Movimento degli Invisibili

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NON C'E' UN SECOLO DA PERDERE

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Neanche il giovane dio nero Obama è riuscito a scalfire l’egoismo globale. Il fallimento del vertice di Copenhagen ha ufficializzato la vittoria del denaro sulla sopravvivenza stessa della terra. Il detto proverbiale di tutte le nonne del mondo, “I soldi non te li porti nella tomba”, è stato sconfitto dalla stupidità del tornaconto immediato. I soldi dei contribuenti è meglio spenderli per vincere le prossime elezioni. I bambini (le vittime di domani) oggi non votano.
Siamo governati da capitani poco coraggiosi, pessimi padri, piccoli egoisti che navigano a vista e sotto schiaffo dei loro grandi elettori, le multinazionali del consumo. Quando nessuno si ferma, neppure di fronte alla morte annunciata delle generazioni future, significa che il denaro e la smania di potere hanno trionfato sul valore più valore degli altri: il diritto di vivere.
Il fallimento della Conferenza dell’Onu sul clima è un olocausto programmato. Esserne consapevoli, e non porvi rimedio, è peggio della Shoah. I nazisti, nella loro ideologica follia, sterminarono sei milioni di ebrei nella convinzione di “fare un favore all’umanità”. Chi ci governa, al contrario, sa perfettamente di essersi reso complice di un genocidio globale. Le conseguenze devastanti del riscaldamento globale del pianeta sono state scientificamente dimostrate. È una scusa che si stia compromettendo, più che la nostra, la vita dei nostri figli? No, è un’aggravante. Fra cinquant’anni si intenterà qualcosa di simile al Processo di Norimberga. “Potevate salvarci e non l’avete fatto”. Non è apocalittico, ma molto banalmente, il minimo che potrà succedere. Così come sono “banali” le considerazioni sulle conseguenze naziste del primato del denaro e del potere sulla vita umana. Anche i proverbi della nonna erano banali. Ma se c’è una cosa più banale di tutte è proprio la verità.
Tutti i grandi della terra, dopo il fallimento di Copenhagen, si sarebbero dovuti dimettere. Obama per primo. Abbiamo un disperato bisogno di esempi.
Se pure esistono “guerre necessarie” -per esempio- non era necessario riscuotere il Nobel per la pace. Si ringrazia cortesemente e si rinuncia. I fatti devono essere all’altezza delle parole. Di chiunque sia la colpa, la guerra così come Copenhagen, è colpa di tutti, uno per uno.
Credo che il fallimento della conferenza sul clima sancisca soprattutto il fallimento di una parola bellissima e terribile, perché è servita anche a giustificare il peggio dell’uomo: la morale. Eluderla, ci ha condotti al disastro esistenziale, politico e ambientale.
La morale non è da bacchettoni né un irrigidirsi su suscettibili piccoli valori moralistici. In questo senso aveva ragione Rimbaud: “La morale è la debolezza del cervello”. Ma se moraleggiare è, spesso, la retorica degli ipocriti, non averla, o fingere di averla ma ignorarla, è disumano.
Noi, in particolare in Italia, stiamo vivendo un tramonto della civiltà, che corrisponde al tramonto della morale civile. L’esempio più banale di tutti ci è offerto dal solito Berlusconi che non si vuol fare giudicare “per legge”. E dagli “inciuci” di chi lo sostiene e di chi, come D’Alema, è più realista del re. Anche se la magistratura italiana fosse -come Berlusconi sostiene- coalizzata per incolparlo ingiustamente, un’istituzione quale il presidente del Consiglio non potrebbe far altro che sottostare a questo “ingiusto” processo di un’altra istituzione, altrimenti l’immoralità diventa ragione di Stato. Se non la rispetta lui, che è il mio presidente, perché mai dovrei rispettarla io la giustizia, che sono un semplice cittadino? L’esempio (mancato, o peggio, rovesciato del presidente del Consiglio) corrisponde al tramonto della nostra civiltà. L’immoralità pubblica si fa sistema.
Con uno sguardo a Copenhagen e un altro alla Copenhagen della giustizia italiana, (ma i cattivi esempi sono innumerevoli) chiunque abbia ancora un refolo di morale non può non sentirsi in rivolta. Le parole non bastano più e la morale ci impedisce di mettere mano alle armi. Eppure questo glaciale silenzio è più spaventevole di una rivoluzione. O ci ribelliamo al nostro stesso silenzio o non ci resta che ridere di noi stessi e della nostra immobilità con la battuta che Mino Maccari scrisse a Ennio Flaiano: “Non c’è un secolo da perdere!”
denaro