Non sono mai stato un apocalittico. Il mio percorso m’impedisce tuttavia di ritenermi un integrato. Dopo l’ultimo incontro con gli amici del direttivo del Movimento degli Invisibili, ho preso una decisione liberatoria. Non guarderò più la televisione italiana. Non è una provocazione. Né un drastico esempio d’ispirazione bacchettonesca. È la conseguenza di una lunga e spontanea riflessione, di un mese trascorso immerso nella natura e nell’anima di un parco americano, in un altro mondo, di una contraddizione necessaria, dialettica, che giunge al culmine di un intero curriculum di studi rivolti alla televisione e alla comunicazione di massa.
Quando partii alla volta di Roma per studiare al Dams, lasciando il mio paesello natìo (Siracusa, nel Maine), ero innamorato della televisione e delle sue immense potenzialità. Avevo scritto un libro ed ero stato invitato in un programma che ora sembra dell’altro secolo, “Ci vediamo in tv”. Era l’epoca in cui esistevano ancora gli autori e le trasmissioni avevano un qualche senso. Il veleno dei format stranieri non si era ancora diffuso fino a cancellare tutto, come succede oggi. Il conduttore della trasmissione, un vecchio volpone e un grande inventore di programmi storici, mi disse ch’ero tagliato per la tv e pronosticò per me una brillante carriera.
Negli anni in cui i grandi fratelli iniziavano a ingoiare la programmazione, e il senso finiva in una spirale nera da cui sembra non poter più venir fuori, frequentai il direttore della seconda rete pubblica. Ma non appena ottenni di poter esser messo alla prova, ovviamente, egli fu fatto fuori con tutti i suoi collaboratori perché intanto era cambiato il governo. Imparai la prima e unica legge della tv e del lavoro in Italia: se non vendi l’anima, non ottieni nulla. Almeno nel Ventennio c’era una soluzione intermedia, avere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Oggi è più sottile, te la devi vedere faccia a faccia con il Diavolo e stabilire la cifra per cui ti vendi.
Finì poi che, con grande fortuna, riuscii a collaborare con colui che a tutt’oggi ritengo il miglior autore di questo paese, il più serio e fantasioso, nonché capace d’illuminare individualmente il pubblico, e questo è il motivo per cui, nonostante tutto, non resterà mai solo. Non si trattava però di tv, bensì di radio. Diego Cugia mi propose un giorno di scrivere per il suo “Zombie”. Rifiutò i primi due pezzi, ma il terzo lo prese. Dal quarto in poi, entrai a far parte di quella che chiamò “ditta” e invece si è rivelata la più esaltante esperienza creativa, artistica e umana della mia breve e disastrata epopea lavorativa.
Però lo stesso uomo, se così si può dire, che aveva cacciato il direttore di Raidue, fece consegnare al mio amico e a tutti i suoi collaboratori l’ostrakon, il coccio con cui venivamo cacciati dalla città e radiati per sempre dal popolo italiano. Questa cosa, negli Stati Uniti, facevano fatica a capirla. Che uno con il sacrificio e la dedizione, con le proprie capacità e senza demordere, riesca ad avere la sua occasione e un altro, che è il capetto del governo, perché non parla bene di lui, gliela cancelli senza appello, non segretamente, ma alla luce del sole. Quel sole che, sotto i fischi impietosi dei parlamentari europei, quell’uomo – se così si può dire – tentava di opporre come proprio vanto alle accuse politiche del famoso deputato tedesco cui aveva dato del “kapò”, affondando per sempre il nostro paese nel fango della sua inadeguatezza mentale. Dico fango, ma penso un’altra cosa.
Quell’uomo, che Pasolini oggi definirebbe “il male assoluto”, termine che aveva usato a suo tempo per la televisione, ha in mano un intero paese. Non compro più i suoi giornali, non ascolto più la radio dei suoi servitori (quella radio di autori e d’intellettuali, che in altri decenni era il miglior servizio pubblico europeo, e che oggi è stata del tutto smantellata e dispersa). Ora ho deciso che non guarderò neanche più la sua televisione, o meglio, le sue televisioni.
È già fatalmente piacevole che sui canali 2 e 4 non si vedano più quelle due reti il cui segnale è stato spento e la cui ragion d’essere era spenta da molto prima. Ora, nella regione in cui vivo cioè il Lazio, verranno spenti anche gli altri segnali. Tutti si affrettano a dotarsi degli apparecchi per continuare ad avvelenarsi con questo feroce carosello del nulla. Io ritengo che quando vanno a buttare i vecchi televisori, per le strade e nei cassonetti dell’immondizia, farebbero meglio a non comprarne di nuovi. Guardo questi schermi frantumati e morti, per i viali di Roma, e m’illudo che le persone si siano svegliate da questo incubo durato vent’anni e siano tornate a vivere. Non è così. C’è ancora il vuoto dei reality show nei loro occhi rassegnati. Ma io lo farò, nel mio piccolo. Sento di non perdere nulla. Non avvertirò la mancanza di queste figurine che urlano e sbraitano a tutte le ore, che si parlano addosso, che esibiscono la pornografia dei propri drammi umani, che non hanno più un corpo né un’anima da vendere.
