Movimento degli Invisibili

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Associazione Documenti Incontri invisibili del terzo tipo - Discorso di introduzione all’Assemblea degli Invisibili. Roma, 19-20 Settembre 2009

Incontri invisibili del terzo tipo - Discorso di introduzione all’Assemblea degli Invisibili. Roma, 19-20 Settembre 2009

E-mail Stampa PDF
Share/Save/Bookmark

(Discorso di introduzione all’Assemblea degli Invisibili. Roma, Hotel Clodio, 19-20 Settembre 2009)

 

Questa riunione mi ricorda un film: “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Ricordate? Una serie di persone che non si conoscono, da un giorno all’altro, misteriosamente, cominciano a partorire lo stesso sogno, in quel caso una strana montagna. E al risveglio la disegnano (il protagonista addirittura ricostruisce un facsimile imbastendo col fango una montagna in salotto, e viene preso per pazzo da moglie e figli). Poi alcuni di loro, magari per pura casualità, scoprono che quella montagna che gli infonde un’ebbrezza felice, esisteva davvero. I più arditi la raggiungono, anche se le autorità l’hanno circondata adducendo la scusa che il terreno è contaminato e si rischia la morte, e scoprono che è il luogo destinato agli incontri del terzo tipo con gli extraterrestri.

Le persone che sognavano la montagna erano estranee e non si erano mai guardate in faccia prima d’ora. Eppure un sentire comune, li conduce nello stesso luogo. Sono pochi e sembrano fuori di testa. E un po’ lo sono, naturalmente, come noi che siamo arrivati qui, molti da altre città, addirittura da altri paesi. Come mai? E chi è il nostro extraterrestre?

Nell’invito “Soltanto per pazzi” c’era scritto: Lasciate l’Italia di oggi al’ingresso.

Noi siamo extraterrestri per il nostro Paese così come il nostro Paese è diventato un extraterrestre per noi. Ma nelle nostre isolate camerette abbiamo sognato la stessa montagna invisibile. Siamo qui per annusarci e guardarci in faccia non necessariamente per “fare” qualcosa. Tutte le migliaia di associazioni, circoli, club, rotary, discoteche e stabilimenti balneari, fanno qualcosa. Danno premi, organizzano meeting, vanno a cena, rilasciano una dichiarazione all’Ansa o si incatenano per protesta al Colosseo. Io, momentaneo presidente di questa cosa che si chiama Movimento degli Invisibili, e della quale a ottobre eleggeremo il direttivo (il nostro è meramente provvisorio e serviva per costituirci giuridicamente in associazione) io per primo, dico, non ho altro programma che non sia il Noi. Considero un grandissimo risultato essere uscito dalla mia stanzetta per approdare in questa, fra i miei simili, lupi solitari della mia specie, stufi di ululare alla luna. Per quanto mi riguarda sarei stato pure in silenzio per due giorni ad annusarci e contemplarci quanto basta. Ma mi si dice che non sta bene. Che un presidente, per quanto scalcinato e provvisorio come me, deve tenere un discorsetto. Così in fretta e furia ieri ho messo in piedi quattro concetti e vediamo se vi corrispondono oppure no, a partire da Mike Bongiorno che ricordo con simpatia.

Quand’eravamo ragazzi, Mike Bongiorno incarnava quanto di più scontato, immutabile, convenzionale, ci offrisse la Tv. Il mio giudizio, senza alcuna malevolenza -anzi, affettuoso- non ho mai avuto bisogno di aggiornarlo: lui era rimasto identico; e pure io. Mike purtroppo è scomparso (d’altronde aveva la sua bella età) e adesso quelli della mia generazione dicono che era un pioniere, un rivoluzionario, l’uomo al quale la televisione italiana deve tutto. “Mike ha unificato l’Italia”. E Garibaldi? Garibaldi -oggi i miei coetanei la pensano così- Garibaldi era un bandito. Abbiamo perso il senso della misura. Gli aggettivi non hanno più dignità. Se Mike è un rivoluzionario o Renzo Arbore un genio, Goethe, Einstein, o Leonardo da Vinci come li chiami? Genialissimi? Generrimi? Le parole italiane non se la passano bene. Per esempio “eroe”. Un militare professionista, se muore, è un eroe. Anche se è saltato su una mina come migliaia di bambini che non c’entrano nulla con la guerra. Morti per caso. I bambini senza gambe o trucidati non sono eroi, sono “effetti collaterali”, nel più compassionevole dei commenti “piccole vittime” senza nome. Se un soldato professionista muore in missione di guerra (le missioni di pace non bombardano) secondo noi è un eroe.

