Welcome, film Francese 2009, premiato al Festival di Berlino, regia Philippe Lioret
Bilal, è un giovane iracheno di 17 anni, che dopo aver attraversato l'Europa da clandestino viene beccato e fermato nel nord della Francia. Il suo scopo è riuscire a raggiungere la sua ragazza da poco emigrata in Gran Bretagna, ma per farlo deve necessariamente attraversare la Manica, da Calais a Dover, considerata la frontiera messicana d'Europa, ma anche considerata invalicabile per i clandestini perché è severamente controllata.
I sistemi utilizzati per raggiungere Calais dai clandestini sono aggrapparsi sotto i cammion, sotto i treni, pagare per viaggi infernali stipati in barche a motore fattiscenti, e facendo molti, molti chilometri a piedi, ma alle dogane vengono fatti controlli rigidissimi con l'utilizzo di cani e con macchinette a sensori per rilevare se ci sono persone nascoste, l'unico sistema per i clandestini di non essere scoperti è mettersi un sacchetto in testa e "respirare" dentro al secchetto. A Calais, Bilal viene scoperto, maltratto e spedito insieme ad altri curdi, in un campo profughi, dove i clandestini vengono marchiati con un numero messo bene in evidenza sulla mano che riporta la memoria ai deportati della seconda guerra mondiale.
Bilal è determinato ad attraversare la Manica così avendo portato con sé qualche risparmio, adopera il denaro per fare corsi di nuoto in piscina e qui, conosce Simon, un istruttore di nuoto, con cui inizia ad allenarsi. Per noi il suo obiettivo è folle: attraversare la Manica a nuoto per raggiungere la sua ragazza.
Questo film è la storia di amicizia tra due persone molto diverse: un ragazzo curdo pieno di speranze ed un adulto francese cinico e depresso, che imparano a conoscersi ed a rispettarsi in un mondo che fa di tutto per dividerli. Simon, è in piena crisi con la moglie, ed all'inizio pare prendersi a cuore la causa di Bilal proprio per riaccendere l'interesse in lei, per essere guardato con occhi di stupore e tenerezza dalla moglie che gli domanda ormai di divorziare e la moglie decide di aiutarlo in questa impresa all’apparenza irrealizzabile.
E' molto drammatico ed attualissimo, si vede tutta la ferocia e la diffidenza sia tra i clandestini stessi che tra cittadini europei nei confronti di chi si interessa o si prende cura di esseri umani senza permesso di soggiorno, come sempre il diritto di esistere viene prima intralciato da buttafuori di negozi, vicini di casa invadenti e maliziosi, e poi negato radicalmente dalle autorità.
Di fatto le nuove leggi anti-clandestini, volute dal Presidente Sarkozy, sono molto simili alle leggi di clandestinità del Governo Berlusconi (per la serie tutto il mondo è paese), che rendono impossibile la permanenza di un extracomunitario senza permesso.
Al Festival di Berlino è stato accolto con quindici minuti di applausi, il film ha ottenuto il Premio del Pubblico, il Premio Label Europa Cinemas e il Premio della Giuria Ecumenica, ma si sa seduti in poltrona al caldo e magari con una montagna di pop corn e coca cola è molto facile essere compassionevoli e patriotici è fuori in giro per le strade d'Europa che le mani vengono usate ormai quasi solo ed esclusivamente per respingere...
