Movimento degli Invisibili

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Agricoltura invisibile

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Si fanno belle trasmissioni televisive sui prodotti agricoli d’eccellenza imbandendo tavolate sontuose nelle piazze, sui prati nelle cucine; ma la realtà non ha né la luce artificiale di un riflettore né l’inquadratura scelta per l’occasione; la realtà è un settore in crisi che coinvolge le famiglie, sono ettari ed ettari di terreno incolti e persone che non hanno più da lavorare. È l’agricoltore cinquantenne che non riesce più a vivere del suo lavoro e tira avanti con la pensione di un genitore, così come l’operaio suo coetaneo in cassa integrazione. Sono realtà quotidiane che il chiasso urlato dei nostri tempi copre con grande facilità.

Sono una “giovane” coltivatrice diretta, o piccola imprenditrice agricola, produco frutta in quasi quattro ettari della grassa Emilia. Da diversi giorni volevo scrivere un contributo sulla disoccupazione invisibile nel settore agricolo; lo faccio ora, perché quanto è accaduto a Rosarno mi fa provare il senso di una corresponsabilità che avvertivo da tempo e la necessità di agire di conseguenza. Penso che noi agricoltori, categoria di lavoratori in difficoltà come tutte, siamo i primi a dover volere guardare più in là delle nostre provincie e delle nostre colture tipiche, togliere i confini dai nostri modi di pensare.
Una volta scrissi a Libera Terra che avevano “preso dalla terra la forza per cambiare le cose”. Sogno che quella forza si estenda, risalga la penisola, abbracci le isole e venga sempre più verso Roma, dove metterebbe in centrifuga un po’ di gente dei palazzi, poi ancora verso il Nord, salendo verso l’Europa per raccontare una nuova realtà, sempre salendo, in un flusso unico e costante di migliaia e migliaia di chilometri.E sogno Giuseppina Paterniti da Bruxelles che un giorno ci dà buone notizie, insieme ai complimenti degli altri Stati. Bzz…Bzz…Bzz: Fine del sogno.

Però quella forza servirebbe, o nessuno che sta seduto in una poltrona ministeriale, parlamentare, senatoriale avrà seriamente cura nel tempo delle difficoltà dell’agricoltura italiana, costellata di mafieria non solo al Sud. E se non c’è questa forza l’informazione parlerà di questo settore sempre con scarsa e incostante attenzione, senza il vero intento di raccontarne le tante ombre, seppur visibilissime, tra cui il caporalato e lo sfruttamento della manodopera clandestina, che in agricoltura è rintracciabilissimo perché segue lo scorrere delle stagioni, ed è a cielo aperto! Se ne può parlare tutto l’anno, ma fino ad ora se ne era parlato solo d’estate, quando la maggior parte degli italiani è sollazzata, con la voglia di svagarsi, allora passa la notizia del ritrovamento del cadavere di un povero clandestino, morto di fatica in un campo di pomodori. Poi? Lunghe distese di connivente silenzio, di omertà, di terreni che tornano ai mafiosi. Poi? Poi c’è Rosarno e l’indignazione affiora come muffa su una montagna di ricotta.

Davanti a situazioni gravi come quella rivelata dalla rivolta degli immigrati mi sembra che abbia poco senso parlare un po’ della mia realtà, al confronto principesca, ma siamo tutti gente che ha a che fare con la terra della stessa penisola. Seppur quanto segue non è che l’interruttore di una piccola luce, circoscritta a un territorio, vorrei provare ad accenderla, certa che più punti di vista riusciamo a cogliere, meno permettiamo che nel buio s’infilino scuse e indolente quieto vivere.
Il settore agricolo è da tempo in difficoltà ed ora circondato da questa crisi dell’economia che è fatta anche di noi lavoratori, delle nostre difficoltà, dei nostri rallentamenti, della nostra disoccupazione, della precarietà. Condizioni che si verificano quando pagare i contribuiti diventa un problema e non ti puoi permettere l’assunzione di manodopera (ma questo non deve giustificare lo sfruttamento di un solo essere umano!).
Dal 2003 traggo dal frutteto la mia fonte di guadagno. Mi ritengo fortunata perché ho la possibilità di avere mio padre che lavora per me e mette in pratica la sua esperienza, un marito con uno stipendio sicuro, un tetto sulla testa. Fortunata perché senza questi antichi parametri, senza questo cuscino protettivo sia nell’aspetto umano che economico, non potrei provvedere al mio sostentamento con i guadagni che si traggono dalla vendita della frutta, viste le spese cui si deve far fronte ed ai contributi che paghiamo. Ringrazio dal profondo del cuore, ma non è così che una trentacinquenne del 2010 vede realizzarsi il suo desiderio di indipendenza, che ritengo giusto e sano.