Quando le parole perdono senso perde senso anche la vita. Ci perdiamo e affoghiamo in questo brodo di parole. Naturalmente provo dolore per i militari italiani vittime di un attentato a Kabul. E una profonda tristezza per le loro vedove, i piccoli orfani, che (trascorsa la commozione nazionale, che da noi dura meno di un week-end) saranno (come molti di noi del resto) abbandonati a se stessi da una patria patrigna. Ma lo stesso dolore, la medesima compassione, come puoi non provarla di fronte al triplo dei civili afghani saltati per aria, uccisi nell’identico modo? Vorrei una TV che ci raccontasse le loro vite esemplari allo stesso modo di come si celebrano quelle dei parà. Vorrei conoscere le loro vedove, i loro orfani. Ma un bambino di Kabul, i suoi giochi, i suoi sogni e speranze, saltate in aria con lui, non ha nome né storia per noi. Questa maleducazione umanitaria si chiama disuguaglianza. L’uguaglianza noi non la digeriamo, tanto che ci abbiamo fatto un partito che se ne fa un vanto di contrastarla: la Lega. Quel partito ci governa. E siamo passati da De Gasperi a Borghezio in un battito di ciglia della storia.

Ieri il Corriere della Sera ha dedicato alla “strage” dei Parà, da pagina 1 a pagina 19. Diciannove pagine. Tra parentesi “strage”, secondo il vocabolario Zingarelli, vuol dire morte violenta di un grandissimo numero di persone. Sopra strage, di superlativo non rimane che “genocidio”. Perché la chiami strage? Che cosa stai insinuando nella pubblica opinione, quale messaggio stai veicolandomi sottopelle? Primo: senza garbo alcuno, speculi col sensazionalismo. Sul sangue dei morti vendi più copie e imbastisci tre o quattro special tv infarciti di pubblicità. Secondo: stai nobilitando un’azione militare che pacifica non è e non può essere. Perché non hai occupato Kabul con la Croce Rossa o con Emergency. L’hai occupata con le armi. Ora, per qualcuno, laggiù, quello che noi chiamiamo terrorismo si chiama resistenza. La resistenza nostra è nobile, la resistenza che ci fanno gli altri è terrorismo. Come mi diceva giorni fa a Firenze Gino Strada “Non conosco un solo politico italiano che sappia realmente chi sia, come nasca, cosa pensi, perché o per cosa combatta, un talebano. Io li ho conosciuti personalmente e non sono diversi da noi. Hanno le loro teste calde che dicono coglionerie come un Calderoli e hanno esponenti più pacati e saggi. Da noi talebano è sinonimo di assassino, fanatico e terrorista”.

Penso che siamo diventati di una superficialità criminale. Che molti nostri parlamentari siano di un’ignoranza abissale. La democrazia non la esporti con le armi, ma con il dialogo. Noi, invece di sforzarci di comprendere quello che ha in testa un talebano, gli puntiamo una pistola alla tempia. E lui, che in quanto a dialogo è ignorante almeno quanto noi, ci fa saltare per aria. Dov’è lo scandalo? Quale stupore? E’ una banale scena di guerra.

Prendiamo un’altra parola questa sì davvero scandalosa: le morti bianche. Perché un operaio molto meno equipaggiato di un soldato, sottopagato, non protetto come loro dal Parlamento e dalla Nazione, e neppure da un elmetto, quando cade da un’impalcatura non appare in televisione con la stessa visibilità? Eppure questa è davvero una strage. Migliaia all’anno. Ma alla pubblica opinione viene sottaciuta. Non c’è enfasi nella comunicazione, gli aggettivi non straripano, le parole non si sfaldano. Se muore un operaio tutto è più soffuso, composto, una breve di cronaca. A nessuno scappa detto che è un eroe. Infatti non lo è, è un poverocristo. Non gli si suona la grancassa, primo perché non c’è uguaglianza. Un operaio, nella scala dei valori degli imbecilli vale 1, un soldato vale 10. Secondo perché è un poveraccio. Terzo perché ne muoiono a grappoli ogni mese e quindi fa meno notizia. E ultimo perché dai fastidio a imprenditori, sfruttatori e lobby del cemento. Quelli che votano per cacciare indietro i clandestini, ma già che ci sono li sfruttano, senza contratto, senza previdenza, in nero.

