Movimento degli Invisibili

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Ricostruire

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Ricostruire
Oltre la crisi, ripensare le risorse

Voglio innanzitutto ringraziare il Consiglio per aver messo in ordine del giorno questo tema. La riqualificazione delle nostre città, dei luoghi in cui viviamo, è un argomento che spesso dobbiamo lasciare a pochi specialisti, ma che certamente ha per tutti noi una capacità di coinvolgimento diretto in grado di scavalcare il ruolo dei tecnici e degli amministratori, perché riguarda, in qualche maniera, il nostro modo di vivere.

 

Per descrivere brevemente la situazione ed introdurre le riflessioni che poi potremo fare, iniziamo col chiederci che forma ha il luogo in cui viviamo, quali sono le urgenze, le emergenze.

 

Cosa sappiamo della nostra terra?

Il nostro Paese possiede un patrimonio abitativo, e per questo culturale e ambientale, enorme e dimenticato, che pone domande pressanti sulla sua gestione e sugli orientamenti futuri. Migliaia di edifici, di case che formano un elenco interminabile di luoghi abbandonati. Parliamo di cifre tuttaltro che trascurabili.

Il 72% dei Comuni in Italia è rappresentato da ‘paesi-fantasma’, i dati dicono di 5.308 paesi abbandonati per lo spostamento della popolazione verso le città.

2.831 Comuni sono oggi a rischio di sparizione totale.

E’ un argomento di cui si parla pochissimo, ma rappresenta un punto di partenza importante se si vuol discutere di scelte strategiche sulla gestione del patrimonio edilizio e sugli indirizzi territoriali.

 

Senza le scosse dell’Aquila forse oggi ci saremmo dimenticati ancora di più delle centinaia di piccoli centri che sull’Appennino, ma non solo, rappresentano perle rare, disperse in zone marginali, o meglio disperse in una zona d’ombra vastissima, dimenticata dalle autostrade e dai media.

Lo spopolamento dei borghi significa la perdita di territori che rappresentano risorse importantissime, e credo sarà inevitabile tendere l’orecchio, ma molti nella propria area lo stanno già facendo, verso chi chiede nuove prospettive di rivitalizzazione, di valorizzazione del patrimonio artistico, ambientale e culturale.

 

Così come ci stiamo dimenticando della grande Pianura del Po, una rarità territoriale che per qualità e dimensioni è davvero unica in Europa, ed entra nelle cronache solo quando il Fiume scarica la sua rabbia, o ne ricordiamo la centralità economica, produttiva, perfino culturale solo descrivendo Padanie stereotipate, o inutilmente nostalgiche.

 

L’insediamento omogeneo e indistinto che ne ha caratterizzato lo sviluppo degli ultimi quarant’anni, l’appiattimento generale, l’omologazione dell’offerta abitativa, hanno contribuito a far sparire termini come densità, tipicità, specificità del suolo e modelli di sviluppo abitativo. Si è smarrita la capacità di generare luoghi aggregati in grado di rispondere alle aspettative e ai bisogni di chi li abita, e ad un migliore utilizzo del territorio.

 

Nel frattempo è cresciuta non una Megalopoli, ma tanti episodi che, da fenomeni isolati, col tempo stanno cominciando a saldarsi. E si saldano iniziando dalla parte peggiore, cioè dalle periferie, le zone industriali e artigianali.

 

Nella provincia, qui in particolare ma è una regola che vale per tutti, il disagio insediativo è dovuto non tanto e non solo alla dispersione, quanto più alla bassa qualità dello spazio aperto, alla debolezza infrastrutturale (e alla fatica di una mobilità pendolare sempre più difficile), ad opere pubbliche che generalmente rappresentano un non-finito, spesso anche nel caso in cui siano state effettivamente completate, a causa del grande ritardo con cui arrivano a conclusione. Oggi stiamo realizzando opere progettate dieci, venti e anche trent’anni fa, opere che nel momento del taglio del nastro si dimostreranno già vecchie.

