Coltivando controvento
L’agricoltura italiana nella lunga crisi
Ringrazio il Consiglio Direttivo e il Presidente Diego Cugia per avermi offerto l’opportunità di parlarvi del settore di cui faccio parte: l’agricoltura. Sono una coltivatrice diretta e appartengo ad una categoria che ha poca visibilità e pochissima voce: quella delle piccole aziende agricole. In un settore in cui la media dell’età degli operatori è tra i sessanta e i settant’anni, con i miei trentacinque vengo identificata anche come “giovane agricoltrice”.
Vorrei prestare questo tempo e la mia voce ai tanti disoccupati del settore di cui non si parla, a chi attualmente non riesce a vivere del suo lavoro, a chi lavora senza tutele. Vorrei rivolgermi al mondo dell’informazione perché dia risalto agli operai agricoli del Sud i quali, piuttosto di rassegnarsi si danno nuovi progetti, organizzandosi in cooperative indipendenti per difendere il Lavoro.
Al giornalismo d’inchiesta vorrei chiedere di continuare a indagare e far luce circa la pratica del caporalato, un sistema di reclutamento di manodopera che certamente non si è esaurito né a Rosarno né ovunque la legalità non sia il criterio fondante dell’impresa agricola e di ogni altro tipo di impresa o offerta di servizi.
L’illegalità fa sì che i lavoratori non siano in regola; illegalità e avidità insieme rendono possibile trarre vantaggio economico dalla condizione di clandestinità degli immigrati. L’illegalità spinge sia gli oppressi che gli oppressori fuori dal tempo, spogliando gli indifesi di ogni diritto. E se dove vivo io, in un piccolo appezzamento fra le provincie di Modena e Bologna, fra la via Emilia e l’Appennino, gli ispettori del lavoro fanno controlli e multe salate anche solo se un parente non prossimo viene gratuitamente ad aiutarti, qualcosa non mi torna!
Da un po’ sento pronunciare la parola dignità tante volte, dai nostri rappresentanti sindacali per esempio, come incoraggiamento per chi è in difficoltà, mentre ci avvertono che la crisi non è finita affatto e stiamo andando incontro ad un’altra annata difficile. Sappiamo che indipendentemente da quali saranno il quantitativo prodotto e la relativa qualità, i ricavi delle derrate agricole non risolleveranno le sorti di molte realtà.
Ho l’impressione che vogliano esortarci ad avere consapevolezza di chi siamo e del nostro valore nell’economia e nella cultura italiane, per non sentirci passivi e rassegnati in questa crisi economica, nella quale siamo entrati già fiaccati. Purtroppo numerose aziende agricole hanno già chiuso e tanti terreni non vengono più coltivati. Frutteti e seminativi seppur stupendamente produttivi, tipici di un territorio, non sono più fonte di guadagno. Si pensi che nella sola provincia di Bologna i seminativi vedono un calo della produzione lorda vendibile stimabile in 30 milioni di euro, la frutta in 22 milioni (molti frutteti infatti sono stati estirpati e non reimpiantati), il latte in 6, la viticoltura in 5,2 milioni di euro.i
Sta succedendo qualcosa di triste: il meccanismo paesaggistico-ambientale-economico di diverse aree geografiche non funziona più, non fa reddito. Ed è la redditività che permette di fare progetti, investimenti, realizzare percorsi che nascono da un’idea. Sia come obiettivo da perseguire che come risultato la redditività è fonte di stimoli, di progetti per il futuro, e di scelte, da quelle determinate da meri e necessari calcoli alle scelte di etica professionale.
La redditività premia il lavoro che si è scelto di fare, spinti da spirito d’avventura e libertà o invogliati da una solida e più comoda esperienza familiare. Ora, senza reddito, l’accesso al credito è sbarrato e fare investimenti è impossibile. Questo è particolarmente grave per le imprese giovani che non riescono a restare al passo coi tempi, ad investire in fonti di energia alternativa o far fronte, per esempio, all’ammodernamento delle macchine agricole.
