L’isolamento è un’aggravante della carcerazione. Una penalizzazione in più. Essere isolati o, comunque, avere la percezione di esserlo, è la penalizzazione di un uomo libero, di un cittadino qualsiasi, un’aggravante della solitudine, anche se quest’ultima fosse una libera scelta e persino una soluzione felice.
L’isolamento non è mai felice. L’isolato è un cittadino che vive “separato dal resto”. Una condizione che ricorda i segregati nei reparti di malattie infettive, padiglioni non a caso definititi “d’isolamento”. In taluni casi, i più ostinati o estremi, la condizione di un isolato ricorda quella di certi lavoratori stranieri. È un extracomunitario in patria. Un “appestato”.
Credo -paradossalmente- che in Italia, gli isolati siano moltitudini. E credo che lo siano diventati anche perché non sanno più con chi stare. Non si riconoscono in questa società, nei suoi valori o disvalori, né in un partito o gruppo. Delusi e diffidenti non sanno a chi santo votarsi. Sono colpevoli? Innocenti? Si tratta solo di incontentabili egocentrici o depressi cronici? Difficile dirlo e non sta a noi giudicarlo. Ciascuno ha la sua giungla interiore, avventurarcisi e districarla non è semplice.
Quel che invece appare lampante è proprio questa “massa” di isolati, senza chiesa e senza partito, molti dei quali già appartenuti alla casa del centrosinistra, sotto il cui tetto, da qualche anno, non riescono proprio a trovare riparo, se pure lo desidererebbero. Non che la politica basti da sola a colmare un senso d’isolamento, che ha radici più estese e profonde, ma di certo ne lenisce un poco il dolore. Senza la politica, senza quel ponte fra noi e “il resto”, senza un progetto sociale condiviso, il cittadino in sé è un’anima morta, un limone da spremere a fini commerciali o meramente fiscali che a lui, l’isolato, non offrono neppure la consolazione di aver partecipato, con il proprio denaro, al miglioramento della situazione ospedaliera, paesaggistica, della pubblica istruzione o dei trasporti. Amareggiato e tradito dall’escalation scandalistica della spesa pubblica e dalla corruzione politica, questo “segregato moderno” si scopre nella penosa condizione di chi “non ha più parole” -come si dice in gergo popolare- perché sopraffatto dall’indecenza.
Gli isolati dell’Italia di oggi, mi fanno venire in mente quella vagheggiata “Confraternita dei senza padre” alla quale accennò Oscar Wilde nel suo “De Profundis”, l’infinita lettera al giovane amante scritta da isolato, anzi, da “marchiato” dalla società inglese di fine Ottocento, nel carcere di Reading.
Modestamente, mi considero parte di questa invisibile Confraternita, e da isolato professionista, desidero ardentemente che questo “isolamento collettivo” abbia termine, prima che provochi danni più gravi, come tutte le energie compresse e inesplose.
La maggiore forza di opposizione oggi in campo, il Partito Democratico, ha una difficoltà enorme ad attrarre i milioni di “senza padre” che, alle elezioni, mancano all’appello, ed a causa del loro astensionismo, impediscono al Pd di rovesciare l’attuale governo. Questa mancanza di attrattiva, credo sia riconducibile a due cause. La prima è che in quel partito mancano figure di rilievo carismatiche. La seconda -correlata- è che il Partito Democratico non è che l’ennesimo frutto di un’alchimia, più tesa a conservare il potere delle vecchie, riciclate classi dirigenti, che a farsi culla di una visione politica nuova per l’Italia del futuro. La sensazione che ci venga offerta una mela col verme mi sembra universalmente condivisa. Se la scelta si riduce ad addentarne un morsetto piuttosto che autosomministrarsi una dose di veleno, l’astensione, sia pure esecrabile, non mi sembra scandalosa.
Se dovessimo dare credito alla iettatoria profezia Maya sull’apocalisse del 2012 non staremmo a preoccuparci degli isolati del 2009. Ma l’allineamento dei pianeti, fra tre anni, mi provoca assai meno preoccupazioni di quelle che noi italiani “disallineati” -spesso disoccupati- ci troveremo a fronteggiare da qui al 2012. Mi auguro di essere un cattivo profeta (e un modesto scrittore) ma sento come i cani, con breve anticipo, l’arrivo di scosse telluriche, di natura politica e sociale, che possono precipitare il Paese in una situazione devastante e torbida, da Anni di Piombo. In questa peggiore ipotesi, naturalmente, la Storia si ripresenterà in forme inedite, quindi imprevedibili, che però non devono trovarci indifesi. E gli isolati sono indifesi per definizione. Che fare? A chi guardare?
In mancanza di padri credibili e modelli che “dall’alto” non ci risultano pervenuti, (semmai piovono dal cielo, di gran lunga, cattivi esempi) penso sia bene porre estrema attenzione a ciò che si muove “dal basso”.
In questo senso la manifestazione di domani, indetta dalla Rete, mi sembra un’occasione da non perdere per sottrarci all’isolamento. Rispetto a veleni e mele bacate, stare insieme al “basso” (non quello che sta in alto) non ha controindicazioni. Di Pietro non perde occasioni di metterci il cappello, altri, come il Pd, lanciano il loro cappello come il proverbiale sasso nello stagno, ritirando la mano, a seconda delle opportunità, e dire solo “No”, infine, non può bastarci. Ma è meglio rinunciare a tutti i nostri isolati “distinguo”, pur di partecipare con la società civile. In mancanza di padri nobili, ci sono i fratelli. Se hanno fatto l’Italia una volta, chissà che non ci riesca di farla una seconda. Possibilmente meglio. È solo un sogno di quelli febbrili partoriti nelle nostre celle d’isolamento, ma in tempi da incubo, un sogno condiviso è sempre meglio di niente.






