Movimento degli Invisibili

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Il Paese è degli Invisibili - Discorso di Olbia in occasione della fondazione del Movimento

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Discorso di Olbia in occasione della fondazione del Movimento

Scritto in Alcatraz-Italia - Diego Cugia

Sono commosso e felice che abbiamo fondato il Movimento degli Invisibili proprio qui a Olbia, a due passi da villoni e villani. Due parole su di me, prima di affrontare l’oceano del Noi sul vascello invisibile che salpa oggi e di cui sono un semplice fuochista di valori e ideali. Sono un italiano multietnico, un po’ come tutti. Non vedo nessuna differenza esiziale fra me e un albanese o un libico, fra noi e le masse affamate che chiedono asilo in Occidente. Noi siamo stati loro. Noi siamo stati milioni di loro. In un Paese invaso e occupato da secoli solo un cretino può considerarsi un italiano DOC o un italiano più italiano degli altri. Diego Cugia

Il primo che si ricordi col mio cognome scese dalla Provenza in Sardegna a seguito di un Re d’Aragona e di Castiglia. Forse era un rifugiato politico, forse un colonizzatore senza riguardi e senza scrupoli. Un cavaliere di puri ideali o un guitto. Il sangue provenzale si è confuso in Sardegna con quello dei sardi, occupati a loro volta dagli spagnoli. Un altro avo, Don Pedro, nel 1600 aveva comandato la cavalleria dell’impero di Spagna e ricacciato gli inglesi da Cadice. Un altro, negli stessi anni, aveva evangelizzato le isole Marianne. In un vecchio baule ho ritrovato la lettera firmata Jo la Reyna d’Aragona che ringrazia Don Pedro per aver rimandato gli inglesi in Inghilterra. In un’altra epoca, Cavour ringrazia mio bisnonno per aver strappato le Marche al Papa Re e Gaeta ai Borbone. Nel Settecento, quando la nobiltà sarda era tutta schierata, tutta spagnola, un altro ancora, Giovanni Battista detto Giobatta, divenne partigiano degli Asburgo. La nobiltà sarda lo odiò, Carlo VI, neo-imperatore, lo chiamò a Vienna e Giobatta di Sassari fu il suo vice, Reggente del Supremo Consiglio d’Aragona per tutti i possedimenti dell’ex impero spagnolo, compresa quest’isola. L’ho molto invidiato perché le cronache del Settecento narrano che aveva lo stipendio più alto d’Europa. L’ho molto amato per il suo testamento luminoso e generoso. Lasciò ventimila fiorini d’oro al Banco Imperiale di Vienna al moltiplico del 6%, all’infinito, per tutti i primogeniti col suo cognome quando avessero raggiunto il 25mo anno di età. Ma a me non sono arrivati, mannaggia. Un trisavolo manolesta infranse questo mutuo soccorso fra generazioni- e non poteva- e svendette a Sanremo questa primogenitura dei fiorini a un banchiere svizzero per giocarseli a dadi o zecchinetta. E fummo poveri. Un bene. Di necessità si fa virtù. Vennero i Savoia e le guerre d’indipendenza e dodici o tredici sardi col mio nome morirono sui campi dell’onore per l’Italia unita e indipendente, proprio contro gli austriaci. Mio bisnonno Francesco era generale, come suo fratello Efisio ministro della guerra e compagno di collegio di Cavour, e il terzo fratello, Litterio, morì a Brescia con una pallottola in fronte. Aveva tentato di sottrarre all’ira dei suoi soldati un ufficiale austriaco ferito. Quest’ultimo, come ringraziamento per aver avuto salva la vita, lo guardò negli occhi azzurri e gli sparò una schioppettata in fronte. Litterio aveva 24 anni, e gli appuntarono sulla giovinezza cadavere una medaglia d’oro.