 

Grandi opere, le conosciamo con questo nome. L’esempio che personalmente ho più vicino è il Passante di Mestre: i primi studi di rilevamento sulla sua necessità erano del 1980, seguiti nel 1990 dalla prima proposta, e poi dal primo progetto del 1997. Gli autoveicoli circolanti in Italia a metà degli anni Ottanta erano circa 17 milioni e mezzo, nel 2000 circa 32 milioni. Oggi sono 44 milioni, senza considerare gli ospiti di passaggio, che si spostano lungo il famoso Corridoio 5 tra Lisbona e Kiev.

 

Grandi opere: il primo dei tabelloni disegnati dal Presidente del Consiglio di fronte a milioni di telespettatori risale ormai a dieci anni fa. E’ come dire che la programmazione in sé non significa nulla, diventa uno scatolone vuoto e persino pericoloso: nodi metropolitani, sistemi territoriali e di trasporto, valichi alpini, assi ferroviari velocissimi, varianti autostradali, improbabili ponti. Segni di pennarello, purtroppo scollegati, privi di relazioni.

 

Qui invece, prima che di grandi opere, si pone un problema di ricostruzione. Prima ancora che di una riorganizzazione fisica, di una ricostruzione che sia fatta di relazioni e di rapporti non solo tra oggetti, ma anche tra individui.

Il modello di una organizzazione sociale molecolare, un certo tipo di famiglia, un certo tipo di impresa che ha prodotto e retto per decenni questa forma di territorio è da tempo profondamente in crisi. E’ una cosa che sappiamo. Purtroppo però non è altrettanto avvertita l’urgenza di studiare modelli alternativi per la riorganizzazione e la ricostruzione dei territori abitati.

 

Per completare la panoramica, un altro ambito chiave sul quale si è indagato a fondo è quello delle grandi aree metropolitane: sempre sotto osservazione, le grandi centralità sono oggetto di studi, di analisi, di sperimentazioni.

Ma conosciamo pochissimo di quelle gigantesche zone periferiche di urbanità diffusa, a densità bassissima, che le circondano per chilometri e che ne rappresentano il tessuto connettivo. Vale il discorso appena fatto riguardo alla qualità, alla infrastrutturazione ed ai servizi, qui con l’aggravante mastodontica ed evidentissima dei rifiuti.

 

Scarti. Ovvero l’inevitabile ossessione della spazzatura, ma anche la relazione fisica tra città eletta e città scartata. I rifiuti, oltre all’emergenza ormai quotidiana, pongono un tema molto più serio che richiede a tutti noi un mutamento sostanziale dell’atteggiamento sulla sua gestione.

I rifiuti sono un complemento ineludibile di ogni forma di programmazione e di progettazione, e rappresentano l’occasione per rimettere in discussione il confine tra due realtà contrapposte: ciò che teniamo e che quindi rappresenta la città visibile, e ciò che buttiamo e tendiamo quindi a rendere invisibile perché ci spaventa.

 

I rifiuti spaventano la città visibile, eppure le appartengono.

 

In questo panorama si collocano le persone, con le loro richieste, le domande e perfino le loro contraddizioni. Le scelte che nel nostro Paese si stanno facendo sono sotto gli occhi di tutti, e non paiono condizionate da quanto è stato descritto fin qui.

 

Gli indirizzi di pianificazione spesso percorrono strade molto distanti da questo tipo di analisi, cercando forse più il risultato a breve termine che una strategia di programma a scadenze lunghe. La programmazione rimane basata su una strumentazione antica, che solo ora e con non poche difficoltà alcune Regioni ed alcuni Comuni stanno tentando di aggiornare.

 

Un tempo i piani regolatori erano fatti di grandi carte con campiture colorate, tratteggiate, perimetri, tracciati, simboli, sovrapposti ad una immagine del territorio, quasi irriconoscibile sotto tutti quei segni.

 

Proprio qualche giorno fa, partecipando ad una sessione di Agenda 21 (è il programma delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo sostenibile, letteralmente: cose da fare nel XXI sec.) di Padova, la mia città, ascoltando l’assessore di turno non ho potuto evitare di fare questa riflessione: il caro, vecchio piano regolatore è l’immagine che rende esattamente il senso di quel tipo di pianificazione. Il territorio, ma anche le persone, le relazioni, scomparivano sotto quei segni.

