Questa mattina, appena sveglio, mi sono seduto alla scrivania con una tazza di caffè. Attraversando il corridoio sentivo qualcosa che scricchiolava. Ho dato un’occhiata al pavimento, c’erano delle strisce di sabbia. Sulla scrivania un magnifico adenium rosso, una rosa del deserto, sopra uno spesso foglio di carta da lettere ingiallito, scritto con la stilografica, con stampata in rilievo, in alto a sinistra: “Gendarmeria di Confine”.
Per prima cosa ho controllato se qualcuno, nottetempo, avesse forzato la porta di casa o le finestre. Macché, tutto in ordine. Ho cercato subito la firma in calce alla lettera, sforzandomi di ricordare a chi appartenesse quella calligrafia familiare, perché non era firmata. Ma l’unico paragone con quei composti svolazzi era con i miei temi delle elementari che conservo ancora in un cassetto. Non so chi abbia scritto queste curiose righe, né chi le abbia lasciate sul mio tavolo da lavoro. Ma sono certo che non sarà spazzando la sabbia dallo studio che riuscirò a cacciare il tenero turbamento che mi hanno provocato.
Sembra il foglio strappato di un vecchio diario, sebbene la data sia quella di oggi e l’inchiostro blu, luccicante e ancora fresco.
GENDARMERIA DI CONFINE 9 Febbraio 2010
«Sono salito sulla torre di vedetta, all’alba. La sentinella dormiva pancia all’aria, il binocolo di sghimbescio sulla giubba. Mi sono accorto che non indossava più la nostra sacra divisa blu, ma il kepì era grigio e anche i pantaloni avevano la banda grigia, il colore delle divise nemiche. Siamo assediati da anni. I grigi che, con i loro bivacchi, circondano il nostro paese, non erano tutti addormentati. Alcuni proseguivano le baldorie della notte. Intorno a quei falò di vincitori, con gli avanzi degli arrosti, fra le bottiglie di vino semivuote e i corpi lividi delle sgualdrine per la truppa, addormentate come cadaveri fra le braccia dei caporali nemici, mi sono sorpreso nel riconoscere una donna che ho tanto amato e parecchi amici che erano qui, arruolati con noi. Alcuni di loro, di malavoglia, al primo chiarore hanno preso commiato dai nemici e sono rientrati fra le mura. Barcollando ebbri. Cantavano gli inni dei grigi nella loro lingua. Soltanto a ridosso delle mura hanno risposto al chivalà nel nostro caro idioma. Le guardie al portone non hanno sollevato eccezioni e li hanno fatti rientrare come se fossero usciti di pattuglia. Possibile che non si siano resi conto che bivaccavano con gli assassini dei nostri padri? Il tradimento non è più contemplato neanche nei codici d’onore che, un tempo, non c’era bisogno di mettere per iscritto. Fra noi ci s’intendeva con un cenno. Oggi quei codici non hanno alcun valore. Anche se tutti, blu e grigi, vi fanno scolastico riferimento nei discorsi ufficiali.
È una magnifica giornata. L’alba del colore delle aragoste. Ho agguantato il binocolo dal ventre gonfio della sentinella dalla divisa valida per tutti gli eserciti e, con la stessa speranza di quand’ero bambino, mi sono messo a spiare le cime e i valichi impervi sperando che, finalmente, arrivassero i nostri.
Ero ancora addormentato. La consapevolezza che i nostri non sarebbero mai più giunti a salvarci mi ha attraversato il cuore, gelida come una spada. Ci sono più nostri nei loro, di quanti ne siano rimasti nel mio paese assediato. Quei bivacchi all’assedio, infine, non erano che un teatrino di guerra per gli allocchi. Io stesso una comparsa di quella commedia di retrovia, un allocco in divisa blu con le vecchie bande rosse sui pantaloni sgualciti. No, i nostri erano diventati i loro, e loro ci assediavano per modo di dire, vivevano e trafficavano già dentro le mura, ma ci lasciavano una suggestione di libertà. Il bivacco era una finzione, così come l’assedio. Quando quest’ultima illusione si dissolse, le mura di cinta del paese si sgretolarono come sabbia. Tutto questo accadeva un paio d’ore fa.
Oggi è domenica, giorno di mercato. Ho scambiato la mia divisa storica con un grigio, in cambio del suo cavallo. Lui la sta mostrando ai suoi commilitoni che ridono sgangheratamente: “Ma qualcuno le indossava ancora queste?”