Non è possibile pertanto cogliere le opportunità che il mercato offre, come i nuovi mezzi progettati con competenze ingegneristiche e meccaniche moderne al servizio del miglioramento qualitativo e di un’economia sostenibile, favorita dalla riduzione dei consumi, delle emissioni nell’ambiente, dall’eliminazione degli sprechi.
La protratta e scarsa attenzione alle esigenze dell’economia agricola ha indotto molti agricoltori a sperare nell’edificabilità di un terreno. Come biasimarli se un piano regolatore lo prevede, o se giunti ad una certa età non confidano e non sperano nel ricambio generazionale?
Di generazione in generazione non dovrebbe andare perduto il patrimonio agricolo che è fatto anche di una sapienza antica, sopravvissuta nel ricordo di minoranze che stanno scomparendo per ragioni anagrafiche. Una sapienza riscontrabile anche nelle tracce sparse sul territorio, come le vecchie case coloniche dai tetti lasciati a scomporsi fino a crollare; costruzioni secolari fatte da chi non aveva bisogno di parlare di ecologia per sapere come usare gli elementi per vivere in simbiosi con la terra che abitavano.
Mentre scrivo questa relazione leggo la notizia del lancio pubblicitario al McDonald di Piazza di Spagna del McItaly, un panino dagli ingredienti 100% italiani. Il ministro delle Politiche Agricole e Ambientali Luca Zaia sostiene darà alle nuove generazioni “una memoria gustativa d’impronta italiana”ii e, aggiunge: “Io, che guardo lontano, vedo la nostra multinazionale, quella dei contadini, che dà l’assalto al cielo passando per un negozio McDonald’s”.iii
Ho invano provato e riprovato a capire cosa significa multinazionale dei contadini e cos’abbia a che fare con le rotte cosmiche. Ho pensato che preferisco saltare un pranzo piuttosto che andare da McDonald perché rappresenta l’anello ultimo di una catena alimentare esasperatamente innaturale e forzata. Ho provato a percepire l’esortazione della frase del ministro ottenendo un solo risultato, senza stupirmi: egli sta rappresentando solo se stesso, non una categoria di lavoratori.
Noi, che siamo le gambe su cui il patrimonio agricolo si muove, guardiamo lontano, ma non abbiamo più la forza di avanzare; considerati davvero poco, fra l’altro, da un governo che se da un lato favorisce il ritorno alla mafia dei beni confiscati, con la Finanziaria 2010 dimostra di confidare troppo sulla capacità di resistenza del settore primario e non trova strategie per provvedere ad un sostegno adeguato, magari all’innovazione, un alleggerimento, magari del carico fiscale.
Memoria gustativa!
Alle riunioni ci sono ottantenni che prendono la parola per raccontare di quando nelle cantine sociali l’uva vendemmiata e scaricata dai carri era una calata densa, colorata e di come oggi sia un scorrere di succo acquoso; di come una forma di Parmigiano Reggiano aperta a metà spandesse il suo profumo nel raggio di metri mentre ora bisogna avvicinare il naso al Re dei Formaggi.
Vecchi che bisogna cortesemente interrompere perché in quei ricordi indugiano, mentre una sala intera comincia a rumoreggiare e chi ha trenta, quarant’anni è infastidito e forse un po’ rosica, pensando crudamente che quel vecchio saccente ha comunque vissuto e fatto vivere del suo lavoro, ha contribuito a creare il prestigio di prodotti come il Parmigiano o forse meno prestigiosi ma tradizionali e importanti, come i vini locali. Lui ha potuto battagliare appassionatamente su chi possedeva la vigna migliore, la terra più generosa, la posizione più favorevole alla luce del sole.
E noi, oggi, rischiamo di avere sulla bandiera lo stemma di Zaia che addenta il McItaly! Siamo chiamati a sfrecciare fra le stelle ma a terra continuano gli effetti di un mercato senza regole, e non abbiamo gli avatar per difendere le nostre produzioni sui banchi dei supermercati, venduti a prezzi ben lontani da quelli che ci sono stati riconosciuti dalle nostre cooperative o dai compratori in campo. Quella parte della filiera che è la grande distribuzione, oggi non è più garanzia di prezzi equi, tanto al produttore quanto al consumatore. Una cosa che ritengo intollerabile è che venga permessa la vendita di prodotti di scarsa qualità, magari confezionati come “linea convenienza”.
