Movimento degli Invisibili

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Attacco alla coscienza - Primo Congresso degli Invisibili. Roma 24 Ottobre 2009

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Primo Congresso degli Invisibili. Roma 24 Ottobre 2009

ATTACCO ALLA COSCIENZA

di Diego Cugia

Oggi, riuniti nel nostro primo congresso, fondiamo il Movimento degli Invisibili. A Olbia ci eravamo costituiti in associazione, limitandoci a nominare un direttivo e un presidente provvisori. Domani, con i voti degli associati, gli Invisibili avranno un presidente e un comitato direttivo democraticamente eletti. Dopo nove mesi dalla prima pubblicazione su Internet della nostra Carta dei Valori, gli Invisibili vedono la luce. Il “Noi” ha partorito il primo movimento di resistenza al sempre più invadente “Io” della politica, a quell’ “egocentrismo di Stato” che antepone il tornaconto personale al bene collettivo, non sa distinguere fra legittimo governo e deriva populista, e attraverso la concentrazione nelle proprie mani dei mezzi di comunicazione di massa, ha istaurato il fascismo televisivo nel nostro Paese.

In Italia non abbiamo un governo, in Italia abbiamo la televisione al governo.

Pier Paolo Pasolini ci aveva avvertito già nel 1975, con quella rigorosa preveggenza che è il dono dei poeti: «Non c'è dubbio» aveva scritto sul Corriere della sera «che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere. Il fascismo non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.»

E mi ricordo, con meno rimpianto, 30 anni dopo, nel 2005, Claudio Petruccioli, ex membro della segreteria nazionale del PCI, ex direttore de l’Unità, il quale, insediandosi sulla poltrona di presidente della Rai, dichiarò:

«Pasolini? Sulla Tv ha sbagliato tutto.»

Non lo credo, così come non ho mai creduto che i comunisti, come l’ex presidente Rai, mangiassero i bambini. Credo semmai che gli ex comunisti si siano mangiati la televisione senza neanche capire cosa diavolo stessero mettendo sotto i denti. Fossero stati più attenti, si sarebbero accorti che era la televisione che se li stava mangiando, con tutti i valori di sinistra come dessert. La televisione si stava mangiando la nostra anima popolare, con la nostra complicità suicida, omologandoci così in basso da ritrovarci tutti, oggi, nello stesso bidone della spazzatura. Quella stessa televisione che aveva insegnato l’italiano agli italiani, che con i primi sceneggiati portò la grande letteratura popolare nelle case, che con le inchieste, i dossier, ci aveva -non solo aperto gli occhi sul mondo- ma unificato e irrobustito lo spirito critico, ci ha poi disgregati, scissi e vinti.

Lo spartiacque è stato l’avvento della Tv commerciale. In positivo, perché ha iniettato pluralismo. In negativo, perché il servizio pubblico è entrato in concorrenza con la Tv commerciale, delegando al suo ruolo formativo. Prima ci ha educato, poi ci ha maleducato. Con qualche rara e preziosa eccezione. La mancata regolazione del conflitto d’interessi ha infine creato, della nostra televisione pubblica e privata, un mostro. Oggi il mostro sta banalmente facendo il suo dovere. Perché ormai la televisione è solo dei mercanti, con i loro principii, le loro regole, le loro leggi del profitto. La pubblicità consente o vieta di andare in onda. Le opinioni e la creatività del Paese sono sotto schiaffo del denaro. Ma il denaro non chiede altro che di riprodursi con meno “lacci e lacciuoli” possibili. Così, lo stesso disastro che è accaduto a Wall Street con i derivati -i prodotti tossici della finanza speculativa- è accaduto alla televisione con i programmi tossici. L’intrattenimento ha degenerato.

