(...) Sono passati tanti anni, hai un po’ di soldi messi da parte e un posto che puoi quasi chiamare casa, eppure questo mondo ancora non ti conosce.
Non hai mai potuto parlargli delle cose che amavi, dei canti popolari della tua terra, struggenti e meravigliosi, dei libri che amavi, della cattedra di italiano in quel liceo di periferia, degli sguardi affascinati dei tuoi studenti quando parlarvi loro dell’Italia, del tuo amore per Pirandello e di come sei andato quel giorno a Milano davanti alla casa di Manzoni per vedere se ne potevi cogliere lo spirito nell’aria.
E nemmeno questa bellissima lingua è più la stessa. Non è l’italiano elegante e raffinato che trovavi sui libri, qui nessuno parla come D’Annunzio, o Calvino, o Pavese, e la loro lingua è come una vecchia signora dal sangue regale caduta in disgrazia, accovacciata ai bordi delle strade a chiedere l’elemosina, gli occhi vuoti e le mani scarnificate.
Le dolci vocali arrotondate, la cantilena perfetta degli aggettivi, le frasi sofisticate e melodiose, tutte cose d’altri tempi che non servono più a nessuno, smarrite nella memoria di questo popolo che non ricorda più nemmeno se stesso. Sono tanti anni che frequenti lo stesso bar, cammini sulle stesse strade, saluti le stesse persone, eppure questa mattina gelida di novembre al bar della stazione il gestore ti ferma sulla porta con fare deciso e sicuro, “senti, noi siamo gente per bene, i rumeni qua non li vogliamo” ti dice, ed è come ricevere un proiettile in mezzo alla fronte. Ti hanno fatto il caffè per dieci anni tutte le mattine, a volte ti fermavi qualche minuto a fumare una sigaretta con lui e parlare del più e del meno in attesa del prossimo treno, ma oggi no, niente caffè per te, e neanche domani, è meglio che giri alla larga, qui non sei il benvenuto.
E ti viene voglia di rifare il baratto al contrario, restituire gli anni di solitudine, l’imbarazzo sui pulman, i calli sulle mani e le rughe sul viso, le corse ai pezzi di carta, lo sforzo sovrumano di farsi accettare, la gioia assurda che hai provato quella mattina che hai strappato un sorriso sul volto diffidente della portinaia, il senso di casa che hai abbandonato e l’amore che hai perduto. Ora basta signori, la vostra benevolenza non mi interessa più, troppo lunga la strada verso il vostro cuore, voglio tornare il professore povero che ero, ridatemi un banco scrostato e un allievo scalzo a cui raccontare una buona storia.
Rivoglio la mia anima.
Sono stanco, torno a casa...
Non hai mai potuto parlargli delle cose che amavi, dei canti popolari della tua terra, struggenti e meravigliosi, dei libri che amavi, della cattedra di italiano in quel liceo di periferia, degli sguardi affascinati dei tuoi studenti quando parlarvi loro dell’Italia, del tuo amore per Pirandello e di come sei andato quel giorno a Milano davanti alla casa di Manzoni per vedere se ne potevi cogliere lo spirito nell’aria.
E nemmeno questa bellissima lingua è più la stessa. Non è l’italiano elegante e raffinato che trovavi sui libri, qui nessuno parla come D’Annunzio, o Calvino, o Pavese, e la loro lingua è come una vecchia signora dal sangue regale caduta in disgrazia, accovacciata ai bordi delle strade a chiedere l’elemosina, gli occhi vuoti e le mani scarnificate.
Le dolci vocali arrotondate, la cantilena perfetta degli aggettivi, le frasi sofisticate e melodiose, tutte cose d’altri tempi che non servono più a nessuno, smarrite nella memoria di questo popolo che non ricorda più nemmeno se stesso. Sono tanti anni che frequenti lo stesso bar, cammini sulle stesse strade, saluti le stesse persone, eppure questa mattina gelida di novembre al bar della stazione il gestore ti ferma sulla porta con fare deciso e sicuro, “senti, noi siamo gente per bene, i rumeni qua non li vogliamo” ti dice, ed è come ricevere un proiettile in mezzo alla fronte. Ti hanno fatto il caffè per dieci anni tutte le mattine, a volte ti fermavi qualche minuto a fumare una sigaretta con lui e parlare del più e del meno in attesa del prossimo treno, ma oggi no, niente caffè per te, e neanche domani, è meglio che giri alla larga, qui non sei il benvenuto.
E ti viene voglia di rifare il baratto al contrario, restituire gli anni di solitudine, l’imbarazzo sui pulman, i calli sulle mani e le rughe sul viso, le corse ai pezzi di carta, lo sforzo sovrumano di farsi accettare, la gioia assurda che hai provato quella mattina che hai strappato un sorriso sul volto diffidente della portinaia, il senso di casa che hai abbandonato e l’amore che hai perduto. Ora basta signori, la vostra benevolenza non mi interessa più, troppo lunga la strada verso il vostro cuore, voglio tornare il professore povero che ero, ridatemi un banco scrostato e un allievo scalzo a cui raccontare una buona storia.
Rivoglio la mia anima.
Sono stanco, torno a casa...