Tutte queste storie sembrano lontanissime, sono invisibili alla storia ufficiale, ma il tempo, io credo, è un eterno presente. Mai, però, come in questi anni, noi italiani abbiamo rimosso la nostra storia, abbiamo tradito la nostra memoria storica e i nostri morti per la libertà, dal Risorgimento alla Resistenza. Sembra che la storia di questo Paese si sia ridotta a qualche canzonetta napoletana e a qualche freddura di un pianista da pianobar. Vi ho accennato a un Dna italiano e multietnico non per sciocca vanagloria (oltretutto non ho fatto un bel niente per meritarmi queste mareggiate di cromosomi) ma perché centinaia di migliaia di noi hanno condiviso il medesimo sangue, le stesse battaglie, le stesse speranze, e tutti costoro che erano fieri di essere italiani, ora quasi se ne vergognano. Qualcosa di secolare si è rotto. Abbiamo il dovere di ricucire questa frattura, anche se ci sembra un dovere impossibile, perché tutto ci rema contro.

Permettetemi ancora una parola su questa antica terra sarda che venero come e più di una madre. Sin da bambino, soffrivo molto perché i bambini sardi (ho trascorso le indimenticabili e interminabili vacanze di una volta rigorosamente in questa isola magica, feroce e tenera, femmina, come nessuna terra sa essere) e i bambini sardi DOC mi dicevano “tu non sei sardo” come i bambini di oggi dicono non sei italiano a un rumeno o a un nigeriano. Mia madre e mio padre, purtroppo e per caso, mi avevano fatto nascere a Roma. Ho anche pianto per questo, da piccolo. E da grande, qualche anno fa, me lo disse anche un amico che ero venuto gratuitamente a sostenere e di cui avevo parlato nei miei libri con ammirazione, rispetto e speranza. Tu non sei sardo, mi disse Renato. Lui fu eletto e io tornai a Roma, da invisibile sardo. Ritorno nella nostra isola solo oggi, perché c’ero rimasto male, (noi ci offendiamo facile), così come sono rimasto male della sua sconfitta elettorale, perché so distinguere sempre fra piccola “desamistade” privata e benessere collettivo, e lui aveva e ha a cuore quest’isola, il resto è cattivo carattere, anzi pessimo. Anch’io, nel mio piccolo, sono un portatore sano di pessimo carattere. E nonostante l’infinito piacere di trovarmi qui, mi sento fuoriposto, perché mai sarò un politico, sono semplicemente uno scrittore di frontiera, piuttosto invisibile nell’Italia del Grande Fratello, un Paese che lo stesso George Orwell, forse, non avrebbe avuto cuore e cinismo d’immaginarsi, e dove persino Roma ormai non è che una frontiera di mediocrità, di ignoranza, di zero senso dello Stato. Ecco, sono un invisibile sardo, ma anche un italiano in disparte, molto attento però a ciò che sta accadendo da oltre 15 anni in questo Paese, ed è una brutta china, una scivolata che sembra inarrestabile, anche se i conti pubblici dovessero migliorare, -e non pare proprio-, quelli interiori davvero non tornano. Questo Paese non sa più farsi luce dentro e ha uno sguardo perduto, del tutto cieco ai nostri figli e ai figli che verranno dai nostri figli. Bisogna fare resistenza culturale, non conosco due parole migliori. Non sono solo un No. Costituiscono un sì, e un Noi. Noi rivogliamo la nostra Italia, quella alta di certi periodi luminosi, quella che ha rispetto della cosa pubblica, quella che privilegia il Noi all’io, a quest’ego asfissiante di chi ci governa. Quella che scende in strada, per i diritti dei lavoratori, delle donne, dei deboli, quella che sa sfidare la mafia e la camorra con i ragazzi di Locri, i ragazzi di “e adesso ammazzateci tutti”.

Noi abbiamo un premier illuminato… Illuminato dai flash e dalle telecamere. Illuminato dalle 6 maggiori televisioni nazionali, tre di sua proprietà, tre sotto il suo rigoroso controllo. Noi abbiamo un Creso dorato, e siamo diventati un Paese che parla solo di soldi e di grassocce avventure senili; ci stiamo sorbendo un’Italia pensata dalle forze oscure che sovrintesero a quel piano di cosiddetta rinascita della P2 di Licio Gelli, alla quale aderirono presidente e alcuni ministri oggi al potere. Noi pensiamo solo ai soldi perché questa Italia eticamente grigia, rozza, mediocre, non è stata voluta né da un De Gasperi né da un Berlinguer, né da un Pasolini (che l’aveva profetizzata con maggior precisione e spietatezza di Orwell) quest’Italia che è stata programmata e proiettata quotidianamente nell’inconscio di tutti da un Uomo dei Soldi che, in maniera assai poco evangelica, la sta trasformando a sua immagine e somiglianza. Noi siamo i nani del suo giardino qui accanto, lui un presidente da giardino, come statura morale è davvero uno gnomo. Ma sono stati nani anche molti suoi oppositori, che non hanno saputo tenere la schiena diritta, e a forza di mediare hanno compromesso noi e la nostra Storia.

