Movimento degli Invisibili

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ZAMPIRO'

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Lungo le sponde del Tevere, nei pressi dello stadio Olimpico, sorge un’antica casa cantoniera rosso sangue, adibita a trattoria di lusso. Poco frequentata d’inverno, “Il trenino sull’acqua” è affollato nelle afose notti d’estate, poiché dispone di centinaia di tavolini riparati dagli ombrelloni di tela candida, vele increspate dal fresco ponentino romano, degradanti sul greto del fiume. Unico, dispettoso inconveniente, le temibili zanzare tigre, che amareggiano le cene cibandosi a loro volta dei clienti.
Negli ultimi anni, nonostante la romantica posizione e le mille luci di candeline d’oro che lo facevano assomigliare a uno sfavillante albero di natale deragliato sul Tevere, il “Trenino” aveva dovuto ingolosire i suoi menu con delizie internazionali a prezzi stracciati e armarsi con griglie sinistre, di colore bluastro, sospese in cielo a brutti fili stendipanni, per abbrustolire le zanzare. Il guaio è che, attratte dall’ingannevole fluorescenza color paradiso, molteplici e imponenti falene notturne si appollaiavano su queste sedie elettriche sospese a mezz’aria, e si immolavano in massa emanando stridori inquietanti e puzzo di nere ali bruciate.
In quella Hiroshima degli insetti, le zanzare tigre, fiutato il pericolo, si adattarono a volare più a bassa quota, privilegiando polpacci e caviglie in luogo degli augusti colli dei politici e dei lobi delle loro amanti, impreziositi, pochi istanti prima del morso della zanzara, dal “cadeau” di un brillante orecchino. Così, chi aveva cenato all’antica trattoria sul fiume, difficilmente prenotava una seconda volta, pomate e spray insettifughi involgarivano i cristalli e le posate d’argento, e più che a un lussuoso ritrovo capitolino, l’antica trattoria rosso sangue assomigliava a un ospedale da campo della prima guerra mondiale.
In quei giorni d’agosto del 200.., proprio la mattina in cui proprietari e gestore meditavano di dichiarare fallimento, fece capolino Zampiro’.
Il suo vero nome era Egîd, che in curdo significa eroe. Era un immigrato clandestino sulla trentina, coi baffetti e gli occhi azzurri, il corpo imponente e muscoloso, il volto da attore americano degli Anni Cinquanta; un bel tipo alla Gui Williams, l’attore disneyano di origine italiana che impersonò la prima serie televisiva di Zorro. Si affacciò verso le dieci del mattino nella trattoria deserta, proponendosi per un posto da sguattero o lavapiatti, con le dita intrecciate alla manina di un bambino di cinque o sei anni, suo figlio di nome Awat, che vuol dire speranza.
I padroni si guardarono sbalorditi dalla coincidenza: il lavapiatti si era licenziato giusto un quarto d’ora prima, ma questo colpo di fortuna, per Egîd, era sbilanciato da una sfortuna uguale e contraria, stavano appunto telefonando al commercialista per portare i libri contabili in tribunale. Il cameriere più anziano accompagnò alla porta il curdo e il bimbo, spiegando frettolosamente in romanesco che la colpa non era loro, ma di quelle “zoccole” delle zanzare che avevano ridotto un ristorante “scicche” a un campo di concentramento.
Da tre giorni Egîd e suo figlio erano approdati nella capitale, stanchi e affamati, dopo aver varcato la frontiera clandestinamente, grazie ai servigi di un “passatore” assai poco cortese che gli aveva scucito tutto il loro gruzzolo di tremilaseicentodue dollari per fargli attraversare indenni, giorni prima, un campo minato a Evros, in Grecia, al confine nord-orientale della Turchia.
Il vecchio cameriere, mosso a compassione, rifocillò padre e figlio con un piatto di polpette con piselli avanzate dalla sera prima, ascoltando distrattamente il breve racconto del curdo, espresso un poco a gesti, un altro poco in sfavillante “esperanto” di turco, inglese e italiano appiccicaticci.
Poco più grande del suo bambino, Egîd era scampato fortuitamente a dieci anni all’eccidio del Quaradash. Dall’altura fiorita dove aveva condotto al pascolo il gregge del padre, assistette all’attacco chimico degli irakeni di Saddam. «Immaginati un villaggio brulicante di esseri umani come un campo di girasoli e, all’improvviso, migliaia di fiori che si afflosciano su se stessi senza un rumore.» Egîd, abbandonato il gregge, si era precipitato di corsa verso casa, ma sul tornante dove stava già risalendo la nube di gas nervino, uno zio camionista di ritorno al villaggio, il quale, vista l’ecatombe aveva precipitosamente fatto dietrofront, l’issò a bordo e, in cambio del gregge, lo tenne presso di sé. Zio e nipote si trasferirono a Istanbul, arrangiandosi con mille mestieri, finché, ormai sulla ventina, Egîd si innamorò di Isin. Era una giovane cuoca dolciaria che sfornava, ogni notte, migliaia di lokum che Egîd, sul malandato camion dello zio, consegnava all’alba a decine di pasticcerie di Istanbul. Dal loro matrimonio nacque Awat, “speranza” di quel povero “eroe” di Egîd. Sua madre Isin, infatti, non riuscì nemmeno a finire di allattarlo. Se la portò via una polmonite contratta in quel gelido sottoscala dove sfornava variopinti lokum al limone, all’acqua di rose, ai pistacchi, alla cannella, alle mandorle o alla menta. Senza moglie, senza più lavoro, e con un neonato da accudire e da sfamare, il giovane padre si era lasciato allettare, come tanti disoccupati curdi, dall’ingannevole miraggio dell’Europa. La sua vita, lungo quegli ultimi cinque anni, non era stata altro che una lenta marcia d’avvicinamento alla terra promessa, conquistata palmo a palmo, chilometro dopo chilometro, col carburante di umili e promiscui lavori occasionali.