Oggi era prevista una grande manifestazione per la libertà di stampa. Ma c’è o non c’è libertà di stampa nel nostro Paese? Giorni fa, alla radio, l’ex opinionista di Repubblica e l’Espresso Gianpaolo Pansa, che oggi è fiero di scrivere per Libero (sui gusti non si discute) ha detto che ce n’è a strafottere e che è grottesco parlare di censura in questo Paese. Oggi va molto di moda dire così. Oggi è molto a la page dire “Se voi insisterete con il conflitto d’interessi o con la dittatura mediatica di Berlusconi ci fate un favore perché la gente vi voterà sempre di meno”. E allora? Se fosse la verità, sarebbe lecito tacerla altrimenti non ci votano? E’ questo l’insegnamento che date ai vostri figli?

Un altro concetto molto trendy è affermare che la maggioranza degli italiani non è affatto fessa, ma intelligentissima (ma quando mai nella storia c’è stata una maggioranza intelligentissima?) quindi vota il meglio che c’è sul mercato. Ma anche i tedeschi votarono Hitler, e noi acclamavamo Mussolini, poi l’abbiamo preso a calci e appeso a testa in giù da morto, con la stessa vigliaccheria di massa di quando girammo la testa altrove di fronte alle leggi razziali. A quanto pare la storia non insegna nulla. Io credo, senza colpevolizzare alcuno né offendere nessuno, che “la maggioranza sta”, come cantava de André. La maggioranza sta e non è originale per definizione, è branco, e segue un capobranco. Se il capobranco, come nel nostro avvilente caso, è un demiurgo, un plebiscitario, un egocentrico incurabile, lui griderà al branco: “Volete me o quei politicanti che non hanno mai lavorato un giorno in vita loro? Volete me o quei comunisti che vogliono togliervi la casa per andarci a vivere loro? Volete me, che ho costruito un impero da solo con le mie mani e che non ho certo bisogno dei vostri soldi perché sono plurimiliardario, o chi vi vuole affamare con le tasse?” Cosa volete che risponda il branco? Risponde “Muuuu”. E se ne prendi uno, lo tiri fuori dal branco, e gli dici: “Attento, guarda che hai risposto Muuu e non tuuu. Attento, la televisione più soporifera e maliziosa dell’Occidente ti sta suggestionando, ed è lui stesso che ne controlla i messaggi”, prima di tutto il tizio s’incazza perché a nessuno di noi piace esser preso per gonzo. Nel migliore dei casi risponde: “Sì, lo so anch’io che c’è qualcosa che non torna, ma con chi dovrei stare con quegli altri? Ma per carità!” E come dargli torto? Storicamente, dico, la maggioranza non cambia opinione, e tutte le maggioranze si somigliano. Prendi Pilato, uno che aveva questo gesto, questo tic come Bruno Vespa, che sembra sempre se ne lavi le mani…poi metti uno che con le parole è da 2000 anni il numero uno, Gesù Cristo, e accanto a lui metti Barabba, un ladrone. Ora, se a uno come Gesù la maggioranza preferì Barabba, quante chance può avere Franceschini?

E’ desolante che l’unico leader d’opposizione sia Patrizia D’Addario, una escort. Ed è desolante che il giornale laico d’opposizione, la Repubblica, sia costretto da mesi a parlarci di puttane borbottando come un parroco di campagna, quasi schiacciato sulle posizioni della Chiesa. Questa delle escort è una battaglia persa in partenza. Trovatemi un italiano che non vorrebbe vivere, zeppo di soldi e di televisioni, a palazzo Grazioli o a villa La Certosa, sprofondato nel lettone di Putin e con venti giovani donnine seminude che gli fanno la ola e gli cantano “menomale che Silvio c’è”. Non c’è. O è un asceta del Monte Athos o non c’è. Questo è l’italiano da Carosello, del tipo di quello che si risvegliava dall’incubo cantando “la pancia non c’è più”, Villa Certosa by night è la Bengodi immaginifica dell’italiano medio, qualcuno farà pure finta di scandalizzarsi, ma ricordiamoci che il segreto dell’urna è identico a quello delle lenzuola, quando sei lì sotto fai come ti pare. Si vota come si scopa.