Adesso sto cavalcando nel deserto. Non c’è che il deserto per sentirmi a mio agio. Fa ancora fresco, i colori sono naturali, il pietrisco bianco, la terra rossiccia. In cielo s’intravedono le ultime stelle d’argento. Nella terra di nessuno -dicono- è possibile ancora incontrare chi ti offra un sorriso e un sorso d’acqua della sua borraccia. Li chiamano predoni o I Senza Padre. Dicono anche che nessuno esca vivo dal deserto. Dicono che siamo barbari. Ma non ci siamo venduti. Amiamo le pure e antiche cose. Siamo i nostri che stanno per arrivare in soccorso di qualcuno a noi sconosciuto. Realizzeremo il sogno di uno straniero, il sogno di essere salvati, presteremo soccorso alle speranze dei loro piccoli. Daremo loro quello che a noi hanno tolto. Non ci rassegneremo mai.»
Per prima cosa ho controllato se qualcuno, nottetempo, avesse forzato la porta di casa o le finestre. Macché, tutto in ordine. Ho cercato subito la firma in calce alla lettera, sforzandomi di ricordare a chi appartenesse quella calligrafia familiare, perché non era firmata. Ma l’unico paragone con quei composti svolazzi era con i miei temi delle elementari che conservo ancora in un cassetto. Non so chi abbia scritto queste curiose righe, né chi le abbia lasciate sul mio tavolo da lavoro. Ma sono certo che non sarà spazzando la sabbia dallo studio che riuscirò a cacciare il tenero turbamento che mi hanno provocato.
Sembra il foglio strappato di un vecchio diario, sebbene la data sia quella di oggi e l’inchiostro blu, luccicante e ancora fresco.
GENDARMERIA DI CONFINE 9 Febbraio 2010
«Sono salito sulla torre di vedetta, all’alba. La sentinella dormiva pancia all’aria, il binocolo di sghimbescio sulla giubba. Mi sono accorto che non indossava più la nostra sacra divisa blu, ma il kepì era grigio e anche i pantaloni avevano la banda grigia, il colore delle divise nemiche. Siamo assediati da anni. I grigi che, con i loro bivacchi, circondano il nostro paese, non erano tutti addormentati. Alcuni proseguivano le baldorie della notte. Intorno a quei falò di vincitori, con gli avanzi degli arrosti, fra le bottiglie di vino semivuote e i corpi lividi delle sgualdrine per la truppa, addormentate come cadaveri fra le braccia dei caporali nemici, mi sono sorpreso nel riconoscere una donna che ho tanto amato e parecchi amici che erano qui, arruolati con noi. Alcuni di loro, di malavoglia, al primo chiarore hanno preso commiato dai nemici e sono rientrati fra le mura. Barcollando ebbri. Cantavano gli inni dei grigi nella loro lingua. Soltanto a ridosso delle mura hanno risposto al chivalà nel nostro caro idioma. Le guardie al portone non hanno sollevato eccezioni e li hanno fatti rientrare come se fossero usciti di pattuglia. Possibile che non si siano resi conto che bivaccavano con gli assassini dei nostri padri? Il tradimento non è più contemplato neanche nei codici d’onore che, un tempo, non c’era bisogno di mettere per iscritto. Fra noi ci s’intendeva con un cenno. Oggi quei codici non hanno alcun valore. Anche se tutti, blu e grigi, vi fanno scolastico riferimento nei discorsi ufficiali.
È una magnifica giornata. L’alba del colore delle aragoste. Ho agguantato il binocolo dal ventre gonfio della sentinella dalla divisa valida per tutti gli eserciti e, con la stessa speranza di quand’ero bambino, mi sono messo a spiare le cime e i valichi impervi sperando che, finalmente, arrivassero i nostri.
Ero ancora addormentato. La consapevolezza che i nostri non sarebbero mai più giunti a salvarci mi ha attraversato il cuore, gelida come una spada. Ci sono più nostri nei loro, di quanti ne siano rimasti nel mio paese assediato. Quei bivacchi all’assedio, infine, non erano che un teatrino di guerra per gli allocchi. Io stesso una comparsa di quella commedia di retrovia, un allocco in divisa blu con le vecchie bande rosse sui pantaloni sgualciti. No, i nostri erano diventati i loro, e loro ci assediavano per modo di dire, vivevano e trafficavano già dentro le mura, ma ci lasciavano una suggestione di libertà. Il bivacco era una finzione, così come l’assedio. Quando quest’ultima illusione si dissolse, le mura di cinta del paese si sgretolarono come sabbia. Tutto questo accadeva un paio d’ore fa.
Oggi è domenica, giorno di mercato. Ho scambiato la mia divisa storica con un grigio, in cambio del suo cavallo. Lui la sta mostrando ai suoi commilitoni che ridono sgangheratamente: “Ma qualcuno le indossava ancora queste?”
Adesso sto cavalcando nel deserto. Non c’è che il deserto per sentirmi a mio agio. Fa ancora fresco, i colori sono naturali, il pietrisco bianco, la terra rossiccia. In cielo s’intravedono le ultime stelle d’argento. Nella terra di nessuno -dicono- è possibile ancora incontrare chi ti offra un sorriso e un sorso d’acqua della sua borraccia. Li chiamano predoni o I Senza Padre. Dicono anche che nessuno esca vivo dal deserto. Dicono che siamo barbari. Ma non ci siamo venduti. Amiamo le pure e antiche cose. Siamo i nostri che stanno per arrivare in soccorso di qualcuno a noi sconosciuto. Realizzeremo il sogno di uno straniero, il sogno di essere salvati, presteremo soccorso alle speranze dei loro piccoli. Daremo loro quello che a noi hanno tolto. Non ci rassegneremo mai.»