Come mai tante aziende agricole in meno in questi ultimi anni? Perché nei campi non si fa più reddito. Fare reddito, è futuro ed oggi siamo in difficoltà tutti noi agricoltori, ma permettetemi, siamo smarriti noi giovani e noi piccoli agricoltori.
Esattamente come negli altri settori dell’economia l’indeterminatezza ci mette il bastone fra le ruote; ci impedisce di fare i conti con un futuro che ci dobbiamo costruire e guadagnare. Penalizza la professionalità che andiamo acquisendo annata dopo annata e sbarra la strada all’accesso al credito, ciò significa ridurre al minimo indispensabile gli investimenti con i quali si potrebbe migliorare la produzione, rinnovare il parco macchine all’insegna della qualità del prodotto finale e dei parametri ecologici definiti per legge; investire in fonti di energia alternativa, lavorare quei terreni oggi spogliati di ogni coltura e improduttivi.
L’estirpazione di un frutteto può passare inosservata, ma quando è tanto frequente ed estesa, superficie dopo superficie, ettaro dopo ettaro come sta avvenendo in Emilia-Romagna, il suono di questa parola, estirpazione, diventa drammatico: evoca il segnale visivo di un meccanismo che non funziona più, parla di un territorio spogliato di una sua fondamentale caratteristica paesaggistica. Ci racconta di un’economia locale privata di una rendita costata già anni di lavoro.

Ormai lo sanno anche le formiche che accorciando la filiera si risparmiano molte spese e vi è un maggiore guadagno, ma è vero anche che l’estate è una corsa contro il tempo, che gli alberi non aspettano che tu abbia venduto un determinato quantitativo di frutti prima di farne maturare altri: maturano e basta.

Sono i tempi della natura, un piccolo esempio fra tanti con cui regolarsi quando si fa questo mestiere. Abbiamo bisogno anche della grande distribuzione, ma è proprio qui che si vedono gli effetti di un mercato senza regole: prezzi giusti non ne abbiamo noi produttori, e voi, consumatori, acquistate un prodotto ad un prezzo ben lontano da quello all’origine. Nel mezzo, qualcun altro ha guadagnato molto di più senza sporcarsi le mani. Non ci sono serie politiche di sostegno dei prezzi e va sempre peggio, per quanto se ne dica. Voi consumatori forse non immaginate che ogni anno, frutta, a tonnellate, viene lasciata cadere perché anche solo raccoglierla determinerebbe un costo che il ricavo non può coprire. Eppure quella frutta buona, costata un anno di lavoro, costata denaro e costata risorse -poiché l’acqua di cui è stata in parte nutrita non è piovuta solo dal cielo- a quella frutta viene dato il valore di pochi centesimi di euro.

Detto ciò -scusate la lunghezza ma per quanto abbia provato a tagliare il più possibile lottando contro la voglia di scrivere pagine e pagine e di sfogarmi- detto ciò il caporalato non ha giustificazione alcuna: ha sempre e solo fatto diventare più ricchi, godere e sbavare degli sfruttatori anche quando le arance, i pomodori, le patate il loro buon prezzo l'avrebbero spuntato. Dico questo perché ho sentito che qualcuno ci prova a giustificare questo fenomeno con la storia che le arance vengono pagate troppo poco.
contadino