Non è un’opinione da intellettuale o da snob. La radio e la televisione sono il mio mestiere. E non ho mai creduto che qualità sia programmare la Sinfonia in do minore di Brahms in prima serata. Parlo d’altro, parlo di un tradimento, di una diserzione culturale, di viltà della politica. La tv in sé è innocente. E le multinazionali del consumismo perseguono semplicemente il loro obiettivo: vendere. Non demonizzo né la la Tv né il consumismo. Ma è forte la responsabilità dei presidenti, dei consiglieri d’amministrazione, dei dirigenti, dei funzionari, e soprattutto quella dei politici che li hanno raccomandati. Quelle poltrone sono più decisive degli scranni del Parlamento. Quelle sono le stanze dei bottoni più delicate. Perché, piaccia o non piaccia, la televisione è protagonista assoluta della nostra vita: forma le menti, arricchisce o impoverisce il pensiero, stabilisce i modelli, le mode, tutto. Ma la televisione in sé non è che un innocente ascensore, pigiando un bottone sali all’attico, pigiandone un altro finisci in cantina. Non puoi lasciare decidere solo all’Auditel, non puoi concedere il potere all’Auditel, è folle. Perché, inevitabilmente, da quell’ascensore scompariranno via via tutti i bottoni e resterà soltanto quello che porta in cantina. Vi fareste operare al cervello da un ciarlatano? Ovviamente no. Vi affidereste a un chirurgo, possibilmente al migliore. Se invece l’operazione riguarda il cervello di tutti gli italiani, soprattutto i bambini e i meno istruiti, -i più indifesi-, li si getta all’ammasso, in cantina, a marcire. È questo che intendo per fascismo mediatico. Più si degrada il livello culturale di un popolo, più sarà facile, dopo, controllarne le modeste opinioni.

Il centrosinistra non si è distinto dal centrodestra. Non ha saputo o voluto ideare un ascensore diverso. Non si è preoccupato di ristabilire una gerarchia dei bottoni. Non ha neppure innalzato un argine. Ha utilizzato l’ascensore per i propri scopi facendovi salire i suoi famigli. Ma una cantina che cambia colore rimane cantina. E i nostri valori finiscono dal rigattiere.

Naturalmente salire di piano è impopolare. Rischi di perdere ascolto, rischi di perdere voti. Sulle prime, perché poi non è detto. L’alternativa sarebbe stata evidente. Un tempo per capire se nel Paese l’aria era cambiata si aprivano le finestre e si gettava uno sguardo in strada. Oggi si accende la Tv. Ma era la stessa sbobba anche con i governi di centrosinistra. La finestra dava in cantina. La cantina dei cervelli all’ammasso è, purtroppo, trasversale. Di conseguenza è intervenuta una degenerazione. La Tv ha assunto i metodi spicci della polizia politica, dell’inquisizione, del linciaggio mediatico. È una Tv che esalta i modelli più deleteri e chi grida più forte. Una Tv che premia i peggiori e offende i meriti e le competenze. Noi, e soprattutto i nostri figli, ci abbeveriamo a questo latte inquinato. A questo cattivo esempio a colori. I mercanti sono diventati i nostri filosofi. Se poi il re dei mercanti entra in politica, il cerchio si chiude. La democrazia si trasforma in audience. E il fascismo mediatico s’instaura armi e bagagli nelle nostre case.

“La pubblicità è il rumore di un bastone in un secchio di rifiuti” scrisse George Orwell, che predisse mezzo secolo fa “Il grande fratello”. In un suo saggio, “Letteratura e totalitarismo”, osservò: “Lo Stato totalitario fa di tutto per controllare i pensieri e le emozioni dei propri sudditi in modo persino più completo di come ne controlla le azioni.” Sappiamo, da una nota indagine, in che modo si forma l’opinione politica degli italiani: attraverso le notizie e/o gli omissis dei due massimi telegiornali nazionali, il TG1 della Rai e il TG5 di Mediaset. Se “l’editore” di entrambi è il governo, come nel nostro caso, l’informazione diventa tossica, e anche i nostri due maggiori telegiornali sono equiparabili ai “derivati” di Wall Street.