Commenti
(Grazie Diego, sei sempre un faro che indica la via)
Questa è una traccia.
http://www.youtube.com/watch?v=wsc5CJbTrQA
Ho fatto un giro nel tuo blog e mi sono appassionato alle vicende desertiche. Ho trovato naturale ci fossero link e riferimenti a Krishnamurti, mi rendo conto che non riesco a trovare parole per descriverlo a un ipotetico ascoltatore che non lo conoscesse. Inquietante pensare che potrei scrivere e descrivere B. per 5 ore filate ma dove lo trovo uno che non lo conosce e in tal caso gli renderei un buon servizio? Ne Dubito.
Potrei descrivere Krishnamurti dicendo che è l'opposto di B. Ma Krishnamurti non si oppone a nulla e di B. per 5 ore non ci scrivo più da anni.
Krishnamurti è un anticipo di primavera se davvero l'inverno dell'umanità sta per finire.
Ascoltarlo è una palestra per la ghiandola pineale, che presiede al sesto senso. Per intenderci la pineale è l'"antenna" senza la quale non si percepisce l'amore che ci circonda e pervade. Risulta evidente, grazie alla pineale, che l'universo è organico, Uno. Al buio secerne melatonina e favorisce il sonno e il sogno. In punto di morte secerne enormi quantità di DMT, una droga molto più potente negli effetti dell' LSD sintetico, la visione condivisa del tunnel di luce, raccontata da diverse persone "tornate" dalla morte, è data da questa sostanza che è reperibile in natura in diverse piante, insetti e animali . Chi ha sentito parlare di anti-psichiatria ricorderà che le sperimentazioni con l'LSD mostravano una "strana" condivisione di "allucinazioni" tra chi assumeva in compagnia la sostanza. Chiaro che non si trattava di allucinazioni bensì dell'apertura "chimica" del terzo occhio, la pineale appunto. La fisica, l'astronomia dimostrano che con gli strumenti scientifici ufficiali possiamo indagare il 5% di quello che ci circonda, il resto lo percepisce la pineale. La medicina ufficiale afferma che una calcificazione della ghiandola pineale non rappresenta un problema per l'organismo. Le bevande gasate, gli zuccheri elaborati ne causano la calcificazione. La sollecitazione "chimica" della pineale è una scorciatoia che può rivelarsi pericolosa, il risveglio deve essere graduale, naturale perché le prese di coscienza siano durature e non traumatiche. In Brasile esiste un rito di guarigione del corpo e dello spirito (differenziazione inesistente) che consiste nell'assunzione di DMT, ora è tutelato dalla legge grazie al lavoro degli antropologi e dei medici che ne riscontrarono l'importanza, molti tossicodipendenti smettono la loro dipendenza dopo questo rito, sostengono di trovare assurdo riprendere a drogarsi dopo questa esperienza. Sul web si trova di tutto ma soprattutto c'è Krishnamurti che ci parla di come l'umanità può diventare se smette di pensare in termini di divisioni e contrapposizioni e si connette al tutto, prendendo coscienza della realtà.
E' improbabile che riesca a venire a Roma, volevo fare coincidere la cosa con la mia partenza per l'Olanda ma i tempi si allungano e le risorse sono limitate. In ogni caso è certo che un giorno ci scambieremo qualche 'raggio' di persona.
J. Krishnamurti - Cultura, Tradizione e Mente Religiosa.
http://video.google.com/videoplay?docid=630644704440737767#
"vedere se si può vivere senza sforzi, senza controllare nulla"
mi sento più ricco... mi sento curioso... mi sento spronato....almeno a cercare di capire il messaggio che volevate diffondere attraverso le vostre parole (qualcosa ho capito ma sento che mi mancano dei concetti) ma per fortuna ho diversi mezzi per ricercarli...
quello che avete scritto mi ha trasmesso energia... e ora vado a cercare di non farla morire nel nulla....
Ti scriverò Pax, inizio a pensare di praticare yoga.
dare quello che c'è... non solo quello che trabocca... senza aspettarsi niente in cambio però.
Riuscire a non controllare anche questa parte di noi.... e credimi io ci sto provando ora per la prima volta in vita mia con questa esperienza tra gli "invisibili"....(perchè non "davo" nemmeno quello che traboccava perchè non lo facevo traboccare)
Poi sarà il tempo a scrivere il risultato dopo l'uguale....
presteremo soccorso alle speranze ..........
Non ci rassegneremo mai.»