L’anziano cameriere romano, ritirando i piatti dove non c’era rimasto nemmeno un baffo di sugo, ripeté borbottando che, se non fossero stati invasi da quelle “zoccole” di zanzare coi musi a forma di tacchi a spillo, “ce sarebbe stato da guadambià” anche per Egîd al ristorante, dove loro, i camerieri, erano così generosi da “smezza’” le mance con il lavapiatti, tanto che l’ultimo “ce s’era comprato casa”. Quindi il cameriere inforcò una scopa per spazzare i gradini della cucina che affacciava sul parcheggio destinato alle fuoriserie dei clienti, e padre e figlio furono costretti ad alzarsi da quel cenno autoritario d’igienico commiato.
In quel momento, rinfrancato dal pasto e fulminato dalla disperazione, il clandestino ebbe un colpo di genio. S’inventò un mestiere su due piedi che, assicurò, avrebbe salvato le sorti del ristorante.
La trovata di Egîd, che il cameriere, piegato in due dalle risate, riferì immediatamente ai padroni, portò un’esplosione di sana allegria romanesca in quel tetro lunedì d’agosto. Sulle prime non ottenne altro effetto che quello di una battuta surreale, poi, vuoi per l’ardita insistenza del curdo e le sue spiegazioni parascientifiche, vuoi per il fisico da Zorro, o per il suo delizioso bimbo con il faccino da girasole, vuoi soprattutto perché “nun se po’ mai sape’”, si decise di rinviare la chiusura di una settimana, in modo da permettere il passaparola fra i clienti del “Trenino sull’acqua”, nel caso la trovata avesse riscosso successo.
Alle nove di quella stessa sera, dopo settimane di magra, il ristorante era al completo. Un enorme cartellone, appeso alla cancellata, aveva incollato i vecchi clienti ai tavolini come una carta moschicida. C’era scritto “Cena gratis” e, a seguire, un menu da banchetto nuziale, in cui a fianco di ogni prelibatezza era vergato il conto in “euri zero”. Quando anche le zanzare ebbero iniziato il loro banchetto nuziale, un gigante seminudo fece il suo ingresso fra i tavoli, accompagnato da un bimbo con un vassoio d’argento colmo di ampolle contenenti liquidi sgargianti. La loro andatura, mesta e solenne al tempo stesso, tacitò i commensali, e uno stupito brusio subentrò al fragore di barzellette e stoviglie.
«E mo’ chi è questo?» esclamò un avvocato diventato celebre per aver difeso la Banda della Magliana.
Il cameriere anziano gli rispose, misterioso e tonante: «Zampiro’».
«E sti cazzi» chiosò il principe del foro, suscitando una risata collegiale destinata a spegnersi subito, poiché Egîd, con un inchino, sedette in terra a gambe incrociate, mentre il piccolo Awat gli versò sulle spalle e sulla schiena, uno via l’altro, il contenuto delle ampolle, e lo massaggiò per qualche secondo finché il corpo del padre non luccicò di un poltiglioso unguento color ocra. Con un ultimo tocco, il bimbo lo spalmò sulle guance e sul collo paterno, poi, cerimoniosamente ma precipitosamente, si ritrasse.
Fu un lampo, una vampata ronzante, come se un’ala immensa e gelida avesse sbattuto nell’aria calda e greve di quell’immobile notturno romano. In realtà erano state milioni di ali minuscole che sbatterono all’unisono verso il fragrante aroma sprigionatosi dal corpo di Zampiro’, che divenne più nero di un carbone. Tutte le zanzare del Tevere gli furono addosso e lui, con il ritmo cupo e cadenzato di un suonatore di tamburo, attaccò a schiaffeggiarsi con le palme delle mani aperte, ora su una guancia, ora su un fianco e sulle spalle, come un’articolata danza macabra, sterminandole con schioccante musica e intonando una nenia orientale. Il suo bambino, intanto, girava fra i tavolini col vassoio d’argento, dove cominciarono a tintinnare i primi euro, nel sollazzo generale per la trovata di Zampiro’ e soprattutto per il sollievo da essa procurato, perché da quel momento le zanzare tigre del Tevere disdegnarono chiunque non fosse curdo, seminudo e clandestino, e soprattutto cosparso di aromi di Istanbul.