Il mio pensiero personale è che non è un film semplice anche se racconta una storia di poche intense settimane. I miei amici ed io, dopo averlo visto eravamo piuttosto turbati, inquieti, ma anche grati perché è un film ricco di spunti: è uno spaccato di quotidiano che tg e giornali analfabeti non raccontano più o quasi più. Inoltre ti interroga come cittadino e soprattutto come essere umano: non sai se ti sciocca di più il dramma delle esperienze dei clandestini o il dramma dell'anaffettività di noi europei...dovrei rivederlo. Trovo personalmente che sarebbe un eccellente spunto da cui partire per una riunione del direttivo degli Invisibili e magari chissà poi anche usarlo per un congresso sulla giustizia e sull'affettività che col cavolo che non c'entrano l'una con l'altra. :) Col corpo noi facciamo ogni cosa ma principalmente dobbiamo amare o almeno imparare ad amare...e mi pare che questo film possa rivoltarci come calzini....se siamo disposti a lasciarci rivoltare :)
Ecco anche alcune informazioni interessanti trovate a proposito della realizzazione del film:
Prima di girare il film sono state contattate le organizzazioni non profit che fanno il possibile per aiutare queste persone, e l'echipe cinematografica è rimasta a Calais per parecchi giorni, durante un inverno ghiacciato, hanno seguito i volontari di queste organizzazioni, venendo a contatto con la vita infernale dei rifugiati: la “giungla” dove trovano riparo, il racket delle estorsioni dei contrabbandieri, le infinite persecuzioni da parte della polizia, i centri di detenzione, i continui controlli dei camion dove stanno ammucchiati per riuscire a imbarcarsi sul traghetto e dove rischiano la vita per sfuggire alle ispezioni… "Quello che ci ha sorpreso di più è stato l’età dei rifugiati: il più vecchio non aveva 25 anni. Quando abbiamo parlato con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti di loro, come tentativo estremo, hanno provato ad attraversare la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese da quanto avevamo visto che in macchina non abbiamo scambiato neanche una parola…"
"Quando ho parlato a Vincent Lindon del soggetto, mi ha detto che avrebbe fatto il film anche senza leggere la sceneggiatura. Vincent è un uomo dal cuore d’oro e credo che, al di là del personaggio di Simon, gli piacesse l’idea in sé di imbarcarsi in questo progetto. Certo, le persone che ci conoscono entrambi temevano che ci sarebbero stati attriti sul set. Tuttavia, lavorando con lo stesso obiettivo, si è creata una chimica eccezionale tra di noi, che ha influenzato positivamente il risultato finale. Vincent è un attore capace di comunicare delle emozioni con un semplice movimento o una postura: spesso, grazie a lui, si può fare a meno di una frase intera. E' un perfezionista ed è sempre disposto ad ascoltare. So che a film concluso è buona educazione parlar bene di tutti, ma lo dico sinceramente: con Vincent è stato uno splendido incontro, sia sotto il profilo umano che artistico. Faremo altri film insieme"
"Trovare un attore per Bilal è stato come trovare un ago in un pagliaio. Mentre scrivevamo il suo personaggio, un diciassettenne che parla solo curdo e inglese e che dovrebbe reggere il film sulle spalle insieme a Vincent, ci sono venuti i sudori freddi: neanche sapevo se un tipo del genere esistesse da qualche parte nel mondo. Con Tatiana Vialle, responsabile del casting, abbiamo viaggiato per settimane da Berlino a Istambul, da Londra alla Svezia, dove vivono grandi comunità di curdi. Alla fine, abbiamo scoperto Firat proprio in Francia. Ovviamente non era un professionista e le prime prove erano… qualcosa di inusuale. Ma aveva un’intensità e un’autenticità che hanno fatto la differenza."
"Audrey Dana , interprete della ex moglie di Simon, è quella che si dice una “ragazza della porta accanto”, ossia l’esatto opposto della “starlet”. Mi ci è voluto un po’ per trovarla. Avevo bisogno di una donna credibile come insegnante di scuola media che andasse a servire alla mensa dei rifugiati per un semplice spirito umanitario. Non volevo tuttavia che apparisse come una “suffragetta” militante, quanto piuttosto come una donna che sta bene con se stessa e che possiede un’innata e sincera generosità. Audrey ha questa generosità."
"La piscina pubblica è quasi un personaggio essa stessa e agisce da catalizzatore della storia: non solo evoca il fallimento della carriera di Simon come nuotatore, ma è anche dove Bilal impara a nuotare con la speranza di attraversare la Manica. E' molto importante per me filmare nei posti dove l’azione ha luogo davvero. Quando giri in posti reali, racconti meglio qualsiasi vicenda: le strade di Calais, il porto gigantesco, la spiaggia di Blériot, il continuo andirivieni dei traghetti… tutte queste atmosfere conferiscono autenticità al film. Proprio per far risaltare l’aspetto realistico, il produttore Cristophe Rossignon e io abbiamo deciso di non andare a girare in Repubblica Ceca o in Romania, come spesso succede per questioni di budget. E il film ne ha risentito molto positivamente."
"Non ci sono moltissime opzioni nella scelta dell’inquadratura più adatta a una scena e bisogna prendere la decisione giusta. Passo il mio tempo chiedendo agli attori di essere autentici, ma, a suo modo, anche la cinepresa può rischiare di essere “falsa”. Se in una scena si nota troppo e i suoi movimenti sono accessori, uno pensa: “Ok, questa è finzione”, e io credo che invece di guadagnare, si perda qualcosa. Come spettatore, quando mi piace un film è come se ricevessi un regalo. Ma se il lavoro che c’è dietro è troppo evidente, mi sembra quasi che ci abbiano lasciato sopra il cartellino del prezzo"
Bilal, è un giovane iracheno di 17 anni, che dopo aver attraversato l'Europa da clandestino viene beccato e fermato nel nord della Francia. Il suo scopo è riuscire a raggiungere la sua ragazza da poco emigrata in Gran Bretagna, ma per farlo deve necessariamente attraversare la Manica, da Calais a Dover, considerata la frontiera messicana d'Europa, ma anche considerata invalicabile per i clandestini perché è severamente controllata.