Un paese il nostro - è triste ma occorre ricordarlo - che legge poco, che sui banchi di scuola è assai poco diligente, basti riflettere sulle defezioni universitarie, su quanti pochi studenti che affollano le nostre università poi si laureino effettivamente, sulla esiguità dei nostri dottorati di ricerca rispetto al ringhio rabbioso e alto dei giovani cervelli coreani, indiani, cinesi, il ringhio dei motori delle tigri del nuovo mondo, quella Cina e soprattutto quell’India che oggi insegna il computer all’America dei Bill Gates e che è di casa a Silicon Valley. Noi siamo la periferia di questo nuovo impero. Noi siamo ai margini del nuovo mondo, ma invece di imparare dagli altri e competere, ci fanno cibare, ogni sera, la triste minestra delle dichiarazioni di Stato. I nostri telegiornali si aprono mesti come a Cuba, con le dichiarazioni di un leader maximo che si alternano solo al leader bianco del Vaticano. Segue qualche crudelissimo e sanguinolento fatto di cronaca. O una calamità naturale infarcita di becero commoventismo. E ancora veline politiche, vanità in passerella, autocelebrazioni, amici di. L’Italia, paese di lobby e di bande. Paese di servi e quasi tutta iscritta al partito della bistecca. Possibile? Possibile essersi ridotti così? A cantare “Menomale che Silvio c’è”? Ma non vi vergognate? Ma vi siete dimenticati quella parola così bella e così cara che si declina in 7 lettere: Dignità?

Nella Carta degli Invisibili, ci sono tre righe, le prime, che mi sembra rivestano una certa potenza spirituale e sociale. Queste: “Gli Invisibili sono un movimento di resistenza culturale che privilegia le libertà di pensiero, la condivisione della conoscenza, il potere delle idee, rispetto al potere politico dei singoli e al pensiero unico mediatico; l’essere all’apparire; il noi all’io; il bene collettivo al tornaconto personale.” Queste sono parole che costano tante rinunce. Essere fedeli e coerenti con i propri ideali ha un prezzo altissimo. Anni fa feci dire a uno dei miei personaggi più amati, queste parole:

“Se l’idea di società che abbiamo dentro è un po’ meno ignobile, un po’ più solidale e felice di quella che stiamo scontando attualmente, non è nostro diritto pretenderla, ma è nostro dovere praticarla ed attuarla, come se fosse già quella, e non questa, l’Italia in cui viviamo.” Noi invisibili fondiamo oggi il nostro movimento per praticare questo dovere civico.

Sono trascorsi pochi anni da quando mi lasciavano ancora parlare alla radio, e in questo paese ormai si soffoca. Chi è diverso dalla massa più incolta e bruta, dalla feccia che risale il fondo, come definì Montanelli il berlusconismo, rischia la vita per strada. Francamente non credo che il premier di Arcore sia un razzista. Ma se ti allei con gentaglia come Gentilini sei addirittura più colpevole di lui. Perché quando Gentilini e altri leghisti forcaioli blaterano di bruciare moschee, loro ci credono e Berlusconi no. Per questo è ancora più responsabile di loro, tale e quale al duce quando aderì all’odio razziale antiebraico di Hitler. I nazisti ci credevano, i fascisti no, o comunque meno. Pertanto erano assai più colpevoli delle SS. Credo perciò che fare anima, confrontandosi ciascuno con quelle parole degli invisibili, sia il primo passo che, se ne siamo davvero convinti, darà vita vera al movimento.