Naturalmente Repubblica ha ragione. Hanno posto dieci domande al premier. Dieci domande alle quali non ha risposto, né più né meno di quando non affrontò il contradditorio con Rutelli o con Veltroni in Tv. Semplicemente perché se ne frega. Lo stesso motto di mascellone: me ne frego. Il nostro ha fatto di più: ha querelato Repubblica non perché l’avesse accusato di fatti mai avvenuti o di reati non commessi, ma perché gli aveva rivolto dieci domande. Questa è una cosa davvero incredibile. Come se i giornalisti non baciapile (quei tre o quattro rimasti) commettessero un peccato mortale a fare il loro mestiere che è, appunto, quello di porre domande. Come se avessero infranto uno dei dieci comandamenti: non nominare il nome di dio invano. Tutte le democrazie occidentali, a partire da quella americana, per la quale la libertà di stampa è un pilastro, si sono scandalizzate. Da noi accade quasi il contrario. Un vecchio giornalista proprio di Repubblica e l’Espresso, quello che oggi lavora per “Libero”, sostiene che la libertà di stampa c’è eccome e che la manifestazione indetta per oggi è ridicola.

Tanto ridicola, aggiungo, che è stata rinviata come se fosse secondaria. E perché? Per i soldati morti a Kabul. Ma che ci azzecca, come direbbe Di Pietro? Mica un funerale esclude un altro. Che c’entra una democrazia in lutto perché un presidente del consiglio si rifiuta di rispondere a dieci domande dell’opinione pubblica e querela i giornalisti, con il lutto per sei soldati morti in guerra? Li si sarebbe sicuramente ricordati a Piazza del Popolo. Ma chi è stato a rimandare la manifestazione, Berlusconi? Fini? No, la federazione della stampa. E allora davvero siamo in un bel casino, di parole, di aggettivi, di valori, di significato, di coerenza. Siamo al buio, a tentoni, in un paese illuminato a giorno dalla TV e contro illuminato dal virtuale di Internet.

Il concetto di Invisibili nasce da qui. L’ho spiegato altre volte ma preferisco ripetermi. Invisibili è l’unica opposizione possibile a questo tipo di accecante visibilità. A questa dittatura dell’apparenza. A questa politica che genera buio interiore. Uniformità d’idee. Pensiero unico. Opinioni da branco. La politica e la TV sono intrecciate e producono programmi tossici. La stessa cosa è accaduta con la finanza mondiale. Con i derivati. Con i soldi che comprano carta che scommette su altra carta, senza più alcun legame con la ricchezza effettivamente costruita. Adesso si dice: bisogna ricominciare dall’olio di gomito. Da chi fabbrica una bicicletta e la vende, dal gelataio, dall’artigiano, dal sudore della fronte. Ecco, in politica, in Italia, è la stessa cosa. Franceschini segretario del Pd è un derivato. Una bravissima persona, per carità, ma abbiamo perso il rapporto con l’idea di partenza. Ricordate “la cosa”? Da lì sono cominciati i derivati, il PDS, la Quercia, l’Ulivo, i DS, il Partito Democratico…Tutti derivati, tutti inevitabilmente tossici. Perché hanno perso il contatto con l’anima. Con il comune sentire di chi -si diceva una volta- sta a sinistra. E con i valori cardine della sinistra. Primo fra tutti l’uguaglianza. A destra è accaduta la stessa cosa. Come puoi chiamare “Popolo della Libertà” un partito che ha un leader unico che querela chi si permette di rivolgergli delle domande? O che ha nelle sue file chi vorrebbe affondare i barconi dei disperati della terra che cercano di raggiungere l’Eldorado? Se continuiamo così, con questo sfascio delle parole, non mi stupirei se i nostri bambini considerassero Fini un eroe della Resistenza.

Una volta i padri ci insegnavano che non si può stare con i piedi in due staffe. Oggi, pur di essere votati, si dicono cose di destra stando a sinistra e viceversa. Pur di avere uno straccio di visibilità si considera Vespa non un giornalista ma un politico, in sostanza un venduto, però poi si fa a gomitate pur di andare a Porta a Porta.