I sistemi utilizzati per raggiungere Calais dai clandestini sono aggrapparsi sotto i cammion, sotto i treni, pagare per viaggi infernali stipati in barche a motore fattiscenti, e facendo molti, molti chilometri a piedi, ma alle dogane vengono fatti controlli rigidissimi con l'utilizzo di cani e con macchinette a sensori per rilevare se ci sono persone nascoste, l'unico sistema per i clandestini di non essere scoperti è mettersi un sacchetto in testa e "respirare" dentro al secchetto. A Calais, Bilal viene scoperto, maltratto e spedito insieme ad altri curdi, in un campo profughi, dove i clandestini vengono marchiati con un numero messo bene in evidenza sulla mano che riporta la memoria ai deportati della seconda guerra mondiale.
Bilal è determinato ad attraversare la Manica così avendo portato con sé qualche risparmio, adopera il denaro per fare corsi di nuoto in piscina e qui, conosce Simon, un istruttore di nuoto, con cui inizia ad allenarsi. Per noi il suo obiettivo è folle: attraversare la Manica a nuoto per raggiungere la sua ragazza.
Questo film è la storia di amicizia tra due persone molto diverse: un ragazzo curdo pieno di speranze ed un adulto francese cinico e depresso, che imparano a conoscersi ed a rispettarsi in un mondo che fa di tutto per dividerli. Simon, è in piena crisi con la moglie, ed all'inizio pare prendersi a cuore la causa di Bilal proprio per riaccendere l'interesse in lei, per essere guardato con occhi di stupore e tenerezza dalla moglie che gli domanda ormai di divorziare e la moglie decide di aiutarlo in questa impresa all’apparenza irrealizzabile.
E' molto drammatico ed attualissimo, si vede tutta la ferocia e la diffidenza sia tra i clandestini stessi che tra cittadini europei nei confronti di chi si interessa o si prende cura di esseri umani senza permesso di soggiorno, come sempre il diritto di esistere viene prima intralciato da buttafuori di negozi, vicini di casa invadenti e maliziosi, e poi negato radicalmente dalle autorità.
Di fatto le nuove leggi anti-clandestini, volute dal Presidente Sarkozy, sono molto simili alle leggi di clandestinità del Governo Berlusconi (per la serie tutto il mondo è paese), che rendono impossibile la permanenza di un extracomunitario senza permesso.
Al Festival di Berlino è stato accolto con quindici minuti di applausi, il film ha ottenuto il Premio del Pubblico, il Premio Label Europa Cinemas e il Premio della Giuria Ecumenica, ma si sa seduti in poltrona al caldo e magari con una montagna di pop corn e coca cola è molto facile essere compassionevoli e patriotici è fuori in giro per le strade d'Europa che le mani vengono usate ormai quasi solo ed esclusivamente per respingere...