Nel 1994, soltanto un anno prima del “Pasolini ha sbagliato tutto” di un comunista da salotto, un intellettuale distante anni luce da Pasolini, parlo di Indro Montanelli, scrisse: «Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un golpe sul palazzo d’Inverno. Basta la sovrana e irresistibile televisione”. Quindici anni dopo, un altro scrittore di razza, assai più schivo, Carlo Fruttero, ormai vedovo di Lucentini, in una conversazione con Pietro Citati di qualche giorno fa, commentava esasperato, cosa per lui inusuale: «Non vedi che tutto si sta disgregando sotto i nostri occhi? Tutto è a pezzi, in rovina. Camminiamo tra i frantumi e i detriti. Non c´è più nulla che regga. Tutti blaterano. Tutti parlano per dire male. Non c´è pietà né comprensione. Dappertutto c´è rancore, odio, ferocia, senza che, in realtà, nulla distingua le idee degli uni da quelle degli altri. I magistrati calunniano i magistrati, gli uomini di chiesa gli uomini di chiesa. Tutti infieriscono contro tutti. Se penso ai democristiani di trenta o quaranta anni fa, mi sembrano dei giganti.»

Ricordo anch’io quelle facce molli, quei sorrisi esangui. Non tradisco il ragazzo che ero, e tuttora non credo si trattasse di giganti. Basta rileggere “Todo modo” di Sciascia per rinvenire, senza rimpianto, le ambiguità di certi notabili, quelle loro ombre non gigantesche e ipocritamente genuflesse. Basta risentire quel tanfo di questura e oratorio dei privilegi in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Inoltre sarebbe disumano pretendere da un ex ragazzo degli Anni Settanta di amare Moro! Che sia stato crocifisso dalle Brigate Rosse e dagli opportunismi terroristici di alcuni suoi onorevoli colleghi, mi induce a profondissimo rispetto e cristiana compassione, ma non a mutare giudizio. Nutro nessuna nostalgia per quel criptico vocabolario politico, per i suoi bizantinismi, e tantomeno per il telegiornale di una volta, per le veline del buon Vittorio Orefice, per la voce del padrone così vellutata ma così opprimente (i telegiornali di oggi sono comunque più pluralisti di quello) e tantomeno per quei passi felpati nel Palazzo, definito, con un’azzeccata metafora, Muro di Gomma.

È tipico, per noi uomini maturi, confondere la nostalgia verso la propria giovinezza, con il rimpianto per la Storia trascorsa. Diffido dal “si stava meglio quando si stava peggio” come dai revisionismi e dai voltagabbana. Preferisco passare per adolescenziale invecchiato, invece di passare un colpo di spugna sugli ideali, a volte scomposti, di noi ragazzi degli Anni Settanta. Ma un conto è non rimpiangere la “balena bianca” (come definivamo allora la Dc) e i segreti di Stato occultati nel suo ventre di gomma, o non ignorare le gravi colpe storiche del partito comunista, altro conto è fingere di non vedere le qualità di uomini di Stato come Moro e Berlinguer. Certamente coltivavano i loro reciproci orti, ma è indubbio che professavano la politica come una missione e non erano dediti all’arricchimento personale. Così come indubbie furono la loro intelligenza politica, la muscolatura culturale, il rispetto per le opinioni avverse. In questo senso Fruttero ha ragione. Il confronto con la classe politica attuale è fra nani e giganti. E se fosse vero, secondo un noto luogo comune, che la classe politica sia lo specchio del Paese (ma su questo, così come sulla presunzione che sarebbe il popolo a volere il peggio della Tv, permettetemi un profondo dubbio) anche noi, in confronto alla gente comune di una volta, siamo diventati nani.

Mi riferisco in particolare ai doveri, all’assunzione di responsabilità, all’impegno, al servizio della collettività. Al nostro bassissimo grado di ascolto, al rispetto verso chi ha una visione del mondo difforme dalla nostra, in una parola, alla più nana delle nostre qualità: l’accoglienza.