Non mi mancheranno quegli spettacoli comici e grotteschi definiti “tg”. Né la certezza psicologica e spirituale di rispondere a chi mi dovesse chiedere: “ma la tv fa tutta schifo? Va tutta eliminata? Non si salva niente?”. No, non si salva niente. Non ha più senso ritagliare quei venti minuti di programmi intelligenti o aggiuntivi di sapere. Si trova molto ma molto di più in una sola pagina di Walt Whitman, di Simenon, di Scott Fitzgerald o di Tagore. O in un qualsivoglia aggettivo di un grande poeta, o di un Maestro spirituale.
Impiegherò tuttavia anni a disintossicarmi, io stesso, da questo lungo sogno inquinato che ha deturpato la mia mente e l’ha violentata con slogan pubblicitari, talk show politici e sputtanamenti vari. La mente umana lavora per immagini. La tv ne spara ogni secondo una quantità disumana e terribilmente dannosa. Veniamo violentati senza rendercene conto, per ore e ore, tenendo in mano un telecomando. Le nuove generazioni, infine, parlano, pensano (o non pensano), vivono, si esprimono, desiderano, si emozionano (anzi, non si emozionano) in un modo raccapricciante che non ha quasi più niente dell’uomo “sapiens sapiens”.
L’aveva già detto Pasolini, un trentennio fa, che era il caso di chiudere per qualche tempo le scuole e le televisioni. Le prime sono praticamente già distrutte. Solo una certezza resta: avranno un crocifisso, a simboleggiare le prospettive di coloro che ne escono senza un’adeguata formazione. Le seconde, almeno per me, hanno finito di turbare la quiete della mia vita di essere umano, pensante, senziente, desideroso di evolversi e di vivere felicemente. Non è vero che eliminando la tv finisce il mondo. Spegnendo il televisore inizia il mondo reale. È un pianeta chiamato “Terra”, di costituzione rocciosa, che ha un’atmosfera composta di azoto al 78% e dal colore turchese, per chi lo guarda dallo spazio. La sua superficie è costituita per lo più di acqua, salvo cinque continenti abitati da circa sei miliardi di persone. Ognuna di queste, oltre a poter godere sulla propria testa di un cielo azzurrino di giorno, indaco di notte, con un sole e delle stelle meravigliose, ha tutto un universo da scoprire all’interno di sé. E una vita intera basta a stento per avere la più strabiliante delle esperienze di questi mondi.
Quando partii alla volta di Roma per studiare al Dams, lasciando il mio paesello natìo (Siracusa, nel Maine), ero innamorato della televisione e delle sue immense potenzialità. Avevo scritto un libro ed ero stato invitato in un programma che ora sembra dell’altro secolo, “Ci vediamo in tv”. Era l’epoca in cui esistevano ancora gli autori e le trasmissioni avevano un qualche senso. Il veleno dei format stranieri non si era ancora diffuso fino a cancellare tutto, come succede oggi. Il conduttore della trasmissione, un vecchio volpone e un grande inventore di programmi storici, mi disse ch’ero tagliato per la tv e pronosticò per me una brillante carriera.
Negli anni in cui i grandi fratelli iniziavano a ingoiare la programmazione, e il senso finiva in una spirale nera da cui sembra non poter più venir fuori, frequentai il direttore della seconda rete pubblica. Ma non appena ottenni di poter esser messo alla prova, ovviamente, egli fu fatto fuori con tutti i suoi collaboratori perché intanto era cambiato il governo. Imparai la prima e unica legge della tv e del lavoro in Italia: se non vendi l’anima, non ottieni nulla. Almeno nel Ventennio c’era una soluzione intermedia, avere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Oggi è più sottile, te la devi vedere faccia a faccia con il Diavolo e stabilire la cifra per cui ti vendi.
Finì poi che, con grande fortuna, riuscii a collaborare con colui che a tutt’oggi ritengo il miglior autore di questo paese, il più serio e fantasioso, nonché capace d’illuminare individualmente il pubblico, e questo è il motivo per cui, nonostante tutto, non resterà mai solo. Non si trattava però di tv, bensì di radio. Diego Cugia mi propose un giorno di scrivere per il suo “Zombie”. Rifiutò i primi due pezzi, ma il terzo lo prese. Dal quarto in poi, entrai a far parte di quella che chiamò “ditta” e invece si è rivelata la più esaltante esperienza creativa, artistica e umana della mia breve e disastrata epopea lavorativa.