Era precisamente questo che, la mattina, aveva fatto sbellicare il cameriere e i proprietari del “Trenino sull’acqua”. Vistosi perduto, destinato a vagare chissà per quanto ancora per Roma col bambino, Egîd si era ricordato di una notte a Istanbul, trascorsa in compagnia della perduta Isin, già febbricitante, nel tentativo di darle una mano. Si era improvvisato pasticcere, ottenendo un impasto maldestro di chiodi di garofano, acqua di rose, cannella e sugo di montone che sua moglie aveva preparato a parte per la cena, non certo per confezionare i suoi lokum. Isin gli aveva dato dell’ “impiastro” e gettato in un angolo quella palla maleodorante che, l’attimo dopo, si era letteralmente ricoperta di zanzare. Nel sentire le lamentele del vecchio cameriere romano, Egîd si era ricordato della sua invenzione involontaria e si era candidato a cospargersela addosso per salvare la gente e salvaguardare il buon nome del ristorante. «E che te metti a fa, er zampirone umano?» gli aveva riso in faccia il vecchio, precipitandosi dentro a riferire. E invece la trovata aveva avuto effetto, il clamore fu enorme, e dalla sera successiva fioccarono le prenotazioni, tutti, romani e turisti, volevano vedere lo zampirone umano, tanto che il locale cambiò insegna e, in luogo del “trenino”, sulla antica cantoniera rosso sangue serpeggiò una nuova insegna al neon a forma di coda arrotolata color verde con la scritta intermittente “Zampiro’”.
Gli affari andavano a gonfie vele, e complice una tiepida “ottobrata” romana, il locale rimase aperto anche d’autunno, le zanzare continuarono a suicidarsi sul corpo sempre meno vigoroso e aitante di Egîd, sciupato dalle vampire del fiume, ma tutti gongolavano della trovata del clandestino ed erano compiaciuti di vivere in una città multietnica e accogliente, anche con quei poveri cristi dei curdi che in un ristorante di Roma potevano avere successo come al “Grande Fratello”; in particolare erano soddisfattissimi i camerieri che, a differenza di un tempo, invece di “smezzare” le mance con il lavapiatti avevano preteso il novanta per cento delle mance di Zampiro’. Anche perché lavapiatti, non pagato, era diventato il piccolo Awat.
Un giorno, l’avvocato della Banda della Magliana e un alto prelato, suo amico da sempre, si presentarono dai proprietari del ristorante perché il bimbo dell’avvocato avrebbe, di lì a poco, festeggiato il compleanno e prenotarono l’intero locale per la festa infantile. Stabilito il prezzo per circa trecento piccoli invitati, l’avvocato e il monsignore richiesero una piccola cortesia, compresa nel prezzo, che i proprietari accolsero di buon cuore. Nonostante le vibranti proteste di Egîd (che furono costretti a chiudere a chiave nella sua stanza e a lasciare il vecchio cameriere a piantonarlo) alla festa di compleanno fece la sua comparsa, fra lazzi ed applausi, il piccolo Awat, seminudo e lucente di unguenti, che tutti ribattezzarono “Zampiri’”.
Il piccolo clandestino aveva accettato di buon grado di prendere il posto del padre, di cui era fiero. Ma quando quella megera della proprietaria gli spalmò sul corpicino magro l’intruglio di cui le zanzare andavano ghiotte e scappò a gambe levate, Awat lanciò un altissimo grido e scoppiò in brividi e pianti mentre i bambini romani sghignazzavano e lo prendevano in giro. Di colpo, Awat aveva scoperto il dolore che il padre aveva nascosto per mesi, sopportando migliaia di brucianti punture senza battere ciglio, lanciandogli baci e sorrisi, come se fossero stati loro due i padroni del locale tornato alla moda.
Nel sentire le grida e i lamenti del piccolo, Egîd sfondò la porta della cameretta dov’era stato segregato, si precipitò giù per le scale, afferrò Awat, lo prese in braccio, l’asciugò con un tovagliolo, e fuggì lungo il fiume scomparendo nel buio, mentre i bambini inferociti gli tiravano dietro piatti, bicchieri e sedie e i grandi gli gridavano «Delinquenti! Ladri!»
«Si arricchiscono a spese nostre» commentò amareggiato l’avvocato della banda della Magliana, e l’alto prelato sospirò con lo sguardo al cielo.
«Ma vattene a casa, Zampiro’» sbraitò il cameriere anziano che l’aveva accolto e rifocillato. E tutti alzati e scossi per la bella festa rovinata, alcuni bambini in piedi sui tavoli, fissarono il Tevere che scorreva lento con le due sagome di padre e figlio che fuggivano sul greto, verso il nulla, e gridarono all’unisono:
«Tornatevene a casa, a Zampironi!»

(Roma, 21 Novembre 2009)

padre e bimbo