Se mi guardo alle spalle, ai cinquant’anni trascorsi, non vedo soltanto ombre e detriti, ma luci e conquiste. Quelle delle donne, innanzi tutto, e l’istruzione gratuita per tutti, il diritto al divorzio, all’aborto, i diritti dei lavoratori, i diritti civili, i diritti dei gay, delle minoranze religiose, i diritti della terza età, il diritto al mantenimento per il coniuge debole, all’assistenza sanitaria, e non c’è diritto sul quale mi senta di dissentire, anzi, li considero tutti assai fragili e perennemente sotto tiro. Ma sull’altro versante, quello dei doveri, credo sia ora di fare un “mea culpa”. Siamo rimasti indietro. Siamo all’età della pietra del “dare”. L’egoismo di Stato, cui accennavo all’inizio, non è che l’apice e il riflesso di cinquanta milioni d’egoismi individuali. Un esempio? Il diritto, come si dice, “a rifarsi una vita”, cioè al divorzio, con le conseguenti “famiglie allargate”. Quest’esempio può essere allungato fino al diritto delle donne anziane di partorire, e alle coppie gay di adottare un bambino.

Quando una coppia con figli si separa e divorzia, il primo spontaneo pensiero corre ai problemi dei figli. Noi tutti istintivamente percepiamo (quasi un avvertimento genetico, un allarme atavico del nostro Dna) che il loro diritto a un papà e una mamma, uniti e in casa, siano violati, e possano produrre conseguenze psicologiche anche gravi e condizionamenti sulla loro crescita. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, (e con tutte le migliori ragioni e/o scuse) privilegiamo il nostro diritto “progressista” a mettere fine a un rapporto infelice e a rifarci una vita, rispetto a quello “conservatore”, connaturato nei nostri bambini, il diritto a una famiglia, che è quella e solo quella, e a tenersela stretta, altro che allargata. Sono argomenti scomodi, e se ne attacchi uno ne viene giù una cascata, ma continuare a eluderli non è da progressisti ma da vili.

Mi sia consentito un ricordo personale, anche perché sono certo che molti di voi ne avranno uno simile. I miei genitori non andavano d’accordo ma, nonostante la legge Fortuna sul divorzio, non divorziarono. Mia madre diceva di non essersi separata esclusivamente per “senso del dovere”. Nei riguardi di noi figli. Le famiglie -osservava- non si sfasciano per un capriccio. Naturalmente la consideravo una giustificazione, sia ipocrita che bigotta. Loro erano “matusa” e noi la generazione dell’ “amore libero”, del no al Vietnam e di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Anche in questo caso, tirate le somme, non tradisco il ragazzo che fui. Tuttavia, da genitore divorziato, oggi mi considero rispetto ai miei, un nano. Non tanto perché ho perseguito il mio diritto a rifarmi una vita, quanto perché ho irresponsabilmente sottovalutato il danno prodotto dal mio sacrosanto diritto. Cioè ho trascurato il mio dovere. Quello di fare un passo indietro rispetto al diritto di un altro.

Il bistrattato “senso del dovere” di mia madre aveva, eccome, un senso. La famiglia, di cui la mia generazione decretò né più né meno la morte, aveva, eccome, un senso. Così come per noi aveva senso il liberarci dalle sue ipocrisie, dalle sue gabbie e ombre. Ma non si può ignorare che la generazione della guerra (forse proprio per la lezione di rigori e patimenti impartita dalla guerra) osservava una “costituzione dei doveri” gigantesca rispetto alla nostra che, in cinquant’anni di pace e accresciuto benessere, si è costituita un’ossatura più molle, più dedita al piacere, all’egotismo, agli interessi della persona, che a quelli della collettività. “Nana” rispetto ai doveri, “gigante” rispetto ai diritti. Penso che un movimento di resistenza culturale come il nostro debba gettare un ponte fra le generazioni, fra queste due visioni del mondo, e tentare una sintesi virtuosa; riscoprire -concedetemi il gioco di parole- il piacere del dovere, o quantomeno la conoscenza responsabile dei danni che può produrre il mero perseguimento della felicità personale.