La maggioranza sta, non vuol dire che il branco sia imbecille. Non è un genio, ma nemmeno un imbecille. Il branco ha fiuto. E fiuta l’ipocrisia, il voltagabbana, l’opportunista. Se tu fai il Berlusconi dei poveri il branco vota il Berlusconi doc. Bisogna dimostrare di avere il coraggio di essere altro, di credere ad altro, e bisogna pagare i prezzi di essere altro. Se questo comporta avere zero visibilità e pochi simpatizzanti, pazienza. Bisogna guardare lontano e riscoprire il noi, anche se il nostro noi è piccolo. In Italia c’è questo imbarbarimento per cui, più si guarda quel canale più quel canale è democratico, più si è, più si è giusti. Stanno veicolando un concetto tirannico non democratico. La democrazia è un equilibrio fra opinioni diverse, mai uno squilibrio che schiaccia le diverse opinioni. Di fatto, in Italia, ci sono una serie impressionante di squilibri schiaccianti. E la libertà è limitata. Uno dei sistemi per limitarla io lo chiamo l’asticella. Mi spiego con un esempio di questi giorni, ma potrei farne cento, per esempio le ronde padane. Bossi lancia l’asticella lontanissimo: è l’ora d’imbracciare i fucili contro gli immigrati che stuprano le nostre donne e rubano il lavoro ai nostri padani! Interviene il premier e rassicura: Bossi è il più grande garantista che conosco, ama il tricolore e vuole semplicemente vivere in un nord più sicuro. E una parola come “ronda”, da squadraccia fascista, viene sdoganata. Cambia solo il colore della camicia: da nero a verde. Si comincia senza manganelli, poi chi vivrà vedrà. Ma l’esempio del lancio dell’asticella lo vedi plasticamente in TV. Ne cito due ultimissimi. Gli spot della prima puntata stagionale di Ballarò annunciavano una puntata su Berlusconi e i suoi scandali rosa. All’ultimo momento la puntata viene fatta slittare per la consegna a reti unificate da parte del premier delle casette ai terremotati. Scandalo! Censura! Ballarò non va più in onda! Ma no, è solo uno slittamento per non fare due programmi di approfondimento alla stessa ora. L’altro ieri Ballarò torna in onda. Ma sia come sia, non corrisponde a quei primi spot. Gli argomenti sono cambiati e di Berlusconi si parla di striscio e in altro modo. Di escort nisba. Che poi era quello che si voleva. L’obiettivo dell’asticella.

Ultimo esempio, Anno Zero. Non viene firmato il contratto a Travaglio. Scandalo, censura! Santoro insorge “Annozero è Travaglio”. Riposizionamento dell’asticella. Tutto a posto, Travaglio interverrà come ospite, per ora. Ma stiamo pensando che, democraticamente, se c’è Travaglio, in futuro, bisognerà inventare un anti-Travaglio di destra che possa ribattergli punto su punto. In realtà era questo che si voleva ottenere, un bavaglio per Travaglio. Per ottenerlo si è lanciata l’asticella molto più in là. Così come si volevano ottenere le ronde padane. Per questo si è gridato “imbracciamo i fucili”. Tutto rientra nella pseudonormalità, in questa tattica, tutto torna quasi come prima, ma con un metro di libertà in meno, e non ce ne accorgiamo, perché lo spauracchio agitato in precedenza era peggiore. La tattica dell’asticella ci sta fottendo tutti. E’ sottilissima la differenza fra una democrazia compiuta e una democrazia “come se”. A una dittatura ci si oppone. Contro i carri armati le barricate sorgono spontanee. Ma a una democrazia del “come se” fosse una vera democrazia, fai fatica. Se protesti dicono che strepiti, che sei un comunista, uno sfascista, uno che non gli va mai bene niente, un esaltato, un rompicoglioni, o semplicemente uno scemo. E il rischio è che finisci per avere dei dubbi anche tu, perché te lo dicono quasi tutti, ti isolano, in meno che non si dica ti ritrovi senza lavoro, senza amici e con i figli che ti guardano strano. “Gli invisibili –come ha scritto l’invisibile Laura- sono degli sconfitti non perché siano sfortunati ma perché non sono mai riusciti a relegare al secondo posto la propria dignità.”

Ma la storia è piena di sconfitti che, per aver avuto ragione, alla fine l’hanno vinta loro.

 

Diego Cugia

Incontri invisibili del terzo tipo