Il mio pensiero personale è che non è un film semplice anche se racconta una storia di poche intense settimane. I miei amici ed io, dopo averlo visto eravamo piuttosto turbati, inquieti, ma anche grati perché è un film ricco di spunti: è uno spaccato di quotidiano che tg e giornali analfabeti non raccontano più o quasi più. Inoltre ti interroga come cittadino e soprattutto come essere umano: non sai se ti sciocca di più il dramma delle esperienze dei clandestini o il dramma dell'anaffettività di noi europei...dovrei rivederlo. Trovo personalmente che sarebbe un eccellente spunto da cui partire per una riunione del direttivo degli Invisibili e magari chissà poi anche usarlo per un congresso sulla giustizia e sull'affettività che col cavolo che non c'entrano l'una con l'altra. :) Col corpo noi facciamo ogni cosa ma principalmente dobbiamo amare o almeno imparare ad amare...e mi pare che questo film possa rivoltarci come calzini....se siamo disposti a lasciarci rivoltare :)
Ecco anche alcune informazioni interessanti trovate a proposito della realizzazione del film:
Prima di girare il film sono state contattate le organizzazioni non profit che fanno il possibile per aiutare queste persone, e l'echipe cinematografica è rimasta a Calais per parecchi giorni, durante un inverno ghiacciato, hanno seguito i volontari di queste organizzazioni, venendo a contatto con la vita infernale dei rifugiati: la “giungla” dove trovano riparo, il racket delle estorsioni dei contrabbandieri, le infinite persecuzioni da parte della polizia, i centri di detenzione, i continui controlli dei camion dove stanno ammucchiati per riuscire a imbarcarsi sul traghetto e dove rischiano la vita per sfuggire alle ispezioni… "Quello che ci ha sorpreso di più è stato l’età dei rifugiati: il più vecchio non aveva 25 anni. Quando abbiamo parlato con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti di loro, come tentativo estremo, hanno provato ad attraversare la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese da quanto avevamo visto che in macchina non abbiamo scambiato neanche una parola…"
"Quando ho parlato a Vincent Lindon del soggetto, mi ha detto che avrebbe fatto il film anche senza leggere la sceneggiatura. Vincent è un uomo dal cuore d’oro e credo che, al di là del personaggio di Simon, gli piacesse l’idea in sé di imbarcarsi in questo progetto. Certo, le persone che ci conoscono entrambi temevano che ci sarebbero stati attriti sul set. Tuttavia, lavorando con lo stesso obiettivo, si è creata una chimica eccezionale tra di noi, che ha influenzato positivamente il risultato finale. Vincent è un attore capace di comunicare delle emozioni con un semplice movimento o una postura: spesso, grazie a lui, si può fare a meno di una frase intera. E' un perfezionista ed è sempre disposto ad ascoltare. So che a film concluso è buona educazione parlar bene di tutti, ma lo dico sinceramente: con Vincent è stato uno splendido incontro, sia sotto il profilo umano che artistico. Faremo altri film insieme"
"Trovare un attore per Bilal è stato come trovare un ago in un pagliaio. Mentre scrivevamo il suo personaggio, un diciassettenne che parla solo curdo e inglese e che dovrebbe reggere il film sulle spalle insieme a Vincent, ci sono venuti i sudori freddi: neanche sapevo se un tipo del genere esistesse da qualche parte nel mondo. Con Tatiana Vialle, responsabile del casting, abbiamo viaggiato per settimane da Berlino a Istambul, da Londra alla Svezia, dove vivono grandi comunità di curdi. Alla fine, abbiamo scoperto Firat proprio in Francia. Ovviamente non era un professionista e le prime prove erano… qualcosa di inusuale. Ma aveva un’intensità e un’autenticità che hanno fatto la differenza."
"Audrey Dana , interprete della ex moglie di Simon, è quella che si dice una “ragazza della porta accanto”, ossia l’esatto opposto della “starlet”. Mi ci è voluto un po’ per trovarla. Avevo bisogno di una donna credibile come insegnante di scuola media che andasse a servire alla mensa dei rifugiati per un semplice spirito umanitario. Non volevo tuttavia che apparisse come una “suffragetta” militante, quanto piuttosto come una donna che sta bene con se stessa e che possiede un’innata e sincera generosità. Audrey ha questa generosità."
"La piscina pubblica è quasi un personaggio essa stessa e agisce da catalizzatore della storia: non solo evoca il fallimento della carriera di Simon come nuotatore, ma è anche dove Bilal impara a nuotare con la speranza di attraversare la Manica. E' molto importante per me filmare nei posti dove l’azione ha luogo davvero. Quando giri in posti reali, racconti meglio qualsiasi vicenda: le strade di Calais, il porto gigantesco, la spiaggia di Blériot, il continuo andirivieni dei traghetti… tutte queste atmosfere conferiscono autenticità al film. Proprio per far risaltare l’aspetto realistico, il produttore Cristophe Rossignon e io abbiamo deciso di non andare a girare in Repubblica Ceca o in Romania, come spesso succede per questioni di budget. E il film ne ha risentito molto positivamente."
"Non ci sono moltissime opzioni nella scelta dell’inquadratura più adatta a una scena e bisogna prendere la decisione giusta. Passo il mio tempo chiedendo agli attori di essere autentici, ma, a suo modo, anche la cinepresa può rischiare di essere “falsa”. Se in una scena si nota troppo e i suoi movimenti sono accessori, uno pensa: “Ok, questa è finzione”, e io credo che invece di guadagnare, si perda qualcosa. Come spettatore, quando mi piace un film è come se ricevessi un regalo. Ma se il lavoro che c’è dietro è troppo evidente, mi sembra quasi che ci abbiano lasciato sopra il cartellino del prezzo"
g