 

Dopo il fallimento della Grande Programmazione, e il vertice sul clima di Copenhagen ne ha dato la conferma più recente, l’attenzione si deve spostare necessariamente sul piano locale, valorizzando ruoli e compiti delle istituzioni e degli organismi di base.

 

Due parole sul vertice vanno dette: è una partita finita zero a zero, con l’amaro in bocca per tutti, ma è chiara la necessità di lasciare aperto il match.

 

Il Patto Globale è impossibile da scrivere con le regole attuali, con i rapporti internazionali attuali. Se possiamo riconoscere un merito a Copenhagen è proprio quello di aver messo in evidenza questa necessità. Non è più l’epoca in cui ogni nazione o gruppo di nazioni si limitava ad aspettare che qualcun altro prendesse l´iniziativa. Questo potrebbe essere, a detta di molti, l’inizio di un percorso che giunga finalmente a riconoscere le realtà geopolitiche di fondo, in particolare quelle vigorosamente emergenti, e collaborare con esse piuttosto che agire contro di esse.

Dicendolo con le parole del sociologo Anthony Giddes, “se intendiamo venire a patti concretamente ed efficacemente con il cambiamento del clima, dobbiamo a questo punto cambiare i nostri rapporti internazionali.”

 

I conflitti ambientali sono sempre conflitti decisionali, lo riscontriamo tanto di più sul livello locale ogni volta che vicino a casa nostra nasce un comitato, un gruppo, una associazione portatrice di interessi, i così detti stakeholders.

Difendono diritti, un ambiente di qualità, talvolta la loro casa e per questo in genere sono costrette ad opporsi a qualsiasi trasformazione urbana.

 

Spesso abbiamo visto conflitti, anche pesanti, raramente luoghi e momenti di reale collaborazione.

 

Ci sono però esempi importanti, in cui perfino chi organizza grandi operazioni di trasformazione territoriale non ha faticato a rendersi conto che è molto più facile, e redditizio, cercare di gestire un percorso decisionale partecipato piuttosto che un interminabile battaglia legale.

 

Questi esempi, che di solito dobbiamo attribuire alle culture di altri Paesi, ci sono stati e ci sono anche in Italia, nelle città in particolare, dove le situazioni di conflitto sono più evidenti, ma anche in aree in cui l’ecosistema è particolarmente delicato: il risultato non è stato il blocco delle opere. Le trasformazioni sono avvenute, le soluzioni si sono dimostrate giuste, la responsabilità è stata condivisa. Credo che questa sia la definizione di sostenibile.

 

Non esiste sostenibilità senza equità sociale. A tutti i livelli, evidentemente, ma il piano sul quale questo principio diventa palese è senza dubbio quello locale.

E’ solo il caso di aggiungere una riflessione, anzi due: la sostenibilità ha a che fare innanzitutto con il proprio stile di vita, con le scelte individuali dalle quali nessuno di noi può prescindere, quelle con cui prima o poi saremo costretti a fare i conti. Ma subito dopo la sostenibiltà dipende dalle regole che la comunità vuole darsi, e dal modo con cui queste regole vengono costruite.

 

La strumentazione per partecipare alle decisioni esiste, ed ha dimostrato già qualche prerogativa di successo nel momento in cui le parti hanno potuto incontrarsi in campo neutro. Questo è quanto dobbiamo poter chiedere ai nostri amministratori, alla politica, questo è il loro compito: governare è anche saper offrire il campo su cui si discute, ad armi pari, su questioni che riguardano tutti.

 

E’ una prospettiva, ma vorrei aggiungere che forse è la sola prospettiva, su cui dobbiamo invitare a ragionare, sulla quale tenere desta l’attenzione.

Su cui proporre e sostenere l’aggregazione per tutte le forme organizzate in grado di farsi portavoce di diritti, di proposte e di soluzioni.

 

Speranze per una nuova stagione, realmente partecipativa?

Forse non solo speranza, se libertà è partecipazione.