La scissione e la frantumazione dei nostri nuclei familiari trovano una rispondenza nell’esasperazione del linguaggio politico e nella scissione, mai storicamente così netta, cupa e profonda, praticata sul corpo elettorale. Anche sotto questo profilo, noi Invisibili riteniamo che il primo atto maturo e responsabile, il primo dei nostri doveri, sia di sottrarci a questa guerra sanguinaria di eserciti contrapposti. Non è la nostra guerra. Ed è stata orchestrata ad arte da chi non ama questo Paese. Da chi “divide et impera” per interessi che sono altri dalle necessità, dai bisogni, dalle urgenze, spesso di drammatica sopravvivenza, della nostra gente. Dobbiamo aprire gli occhi. Nessun presidente del Consiglio, di centro, di sinistra o di destra, è Mosè. Anche se la televisione dice che è Mosè.

Ricordate Peter Finch in “Quinto potere”? …“Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere”.

È stato Silvio Berlusconi ad “ammazzare la noia” e a portare la televisione al potere in Italia. Con il nostro consenso. Anche quello di chi non l’ha votato. Perché -ed è sano e doveroso ricordarlo in questa Torre di Babele in cui ci siamo smarriti e fingiamo di parlare lingue diverse- noi non siamo stati Gesù che caccia i mercanti dal tempio della democrazia. I mercanti e i banchetti erano schierati con tutte le loro cianfrusaglie (compresi i portachiavi con Che Guevara) anche alla sinistra del tempio. Ma Berlusconi è stato più convincente. Come piazzista televisivo si è rivelato formidabile, oserei dire insuperabile. Si è mangiato i mercanti meno scaltri di lui. Ha ammazzato la noia indotta dai politici soporiferi di un tempo. Diciamocelo: Moro e Berlinguer saranno stati pure dei giganti ma come showman facevano pena. Berlusconi è più bravo di Fiorello. Si è fatto leggi per lui divertentissime, si è esibito in numeri d’altissimo circo, come diventare compare di Putin (il truce capo del Kgb) o pappa e ciccia con Gheddafi. Ha sferrato gran pacche sulle spalle a Bush, per la gioia dei più piccini ha fatto le corna al G8, ma anche case per i terremotati e spolverato Napoli, si è fatto cantare “Menomale che Silvio c’è” dalle casalinghe e dalle pensionate italiane, e la notte, dalle nipotine di quella “Ubalda tutta nuda e tutta calda” che era la sua cultura di riferimento. È legittimato dal voto popolare, ed è votato perché è bravo, ricco, furbo e simpatico. Tutto qua. Non c’è niente da capire, come cantava De Gregori. È un grande showman con sei palcoscenici televisivi sui quali esibirsi come e quando vuole. Bisognava pensarci prima, ormai è tardi. Bisognava ricordarsi di Orwell, rispettare Pasolini, nominare Montanelli presidente della Repubblica. Perché se giochi a ping pong con un cinese, perdi. Se sei un politico e vai a fare il tuo discorso al circo, vince il clown. Berlusconi ci ha fatto divertire ma ci ha fatto anche spaventare a morte. Grazie al suo show quotidiano il centrosinistra, invece di fare opposizione, si è messo a fare il critico televisivo. Ma attenzione, Berlusconi non è Mosè. È televisione pura. Non è Dio. Non ha le tavole della legge, è la sua legge che vuole sostituire alle nostre tavole. Sicuro che la Costituzione si può cambiare, era stato previsto dai padri costituenti, ma non con un atto d’imperio della maggioranza! Siamo un oceano di gente, siamo italiani, siamo inseparabili. Agitare la bacchetta per separare le acque e dividerci, per farci transitare in mezzo i propri interessi, è solo un numero da illusionisti.

Purtroppo non è facile, per il “pubblico”, cogliere la differenza fra chi ha il senso dello show e chi ha, o dovrebbe avere, il senso dello Stato. Ho detto prima che siamo diventati nani, che ci siamo imbarbariti. Ma sarebbe bastato dire quello che mi è appena sfuggito, come un lapsus. Noi italiani abbiamo perso la dignità di cittadini. Siamo diventati “pubblico”. Un pubblico spaccato in due ad arte: a sinistra chi fischia e batte i piedi, a destra chi si scortica le mani. Il vero colpo da maestro è stato quello di dividerci in “Noi” contro “Loro”. Di esacerbare gli animi. E in un Paese complesso, variegato e sofferto come il nostro, di procedere per semplificazioni ridicole, che negli ultimi mesi, però, sono diventate tragiche. Perché c’è gente che muore di fame. E se in una democrazia la gente che muore di fame si vede eccome, -ed è il primo assillo di un governo-, in una “televisione al governo” la gente che muore di fame è oscurata, non ha né volto né voce. Perché nella politica-show i morti di fame non funzionano. Fanno crollare l’audience.