Mi è capitato alcuni giorni fa di fermarmi davanti ad una di queste offerte: una confezione di pere all’apparenza solo piccole ma che occhi ormai sgamati come i miei hanno riconosciuto come “non buone da mangiare”, ovvero: frutti destinati alla produzione di alcool. Se una di quelle pere finisse per errore nella mia cassa “di prima” e alla campionatura -che determinerà le percentuali di qualità del mio prodotto e l’assegno che prima a dicembre poi a giugno rimpinguerà il mio conto in banca- se venisse trovata mi troverei una percentuale di prodotto “non pagabile”.
Allora mi chiedo: se la mia cooperativa ha questi parametri, perché un’altra rifornisce i supermercati di merce che dovrebbe far sentire in imbarazzo anche solo regalarla?
Continuando così le cose andranno sempre peggio. Si continueranno probabilmente ad aprire agriturismi, alcuni dei quali improbabili, ma a sempre meno gente interesserà lavorare la terra. Le industrie di trasformazione si approvvigioneranno altrove di materia prima e possono stare tranquille le star della tv: continueranno a pubblicizzare probiotici e frutta cotta confezionata, perché gli studi sulla genetica non impiegheranno molto a produrre sementi, innesti, portinnesti adattabili ad altri tipi di terreno e di clima. L’Oriente e l’America Latina ci stanno dimostrando da tempo che possono produrre a prezzi con i quali gli ortofrutticoltori europei non possono competere.
Salvaguardare l’agricoltura italiana - e le forze ancora giovani che la animano - significa anche non gettare decenni di esperienza e di conoscenze frutto di riscontri positivi ma pure di errori compiuti, per i quali l’ecosistema ha pagato.
In altre parti del mondo è ancora un altro tempo, quello in cui si lascia che succedano scempi con effetti irreversibili sulla natura perché la gente ha ancora fame, oppure vuole lasciarsi la miseria patita alle spalle, ad ogni costo, perciò non ha voglia di porsi domande sulle produzioni geneticamente modificate, sui diritti e criteri di sicurezza sul lavoro o di farsi scrupoli per patrimoni di vegetazione che occupano spazi potenzialmente coltivabili.iv
O ancora, sull’uso massiccio, non regolato e non monitorato, non esperito, degli antiparassitari. Quest’ultimo, l’uso dei prodotti chimici in agricoltura – che sono stati protagonisti nel bene e nel male della crescita della catena alimentare dal Secondo dopoguerra in poi – è un tasto controverso e difficile che riguarda ancora parte delle nostre produzioni, la mia frutta compresa poiché non vivo in una zona non convertita al biologico e seguo il programma di “lotta integrata” che prevede l’utilizzo di fitofarmaci selettivi, comunemente ed erroneamente accomunati sotto al nome di “pesticidi”.
Fate quello che volete delle mie parole ma in coscienza vorrei chiedervi di non pensare ad un frutto come se fosse stato immerso nel veleno così come quando acquistate il cibo biologico non fate l’errore di pensare che sia cresciuto spontaneamente ed incontaminato, perché la Terra non lo è più da un pezzo e non ci sono mostri a due teste cui dare la colpa: ora siamo tutti chiamati ad avere nervi saldi per poter fare, insieme, l’inversione di rotta.
i La Crisi nel settore agricolo bolognese. Le richieste fatte al Prefetto di Bologna il 2 novembre 2009, documento di Alleanza per l’Agricoltura.
ii Carlo Petrini, Lettera al panino McItaly, <<La Repubblica>>, 3 febbraio 2010.
iii McItaly, è guerra sull’hamburger tricolore. McDonald’s replica le accuse di Petrini. E il ministro difende l’iniziativa, di Alessandra Retico, <<La Repubblica>>, 4 febbraio 2010.
iv Cfr. Federico Rampini, L’impero di Cindia, Mondadori, 2006, p. 191.