Però lo stesso uomo, se così si può dire, che aveva cacciato il direttore di Raidue, fece consegnare al mio amico e a tutti i suoi collaboratori l’ostrakon, il coccio con cui venivamo cacciati dalla città e radiati per sempre dal popolo italiano. Questa cosa, negli Stati Uniti, facevano fatica a capirla. Che uno con il sacrificio e la dedizione, con le proprie capacità e senza demordere, riesca ad avere la sua occasione e un altro, che è il capetto del governo, perché non parla bene di lui, gliela cancelli senza appello, non segretamente, ma alla luce del sole. Quel sole che, sotto i fischi impietosi dei parlamentari europei, quell’uomo – se così si può dire – tentava di opporre come proprio vanto alle accuse politiche del famoso deputato tedesco cui aveva dato del “kapò”, affondando per sempre il nostro paese nel fango della sua inadeguatezza mentale. Dico fango, ma penso un’altra cosa.
Quell’uomo, che Pasolini oggi definirebbe “il male assoluto”, termine che aveva usato a suo tempo per la televisione, ha in mano un intero paese. Non compro più i suoi giornali, non ascolto più la radio dei suoi servitori (quella radio di autori e d’intellettuali, che in altri decenni era il miglior servizio pubblico europeo, e che oggi è stata del tutto smantellata e dispersa). Ora ho deciso che non guarderò neanche più la sua televisione, o meglio, le sue televisioni.
È già fatalmente piacevole che sui canali 2 e 4 non si vedano più quelle due reti il cui segnale è stato spento e la cui ragion d’essere era spenta da molto prima. Ora, nella regione in cui vivo cioè il Lazio, verranno spenti anche gli altri segnali. Tutti si affrettano a dotarsi degli apparecchi per continuare ad avvelenarsi con questo feroce carosello del nulla. Io ritengo che quando vanno a buttare i vecchi televisori, per le strade e nei cassonetti dell’immondizia, farebbero meglio a non comprarne di nuovi. Guardo questi schermi frantumati e morti, per i viali di Roma, e m’illudo che le persone si siano svegliate da questo incubo durato vent’anni e siano tornate a vivere. Non è così. C’è ancora il vuoto dei reality show nei loro occhi rassegnati. Ma io lo farò, nel mio piccolo. Sento di non perdere nulla. Non avvertirò la mancanza di queste figurine che urlano e sbraitano a tutte le ore, che si parlano addosso, che esibiscono la pornografia dei propri drammi umani, che non hanno più un corpo né un’anima da vendere.
Non mi mancheranno quegli spettacoli comici e grotteschi definiti “tg”. Né la certezza psicologica e spirituale di rispondere a chi mi dovesse chiedere: “ma la tv fa tutta schifo? Va tutta eliminata? Non si salva niente?”. No, non si salva niente. Non ha più senso ritagliare quei venti minuti di programmi intelligenti o aggiuntivi di sapere. Si trova molto ma molto di più in una sola pagina di Walt Whitman, di Simenon, di Scott Fitzgerald o di Tagore. O in un qualsivoglia aggettivo di un grande poeta, o di un Maestro spirituale.
Impiegherò tuttavia anni a disintossicarmi, io stesso, da questo lungo sogno inquinato che ha deturpato la mia mente e l’ha violentata con slogan pubblicitari, talk show politici e sputtanamenti vari. La mente umana lavora per immagini. La tv ne spara ogni secondo una quantità disumana e terribilmente dannosa. Veniamo violentati senza rendercene conto, per ore e ore, tenendo in mano un telecomando. Le nuove generazioni, infine, parlano, pensano (o non pensano), vivono, si esprimono, desiderano, si emozionano (anzi, non si emozionano) in un modo raccapricciante che non ha quasi più niente dell’uomo “sapiens sapiens”.
L’aveva già detto Pasolini, un trentennio fa, che era il caso di chiudere per qualche tempo le scuole e le televisioni. Le prime sono praticamente già distrutte. Solo una certezza resta: avranno un crocifisso, a simboleggiare le prospettive di coloro che ne escono senza un’adeguata formazione. Le seconde, almeno per me, hanno finito di turbare la quiete della mia vita di essere umano, pensante, senziente, desideroso di evolversi e di vivere felicemente. Non è vero che eliminando la tv finisce il mondo. Spegnendo il televisore inizia il mondo reale. È un pianeta chiamato “Terra”, di costituzione rocciosa, che ha un’atmosfera composta di azoto al 78% e dal colore turchese, per chi lo guarda dallo spazio. La sua superficie è costituita per lo più di acqua, salvo cinque continenti abitati da circa sei miliardi di persone. Ognuna di queste, oltre a poter godere sulla propria testa di un cielo azzurrino di giorno, indaco di notte, con un sole e delle stelle meravigliose, ha tutto un universo da scoprire all’interno di sé. E una vita intera basta a stento per avere la più strabiliante delle esperienze di questi mondi.
Con amore, e silenzio, per tutti voi che leggerete.
Gabriele Policardo
Gabriele Policardo






