Movimento degli Invisibili

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Il giorno del silenzio

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Lo scorso Natale sono andato in farmacia per comprare dei tappi per le orecchie. Il farmacista mi ha subito introdotto a un mondo incantato: c’erano tappi di tutti i tipi, misure, materiali, per tutte le tasche. Tappi di gomma, cotone, silicone, tungsteno, pietra di luna, ecc. Uscendo, mi son detto: “è incredibile che oggi si debba pagare otto euro per qualcosa che è sempre stato gratis”. Il silenzio.
Osservando i tappi, ho pensato a un’immagine che vedo in continuazione. Le orecchie dei ragazzini, per strada, sui mezzi pubblici. Non sono mai libere. Sono sempre chiuse dagli auricolari degli iPod e dei lettori mp3. Per dirla poeticamente, sono in un altrove. Ma in realtà, hanno solo paura del silenzio. Hanno paura di trovarsi, di ascoltarsi, di sentire la propria mente, di affrontare i propri pensieri. Persino quando sono insieme, due, tre o più, si alienano, senza parlare, ciascuno con la sua musica, o il suo rumore. Se scambiano qualche frase, e uno scende alla fermata, l’altro corre subito a tapparsi le orecchie, per non restare mai solo con se stesso.
Io credo che molti dei nostri problemi derivino da una disarmonica distribuzione del silenzio e del rumore. Il filosofo Wittgenstein diceva “di ciò di cui non si può parlare è preferibile tacere”. Dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali in ogni studio televisivo. Dove chiunque dice qualunque cosa su tutto e la tv lo amplifica enormemente, scolpendo giorno per giorno l’immaginario e la credenza collettivi, in maniera irreversibile. Una volta le vallette erano delle ragazze belle, ritenute poco intelligenti, che facevano le figurine nei quiz e negli show televisivi. Fino a dieci-quindici anni fa, i conduttori dei talk show si limitavano a invitarle come ospiti, sbagliando, a parlare di temi d’interesse sociale e politico. Alla fine, è ovvio che si sia compiuto il salto: oggi le vallette sono ministri e decidono del futuro di tutti noi. Tutto questo è avvenuto, nel silenzio. In questo caso, di un’opposizione che non c’è, o arriva sempre tardi a capire cosa è accaduto, quando ormai non si può più riparare.
Molte delle cose terribili che stanno accadendo avvengono sotto silenzio. La sociologa Noel Neumann la chiama «la spirale del silenzio», un’immagine con cui descrive il modo in cui la società globalizzata e oligarchica fa sparire le minoranze, condannandole all’invisibilità. Basta guardare i nostri telegiornali, per accorgersi di questo. Come non vi sia praticamente più informazione su nulla, e i fatti reali, che circolano in rete, siano completamente rimossi. Passati sotto silenzio. Un meccanismo tipico del processo di affermazione di un regime totalitario. I passi più importanti sono già stati compiuti. Temi come il razzismo di stato, l’impunità totale dei politici e il revisionismo storico, strumentalizzato, non suscitano più alcuna reazione eclatante.
È uscita l’inquietante notizia che i brani più scaricati dai ragazzi sugli iPod sono i discorsi di Mussolini. Questa è una tremenda responsabilità, della scuola e delle famiglie. La storia andrebbe insegnata al contrario: ci vorrebbero tre anni di martellamento, sul fatto che il fascismo e i totalitarismi siano il male assoluto. Invece si perdono anni interi, tra guerre puniche e dei cent’anni, per poi saltare tutto il Novecento, trattare le due guerre come argomenti secondari, ignorare il Vietnam, la Corea, la guerra del Golfo ecc.
In questo silenzio, basta dire una verità, e tutto il sistema si ritorce contro chi la dice. Il festival della canzone italiana quest’anno ha avuto come contenuto la presenza o meno di un cantante che ha confessato la sua dipendenza dalle droghe, in uno dei paesi più drogati del mondo. Tutti sanno che la maggior parte di quelli che lo hanno condannato sono notoriamente dei drogati, dagli uomini della tv ai parlamentari che non si sono sottoposti all’esame. Ma i sepolcri imbiancati vincono sempre, nella spirale del silenzio. Tanto più che i fatti reali, davvero importanti e attuali, sono relegati in spazi minori o inesistenti.
Il fascismo si affermò per il silenzio di un re traditore. E crollò con la fuga di un re traditore. Anche le leggi razziali, l’episodio peggiore della nostra storia, passarono per la vigliaccheria di un re traditore. E per il suo silenzio, assordante come quello del papa. E siccome il nostro paese è davvero una repubblica delle banane, il discendente di quel re oggi viene acclamato da un popolino aberrante mentre canta in tv una canzone sulla patria. Bastano due ore di tv per distruggere la gloria del risorgimento italiano e della resistenza al nazi-fascismo. Mi direte: ma sono solo canzonette. Appunto…
Dunque, si parla troppo di cose che non hanno senso o importanza, si tace su quasi tutte quelle importanti. E un giorno la storia ci farà pagare il conto di questo. L’Italia è il paese in cui c’è un solo tipo di silenzio che non ha mai crisi, né crepe, né interruzioni: quello sulle stragi e sui misfatti di stato. C’è un silenzio mortale sull’assassinio di Enrico Mattei, che voleva trasformare il nostro paese in una nazione ricca e progredita; sulla morte di tutti quelli che hanno indagato su questo omicidio; c’è un silenzio inaccettabile sui mandanti delle stragi, delle bombe, sull’esplosione del DC9, sui fatti di Genova e su mille altri episodi. C’è un silenzio inaccettabile sui veri responsabili dell’omicidio di Pasolini, che aveva capito tutto e stava per rompere il silenzio sui mandanti delle stragi e l’aveva pure detto. Ci su un silenzio tombale quando Craxi fece il suo ultimo discorso in Parlamento e chiese chi non fosse a conoscenza del sistema di corruzione di cui stava parlando. C’è infine un silenzio in cui tutto questo, ora dopo ora, sta svanendo in un oblio transpersonale.
Vorrei proporre una protesta collettiva. Ho pensato di chiamarla «il giorno del silenzio». Ci mettiamo tutti d’accordo, e a una data concordata osserviamo tutti mezza giornata di totale silenzio. Ci mettiamo sul petto un tondino color indaco, con una “S” bianca, e restiamo in silenzio, qualunque cosa ci capiti di fare. Sarebbe un’iniziativa fortissima, il silenzio può essere terribile, come quello del Cristo alla domanda di Ponzio Pilato. Pensate alle cassiere dei supermercati, agli operatori dei call-center (certo quelli rischierebbero il licenziamento), agli autisti degli autobus, ai parlamentari, agl’impiegati negli uffici, agl’insegnanti di scuola. Tutti in silenzio. Ricordo l’ora di silenzio della mia insegnante di storia, quando fu ucciso il giudice Falcone. Mi ha trasmesso più valori quel silenzio di mille altri insegnamenti.
Voglio concludere con una frase del mio Maestro, Swami Muktananda, che mi ripeto sempre e che dovrebbe essere stampata tu tutti gli schermi del mondo e sulla nostra coscienza. «Parlate solo quando avete la certezza che la vostra parola sia più preziosa del vostro silenzio». Grazie.