Le scuole sono fatiscenti? Gli insegnanti hanno paghe da fame? Le fabbriche chiudono? I tribunali per fare giustizia impiegano dieci anni? Abbiamo il debito pubblico più alto d’Europa? I nostri giovani, per trovare lavoro, devono emigrare come i loro bisnonni contadini? Qual è la risposta? Facciamo il ponte di Messina… Oppure, questa è l’ultima, il ministro delle Finanze si sveglia una mattina e dichiara (nel mezzo di una crisi infame): “Sapete che c’è? Ho scoperto che è meglio avere un impiego fisso che un lavoro precario. Sì, col posto fisso e solo col posto fisso puoi avere una prospettiva di futuro e farti una famiglia!”

È come se io mi alzassi e dicessi: “Attenzione! Ho scoperto che far l’amore è piacevole!” E tutti “Evviva!” e giù a scopare come matti.

Nella politica show è la battuta che conta. Ma nella politica vera contano i fatti. E se un ministro delle Finanze (azzerando tutte le prediche governative precedenti sui fannulloni del posto fisso e sulle meraviglie della flessibilità) se ne esce con una rivalutazione del cosiddetto “posto in banca” e lo fa davanti a migliaia di ex precari che rimpiangono persino il posto da precario perduto, delle due l’una: o il giorno stesso si aprono i portoni di banche, poste, ministeri e grandi industrie italiane, per la più epica assunzione a tempo indeterminato del mondo, oppure ti stai divertendo sulle spalle della povera gente. E questo è osceno. Come uno che si mette a mangiare il pollo arrosto davanti ai reclusi di un campo di concentramento. Ma la verità, ancora più amara, è un’altra. Quella di “Quinto potere”. “Attenzione! La Tv non è la verità. Ammazzare la noia è il nostro mestiere”. Dire, da ministro delle Finanze e da presidente del Consiglio, una ricca banalità come “E’ meglio il posto fisso”, quando la televisione è al governo, ammazza la noia e aumenta il consenso. Perché per il cittadino, ridotto al rango di spettatore, è come assistere a un film in cui ti identifichi col protagonista, con il disoccupato che trova il posto fisso. Con il barbone che diventa presidente. In realtà, gente come Tremonti non dovrebbe fare politica. Dovrebbe fare cinema.

La resistenza culturale del nostro movimento è, innanzitutto, rendere queste cose illuminate. Fare coscienza di questi tranelli mediatici. E sottrarci a questa guerra civile degli uni contro gli altri. Siamo tutti “Noi”, con sacrosante opinioni diverse, ma sempre noi italiani siamo. Non abbiamo due memorie storiche, ne abbiamo una. Anche il Nord e il Sud in America si sono combattuti a sangue, ma vivaddio oggi sono gli Stati Uniti. E così come io posso aver avuto in famiglia bisnonni morti per l’Unità d’Italia contro gli austriaci, tu puoi aver avuto bisnonni uccisi dai miei bisnonni che li consideravano briganti. Con questo? Siamo destinati a odiarci in eterno come nelle faide mafiose? Che il nostro presidente del Consiglio, come ha fatto recentemente, suggerisca agli italiani la lettura di due libri che considerano il Risorgimento una congiura infame, o dichiari che la Costituzione è stata fatta dai comunisti, è una di quelle spregiudicate semplificazioni atte a dividere e non a condividere. Moro e Berlinguer perseguivano, magari a torto, il compromesso storico, ora siamo al ribaltamento assoluto, perseguiamo il disprezzo storico.

