbligo dell’altro. Muhamàd Sultàn serve al semaforo della Colombo, ma dall’altro lato, dalla parte della Regione Lazio (presidiata dai trans, l’unico palazzo della regione al mondo che ha questo tipo di guardie notturne); è riconoscibile perché porta un turbante improvvisato e una maglietta con su scritto “Vù lavà day – Immigrato acqua e sapone”.
Il personaggio cui sono più legato, però, è Alì dagli occhi neri. Io lo adoro, confesso, per questioni filmiche. Mi ricorda Peter Sellers in "Hollywood Party". E in effetti, pur essendo pakistano e non indiano, ha quella stessa espressione negli occhi, di una benevola, rassegnata bontà; di una speranza presa da chi sa dove, di una gioia innata che neppure una vita grama come la sua può far deprimere.
Incontro Alì nei vari ristoranti della mia zona (Campo Ascolano, vicino Torvajanica, nel Maine) in cui mi sparo gli ultimi soldi rimasti, il prezzo del non essermi venduto quando ne ho avuto l’occasione. Ogni volta ci facciamo una gran festa. Come con gli altri, ai semafori, mi sparo l’ultima parte di quei soldi rimasti in rose mezze morte o in oggetti splendidi, per quanto inutili (ma irresistibili per l’acquario che è in me) come i delfini che s’illuminano nel cuore di rosso e dicono «I love you». Fra l’altro, accadeva lo stesso al protagonista di un film di Marco Ferreri.
Alì di giorno ha un banco di frutta, ma nessuno sa dove. Di sera, si fa tutto il lungomare, a piedi, in qualunque stagione e a qualunque temperatura. Ogni volta che entra in un ristorante, ha sempre la stessa faccia, amabile e compiaciuta. Sembra sia entrato per godersi una gran cena. Invece gira per tavoli, proponendo la sua merce; ma con una discrezione e una gentilezza tali, che spesso la gente non compra niente ma gli allunga qualche monetina. Taluni, mi hanno detto, gli hanno persino offerto la cena. Ecco perché, in fondo, gl’italiani prima o poi si ribelleranno e si riprenderanno il proprio paese. Mi capita anche d'incontrarlo due volte in una sera, e mi sparo due volte la cifra dei pochi soldi di cui sopra. Ma sono felice, come lui. Del resto, se lo è lui, perché dovrei deprimermi io? Ho saputo, da certi miei informatori, che due mesi l’anno, dopo tanto lavoro, Alì se ne torna al suo paese e si prende una lunga vacanza. Forse fa la vita del milionario, in Pakistan, con quello che mette da parte qua. Questo pensiero mi fa ridere ancor di più di quando lo vedo entrare, e penso “ecco Peter Sellers”.
Il mio sogno più alto, attualmente, è vincere il jackpot del Superenalotto, comprarmi una bella villa, e assumere tutti e tre, con rispettive famiglie; e andare a vivere tutti insieme, appassionatamente. Affiderei a Muhamàd Sultàn il giardino, la manutenzione e le stalle; a Malèk la cucina e l’orto; ad Alì, perché mi fa ridere, il compito di assistermi, e di guidare la mia macchina, una Ford del 1947; dev’essere divertente come guida un pakistano, a Roma (o meglio ancora, fuori Roma). Visto che tutti e tre mi chiedono un lavoro, spero che il jackpot arrivi presto. Tanto siamo solo in sessanta milioni a desiderarlo, ce n’è per tutti.
Sono questi, dunque, i nuovi sottoproletari. I proletari dei luoghi in cui non vi sono industrie, o sono a essi precluse; purtroppo, anche molti miei connazionali, un giorno dopo l’altro, stanno finendo per la strada, benché i telegiornali si dimentichino di parlarne, perché le loro fabbriche chiudono e nessuno si prende cura di loro. Penso a tutte queste persone, anch'esse invisibili, con le loro mogli e i loro figli, e una vita da reinventare. E penso a chi, dall’alto dell’acropoli, cavalca il terrore e il razzismo del popolino per far brillare sempre più la sua aura messianica, la sua aureola parabolica da uomo della Provvidenza. È senza questi figuri, che i reati sarebbero considerevolmente di meno. Perché istigare l’odio tra i poveri, in un momento tragico come questo, è più che un’irresponsabilità istituzionale: è un crimine contro l’umanità.

Io e Alì al rinomato ristorante cinese Wah Pei ad Ascolan Field, Maine






Commenti
è stato forse misero ma tanto piacevole
Nelle tue considerazioni di oggi ho però trovato qualcosa che mi suona come una stonatura, quando parli di vincere al jackpot per.... realizzare un sogno. La mia sarà una provocazione (non vorrebbe esserlo) ma possibile che ogni soluzione ai problemi esistenziali debba essere risolta con i soldi? Siamo davvero convinti che una grossa somma di denaro sanerebbe i mali che affliggono noi in questa società disumana?
Forse parlo facile perchè io ho una casa, il cibo sufficiente, abiti puliti, e luce gas e internet sostenibili, forse è così, ma quando penso alla soluzione della nostra scassata organizzazione sociale, non metto al primo posto una vincita al lotto, ma una ribellione ai meccanismi malati che ci impediscono di tracciare una vivibilità diversa, più equa.
Con affetto, mariella
baci baci a te e ai tuoi amici