Bisogna ripartire non dai diritti ma dai doveri, dallo stile, dall’esempio, bisogna sottrarsi a questa “visibilità” così sconcia, così periferica e sconsiderata, a questa visibilità così fioca, per la quale in Italia ci si scanna, e di fronte alla quale occorre semplicemente oscurarsi. Sì, a quest’oscena visibilità, si deve rispondere con un’invisibilità altrettanto estrema. Questa politica italiana maleducata, che si eccita quasi sessualmente alle proprie cariche e prebende, che si masturba per anni parlandosi addosso, e quel che è più colpevole e grave, che non ha la minima empatia con le vite degli individui che è stata chiamata a governare, non merita più di uno svogliato, quasi compassionevole ascolto. Ma anche tanta rabbia che è meglio incanalare in qualcosa di costruttivo. Il fallimento fatale del liberismo sfrenato e il tramonto delle grandi ideologie del secolo scorso, ci schiudono un universo sconosciuto. Quello che i politici italiani non riescono a capire dalla lezione di Obama è che ciò che loro credono “virtuale” è assai più reale di loro stessi. I grandi movimenti di opinione del presente e del futuro si muovono a una rapidità sconvolgente e le idee si trasmettono con un clic da Stoccolma a Nairobi. I nostri politici sognano ancora di fare un discorso a reti unificate alla nazione, mentre milioni di semplici esseri umani stanno già facendo le prove della trasmissione del pensiero.

Questo movimento lo sognavo da sette anni. Ho ritrovato un pezzo che scrissi su l’Unità, un giornale che mi ha ospitato e cacciato due volte, l’ultima a settembre scorso. Anche nel minuscolo, la storia si ripete. “Non sono un martire né uno sconfitto, non muoio di fame e non soffro di un male incurabile. Ho cento e una ragione per considerarmi un italiano felice. Ma non posso esserlo, non ci riesco, è più forte di me. Un codice interiore, l’educazione dei miei padri, una parola che non trovo, mi proibiscono di vivere serenamente. Perché non sono un emigrante in Cile sotto Pinochet; non sono un clandestino in Russia sotto Stalin; non sono uno studente pacifista arabo nell’America di Bush. Io sono un italiano. Ma questo non è più il mio Paese. Straniero mi ero sempre sentito, ma è una categoria dell’anima. Clandestino una vocazione del cuore. Vagabondo una passione. Senza patria no, è uno stato civile. Vivi e non vivi. Esisti ma è come se non ci fossi. Parli ma non hai più voce. Ti senti soffocare ma sai che nessuno correrà in tuo aiuto. Il ponte che ti univa con radici profonde e secolari agli altri e al tuo Paese è stato fatto saltare. Sei dentro e fuori, solo insieme, libero in carcere. Sei un italiano senza l’Italia. Si può essere un cittadino apolide? No, è un controsenso. Ma io sono certo che migliaia e migliaia di persone, in questo momento, stanno pagando questo controsenso sulla loro pelle. Io sono certo che migliaia e migliaia di italiani, nella testa e nel cuore, si sentono derubati dalla loro appartenenza civile. Io sono certo che migliaia e migliaia di presenze invisibili, in Italia, saluterebbero, come una liberazione, la nascita di un grande movimento di resistenza culturale. Io sono certo di non essere solo.” Parole di sette anni fa. Sette ulteriori anni di solitudine come per molti di voi, oggi qui insieme a fondare gli invisibili.

Da ragazzo consideravo Montanelli di destra e lo disprezzavo. Quando le BR gli spararono alle gambe scoppiammo in una risata delirante con altri giovani sciocchi, esclamando: “Chissà quanto gli sarà costato a Montanelli pagare quei killer”. A trent’anni dovetti riconoscere che era un giornalista straordinario. Oggi mi manca come mi mancano i miei. Era un italiano di famiglia. Non un “visitors”. Era come la sorella di Borsellino. Come Pertini. Come il giudice Antonino Caponnetto, quel magistrato così antico, così fragile, eppure così forte che quando i giornalisti gli chiesero come fosse stato possibile che, d’incanto, la cavalleria berlusconiana avesse conquistato il cento per cento della Sicilia, rispose: “Me lo chiedo con angoscia: che ne è, delle decine di migliaia di persone che incontravamo, con cui parlavamo di Falcone e Borsellino, di ideali, di cambiamenti… e venivano, venivano da riempire le sale, le piazze. Venivano… E ora dove sono quei ragazzi, dove sono finiti? Me lo chiedo con angoscia…”

Caponnetto è morto senza risposta ai primi di Dicembre 2002.