No, non abbiamo proprio il senso dello Stato che dimostrarono i nostri padri costituenti, e basti ricordare i loro nomi (da Dossetti a Di Vittorio, da Einaudi a Foa) per comprendere quanto fossero variegate le loro storie personali e le opinioni politiche che tuttavia confluirono nel “Noi” costituente. Queste del cavaliere televisivo sono dichiarazioni ignoranti e irresponsabili. Lasciate riposare i nostri morti, già sufficientemente turbati dai revival di Barbarossa e da acrobazie geografiche come la Padania, da smanie secessioniste, da razzismi di quartiere. Lasciamoli stare i nostri giganti morti. Non ci toccate nel sangue. La bandiera, l’inno, la Costituzione, l’unità territoriale, gli inviti a evadere le tasse, i condoni che hanno mortificato i contribuenti onesti… in questi anni il campo dei valori e della memoria storica è stato trivellato, avvelenato e insozzato. E la Tv ha fatto da ventilatore. Risultato? Un attacco alla coscienza. Ecco. Non saprei definirlo meglio. Un attacco alla coscienza delle persone e a quella collettiva, di un intero popolo. L’Italia non può essere ridotta a una coppia di divorziati che erigono un muro nella stanza da letto perché non hanno i soldi per vivere in case separate. Anzi, per dare l’idea dell’impazzimento generale, dovremmo ricorrere all’immagine di un alveare di divorziati, con ciascuno barricato nella sua cella che si mangia il suo miele, e appena il vicino si distrae, glielo frega. Perché questo attacco alla coscienza non proviene solo dall’esterno. Siamo noi, lo ripeto, che l’abbiamo permesso. Non possiamo far finta di essere sani. Quello che deve maggiormente spaventarci è il fascismo mediatico che c’è in noi. Per questo ci siamo definiti Invisibili. Per spegnerlo. Per spegnere quel televisorino sempre acceso che è il nostro egocentrismo. Invisibili per sottrarre legna da ardere all’egocentrismo di Stato.

Non contate su di noi. Abbiamo un dovere verso i figli. Abbiamo un dovere col futuro. E siamo già in mortificante ritardo. È da una ventina d’anni che ce ne stiamo col naso per aria aspettando che dal cielo piovano le lasagne. Come ho già detto ci siamo divertiti e spaventati a morte allo spettacolo della Tv al potere. Abbiamo ammazzato la noia. Ma le lasagne non si son viste, e un uomo solo in scena per quindici anni, per quanto faccia più smorfie di Jerry Lewis, quando non succede nulla che non sia lui stesso e il suo monologo, a lungo andare stufa. Aggiungo che ormai mi stufa pure parlarne. Anche in questo momento. Ne sono costernato. Ma il berlusconismo è come la malaria. Quando sei sicuro di averla debellata, torna. Il berlusconismo è una parassitosi. Nugoli di zanzare televisive, da destra a sinistra, ci hanno trasmesso la malaria dell’anima. Gli invisibili sono nati per debellarla. Per sviluppare insieme gli anticorpi. Siamo -chiudo con un sorriso- il chinino di una democrazia con la malaria..

E adesso permettetemi di ringraziare il direttivo uscente. A Febbraio scorso un uomo solo nella sua stanza, facendo i conti con la propria storia, scriveva due paginette scarse. Erano un promemoria. Un appunto per i suoi figli. “Ecco, se mai vi interessasse, questi sono i valori in cui vostro padre ha creduto”. Ho pubblicato quelle due paginette su Facebook. E le ho messe “in movimento” definendole “invisibili”. Perché i valori sono invisibili come l’aria che respiriamo e senza la quale soffochiamo.

Nove mesi dopo quell’atto solitario, diecimila italiani hanno aderito ai valori espressi dalla nostra carta costitutiva. E tra i primi e più attivi e concreti (come voi che siete qui oggi) c’erano proprio loro: Bettina de Carli, Salvatore Pisano, Lina Miele, Francesco Casaburi, Thomas Graziani, Maria Pia De Noia, Irene Melis, Laura Ruffato, Patrizia Macchini, Mario Ibba, Claudia Pisani e Gabriele Policardo. Questo primo nucleo del “Noi” (un valore fondante degli Invisibili), costituitosi in direttivo provvisorio, ha condiviso il sogno di un uomo solo rendendolo collettivo e reale. Si sono dimostrati all’altezza dell’impegno assunto, si sono dimostrate persone perbene. Nell’Italia di oggi non conosco complimento migliore.

Come la mattina è faticoso uscire da un bellissimo sogno e misurarsi con i limiti della realtà quotidiana, così è faticoso trasformare un clic in una autentica stretta di mano. Le meraviglie della tecnologia ci hanno offerto un’alternativa ai mass media tradizionali. Essendo meno controllabili, come la televisione o la stampa, possono diventare alleati formidabili nella ricerca della verità. Allo stesso tempo possono irretirci nel virtuale, creare surrogati di vita. Voglio dire che nella Rete si può anche rimanere intrappolati come pesci. Dobbiamo imparare a sfruttare le nuove tecnologie senza restarne schiavi.

Internet e i mondi virtuali possono creare un’illusione di partecipazione così come possono essere determinanti nell’elezione del presidente degli Stati Uniti.

Nel nostro piccolo caso sono stati decisivi per la nascita del Movimento. Aderire virtualmente agli Invisibili, magari mascherati con un nickname, è facilissimo. Basta un clic. Aderire fisicamente, nome e cognome, pagare le quote, sobbarcarsi alle spese e alle fatiche di viaggio per partecipare a un congresso come questo, è un’altra musica. Trecento invisibili reali equivalgono a diecimila iscritti virtuali. Sono convinto che tra un anno saremo almeno 1000 soci reali e 30.000 virtuali. Da quel momento in poi la crescita sarà esponenziale.

Dipende da noi. Da noi adulti e soprattutto dai giovani, come Fabrizio Silvaggi che martedì 16 giugno scorso mi scrisse una mail che conservo con tenerezza. “Sono un trentenne romano che vive in periferia. Chattando in Internet fra blog e social network mi sono imbattuto nella Carta degli Invisibili e me ne sono innamorato. Vorrei iscrivermi a questo movimento nuovo, fresco, che risvegli le menti addormentate dei miei concittadini per fargli prendere consapevolezza e partecipazione nel sociale e ricordargli che questo paese è nostro e non delle caste e delle lobby. Ma prima di farmi la tessera vorrei sapere se sarà un movimento dove potrò sentirmi attivo nella resistenza dei nostri valori, o si limiterà ad essere un confronto telematico. Spero che mi abbia letto e mi sentirò onorato di una sua risposta. In caso contrario continuerò a stimarla. Buon lavoro.”

Fabrizio era venuto al Teatro Eliseo sperando che, dopo la presentazione del mio ultimo libro, si sarebbe parlato degli Invisibili. Gli risposi appena rientrato, a notte tarda, chiedendogli scusa perché ero stanco, dispiaciuto anch’io che nessuno dalla platea mi avesse rivolto qualche domanda sul movimento e ringraziandolo per essere venuto a teatro. In sostanza non risposi alle sue domande. Ma lui aderì ugualmente, e qualche giorno dopo, il 20 giugno, scrisse: “Vi invio il bonifico effettuato per il tesseramento. Spero di ricevere al più presto la tanto desiderata tessera e di vedervi per guardarci in faccia, contarci, e parlare per decidere quale sarà il cammino del nostro movimento.” Un mese dopo è scomparso in un incidente di moto in Sicilia dov’era andato a trovare la sua ragazza.

Questo discorso è dedicato a Fabrizio, che con poche righe e un gesto è riuscito lo stesso a trasmetterci la sua parte di ribellione e di amore. Grazie Fabrizio e grazie a tutti voi, per essere venuti da ogni parte d’Italia e persino dall’estero, e aver sottoscritto la nostra Carta dei Valori in questa sala invisibile a tutti tranne che a noi.

Roma 24 ottobre 2009

Diego Cugia