Montanelli, il toscanaccio, anche lui non c’è più. Montanelli, un non visitor, uno di razza umana, quella dei nostri padri, che nel corso della vita tutti vorremmo strozzare con la cravatta almeno una dozzina di volte, poi, quando muoiono, soffriamo come se ci avessero segato entrambe le gambe e rimaniamo attoniti, come mezzibusti in diretta senza microfono.

“L’Italia berlusconiana mi colpisce molto” ammise Montanelli poco prima di morire. “È la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 Luglio, l’Italia dell’8 Settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo”.

Non è facile, oggi, in questo Paese che più Italia non è, fare a braccio di ferro con la memoria per ricordarsi i titoli di coda del film “Z”, che Costa-Gavras trasse dal romanzo di Vassilis Vassilikos, e ti senti solo e assurdo, ma lo fai, eccome se lo fai, e se ti viene da recitare il catechismo delle cose proibite in Grecia dai colonnelli, qualcosa di indicibile in Italia è accaduto davvero, e voi lo sapete come me.

…“E da quel giorno furono proibiti: i capelli lunghi, le minigonne; Eschilo, Sofocle, Euripide, Tolstoj, Dostoevskij, Sartre, Jonesco; i Beatles, la musica pop, Zorba il greco di Theodorakis; dire che Socrate era omosessuale; la matematica moderna; imparare il bulgaro, il russo e il rompere i bicchieri alla russa; la libertà politica, sindacale e di stampa; i movimenti per la pace; e la lettera Z che vuol dire «è vivo» in greco antico.”

A chi si affretta a affibbiarci l’etichetta di utopisti, idealisti, sognatori puerili rispondiamo che…

Bisogna agire come bambini, rischiare le sculacciate, diceva Flaiano, perché quando non si è più ragazzi si è morti.

Resistenza Culturale. Sottrarsi insieme è l’unica possibilità che abbiamo per resistere a chi continua ad aggiungere. Sottrarsi al populismo. Sottrarsi al gioco delle parti. Comprendere che maggioranza e opposizione, poiché usano lo stesso schema dell’aggiungere e dell’illuminarsi reciproco e vano, non sono più interlocutori al nostro radicale e profondo bisogno di cambiamento. Dobbiamo riprendere in mano le redini del gioco da un altrove, come se fossimo già vent’anni dopo. Guardare con compassione a questi anni con gli occhi di chi, scampato alle sabbie mobili, si volge indietro e osserva la melma brulicante che lo stava risucchiando. Farsi pionieri di un nuovo stato di coscienza, perché il paese così come ci viene raccontato, in particolar modo dalla televisione, è al collasso e non ci rappresenta più interiormente.

Invisibile è il pensiero, la psiche, il segreto della nostra coscienza. Invisibili sono le lotte interiori, le speranze, i desideri. Invisibile è l’attrazione che con i suoi fili d’oro lega i simili con i simili, e invisibile la repulsione verso ciò che riteniamo ingiusto e indegno di essere vissuto. Invisibile l’amore, l’ammirazione delle bellezze naturali, l’incanto per un’opera d’arte, la memoria, il sano desiderio di successo e il timore del fallimento e della morte. Tutto il meraviglioso architrave della vita è invisibile.

Della nostra visita terrena, di questa pesante, visibile e palpabile presenza (sangue e nervi, pelle e umori) precipiterà nell’oblio persino l’ombra. Chi si ricorderà del nostro profumo? Chi fischietterà il nostro concerto preferito? In quale oscuro armadio si ammanteranno di polvere le mie belle scarpe nuove? Chi ci dirà “Non posso vivere senza di te”, adesso che vive senza di noi? Tutto il nostro aspetto visibile, quando non saremo più al mondo, sarà oscenamente indifferente al mondo stesso. Ma la nostra invisibile assenza mai.

Questo mondo così com’è non sarebbe stato possibile senza di noi. Noi siamo insostituibili alla Storia. Lo sappiamo bene proprio noi, qui e ora, che siamo casualmente sopravvissuti alle anime che abbiamo amato tanto. Esse ci coabitano, rinascono ogni alba al nostro risveglio, si affacciano invisibili sulla vita da dietro le nostre palpebre, tutto quello che ci hanno donato glielo restituiamo con l’alito vitale, la visibilità del ricordo rinnovato. La morte, per l’amore, non esiste.

La democrazia invisibile è un’eterna rappresentanza.

Gli ultimi vent’anni di televisione hanno partorito un paese di cartamoneta, che vince soldi, sogna soldi, parla solo di soldi ed è stato pornograficamente eccitato a cavarsi sfizi e bisogni irrisori che i soldi comprano. Tutto il resto è come se non fosse mai esistito o non rivestisse la minima importanza. Non la storia o la scienza. Non il mistero dell’uomo nell’universo. Non le inchieste verità sulle prepotenze delle multinazionali del consumo ai danni dei disperati della Terra. Ma fiumi di sangue da circo (quello sì) della cronaca nera del vicino di pianerottolo. Tutto l’invisibile agli occhi è stato oscurato. Tutto livellato in basso. E’ stato come se nel cervello ci fosse cresciuta la pancia. Il potere, scippato ai valori della conoscenza, della verità, dell’arte, è stato interamente devoluto ai cortigiani di questa Bengodi dei Poveri, il paese col più alto tasso di tette, tronisti, culi, cocainomani, pedofili, pirati della strada e debito pubblico d’Europa. Cortigiani nell’industria, nei posti di comando delle aziende pubbliche, cortigiani del pensiero. Altro che Casta. Persino il fascismo sognava meglio e più in grande. La nostra è una visuale da incubi di quartiere, un colonialismo da 30 metri quadri, ed è arduo incocciare un’anima vera in pubblico, sembra di vivere nell’Invasione degli ultracorpi, uno strazio indicibile, molti si sono contaminati, tantissimi arresi. Altri persistono a darsi del comunista o del fascista, poi finiscono col farsi una tirata nello stesso bagno. Un patrimonio immenso di valori, di stile, di storia, di saggezza popolare, di arguzia, di irriverenza, di coraggio civile, di senso del dovere, sembra essere sprofondato nei meandri del plasma, cancellato dal nostro Dna. Come se l’ultimo italiano fosse stato Alberto Sordi. Dopo di lui, Berlusconi. E basta.

Possibile?

Chi conserva un patrimonio di conoscenza e di valori mezza spanna più in alto della mediocrità assoluta è, per sua natura, un invisibile. Paradossalmente, l’invisibile, il non ancora contagiato, viene vissuto dai veri appestati come un appestato. O un untore. Oggi in Italia sono untori categorie intere, per esempio i magistrati, ma anche alcuni comici e qualche giornalista: tutti mestieri che hanno a che fare con la verità, giudiziaria o sociale.

Noi, adesso, che possiamo fare? Certo non dobbiamo pensare a noi stessi come fanno loro, né preoccuparci dell’avvenire del nostro io (forse neanche ce ne sarebbe il tempo, la Storia è lenta) dobbiamo fare scuola, dobbiamo fare resistenza culturale, dobbiamo avere la vista lunga, quella di quando guarderemo l’Italia dietro le palpebre dei nostri figli. Dobbiamo fare squadra. Quello che è avvenuto in America con Obama, sarebbe potuto avvenire in Italia in tutti i campi. Sono secoli che da noi nasce un Obama al mese, il problema è che nel Rinascimento non li strozzavamo nella culla, ma nemmeno nell’Ottocento e nel Novecento, li abbiamo lasciati vivere fino al dopoguerra, fino a quando abbiamo ucciso Pasolini, poi basta.

Abbiamo bisogno della forza e del concorso di tutti quelli che hanno condiviso queste parole, perché le sentono fraterne e gli fanno un po’ di luce dentro. Siamo simili, non c’è bisogno che la pensiamo tutti allo stesso modo -la vera democrazia si nutre di diversità- dobbiamo lavorare fra simili diversi e progettare insieme, perché sarebbe ingiusto e sciocco perseverare nel lasciarsi dominare da chi non può, né intende, prendersi carico dei nostri interessi e valori più antichi e più veri. Dobbiamo occuparcene noi, anche per il bene di migliaia di altri invisibili che non hanno voce.

Ho ritenuto giusto fondare il movimento degli invisibili non per fare una rivolta, o diecimila azioni, (non è il fare immediato la vera e profonda urgenza) ma perché avevo e ho la segreta certezza che siamo milioni a soffrire di un dolore inutile, una non appartenenza, una casa comune perduta. C’è un simile sentire, in Italia, invisibile e non rappresentato, che non trova che fugaci riscontri, spesso manipolati a fini di voto, che poi ripiegano verso i soliti interessi. Non c’è stata grande manifestazione civile nella quale non ci siamo attraversati per poi perderci di nuovo, da quelle contro le Brigate Rosse a quelle per Falcone e Borsellino, Mani Pulite, l’Ulivo che per noi rappresentava l’ultima frontiera contro il regime delle televisioni. Mi fermo all’ultima di quelle occasioni colpevolmente perdute. Dopo, è stato un gioco a perdere, che ancora continua, con masochismo plateale. Non ci interessa più, abbiamo già dato. Rimane il disagio di vivere in un Paese occupato da intrighi, baruffe mediatiche, veti incrociati, minacce, petulanti lotte di potere, imbrogli, truffe più o meno legalizzate, malaffare, camorra, lobby trasversali, piduisti, Gelli parlanti, riciclati quaqquaraquà, ma soprattutto un Paese che si disinteressa di chi non appare, di chi non ha mezzi né cadaveri nell’armadio da smezzare con i tuoi, che si compenetra del tuo disagio solo quando ne ha bisogno lui, o per risanare i buchi di bilancio o per farsi eleggere. Non è qualunquismo, ma il lato truce e grottesco del nostro Paese, in cui si finisce con l’ingoiare anche i rospi (e questo accade in tutto il mondo) poi li si sputa e poi (ma questo accade solo da noi) li si rivota.

Se non fosse ancora chiaro di quale Italia io stia parlando vi porto un piccolo esempio…

Emilio Fede, l’altra sera. Lui, il direttore di un TG nazionale, ha in studio il Bonaiuti, l’omino debole dell’omino forte. Bonaiuti, il porta a portavoce, il Vespa de’ noantri. Naturalmente gongolavano sui successi del congressone alla Fiera di Roma, sembravano Bibì e Bibò, due sfavillanti cialtroni sul carro dei vincitori. E fin qui…ne abbiamo viste di peggio.

A un certo punto, però, arriva un’Ansa, una dichiarazione di Di Pietro. Per carità, la solita minestra antagonista, tre righe in cui dava a Berlusconi del dittatorello o giù di lì. Di Pietro non è il Guicciardini, ma è comunque un parlamentare e il segretario di un partito che, stando ai sondaggi, sfiora quasi il 10% dei consensi. E il direttore del Tg 4, con la sua mimica da cantimbanco, che fa? Da’ una scorsa alla dichiarazione e la definisce -cito a memoria- “le solite scempiaggini”. Alché l’altro, il tronfio portaaportavoce del “Premier”, obietta: «Ma no, ma no, leggila, così io replico!» E l’Emilio, di rimando, gettando via la velina: «A una scempiaggine? Perché mai? Replicheresti con un’altra scempiaggine, parliamo di cose serie, piuttosto, eh-eh…» E si sono rituffati, gongolanti, nell’elencazione dei meriti del Capo. Ecco, questo è precisamente l’inizio di una dittatura, (se la parola non vi piace, inventatevene un sinonimo: ma sempre di assolutismo, dispotismo e prepotenza, stiamo parlando.)

Un mese fa, a Palazzo Grazioli (ripeto, Palazzo Grazioli) Berlusconi ha tenuto un vertice sulle nomine alla Rai. Lui, il proprietario di Mediaset. “Il partito del presidente del consiglio” (leggo dal “Corriere della sera”) “ha insistito per avere come vicedirettori…eccetera eccetera.”Mi sono portato a Olbia due pezzettini di carta. Sono due affermazioni ingiallite di Berlusconi: “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta”. E quest’altra, del 30 Maggio 1994: “Mai mi occuperò di questioni televisive, per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari.”

Fratelli, se quando avevate sentito l’Italia cantare “Menomale che Silvio c’è” non sapevate se ridere o darvela a gambe, allora siete evasi nel posto giusto. Qui, oggi.

Siamo l’Italia che c’è ancora, c’era da prima e ci sarà anche dopo.

Oggi abbiamo fondato un movimento. Bene. Muoviamoci.

Diego Cugia