In seguito al mio scritto “Fate un passo se non volete cadere nella Rete” ho ricevuto e-mail e messaggi personali di amici interessati al Movimento degli Invisibili. Molti avevano letto la Carta dei Valori, altri esprimevano perplessità sull’utilità di un ennesimo gruppo “politico” come il nostro. Così, raccogliendo un po’ tutto insieme, speranze e dubbi, mi fa piacere condividere con voi alcuni sentieri mentali che ci hanno portato a invitarvi a partecipare, anche come semplici osservatori, al congresso di Roma, il 20-21 Febbraio 2010.
Che vuol dire essere invisibile?
Si può diventare invisibili perché si è scomparsi, o perché non si è lasciata volontariamente traccia di sé (“Mario si è reso invisibile”) oppure perché si presume che nessuno ci noti o s’interessi di noi (“Ieri, a cena a casa di Luisa, mi sembrava di essere invisibile…”) infine perché rientriamo in una categoria emarginata di persone, in genere poco abbienti: giovani precari, operai in nero, donne vittime di abusi, clandestini. Tutte persone verso le quali nutriamo un’affinità elettiva molto più intensa di quella per i cosiddetti Vip.
Oggi, e in Italia in modo particolarmente sfrontato, la “patente di visibilità” è rilasciata non tanto agli uomini di genio, scienziati, poeti, inventori, -coscienze illuminate che rendono servigi generosi alla comunità-, ma a baldanzosi figuri che, in epoche meno buie della Storia, sarebbero stati messi al bando per le stesse caratteristiche di prepotenza, egocentrismo e vanagloria grazie alle quali, oggi, la Tv e le riviste di gossip, li consacrano “famosi” o “uomini di Stato”.
La visibilità creata dallo scandalo, dal pettegolezzo e persino dalla cronaca nera, è sempre esistita, mai, però, di così infima lega.
Anche scandalizzare è un’arte, basti citare Oscar Wilde o, ancora prima, Jonathan Swift, così come erano d’intelligenza scandalosa gli scritti corsari di Pasolini o le canzoni di De André. Che cos’è cambiato in così tanto poco tempo? Quelli della mia generazione lo sanno. Sfogliavamo quelle riviste dal barbiere. “Spettegolari” (di spettacolare pettegolosità) erano gli stucchevoli scandali delle teste coronate, la “dama bianca” di Fausto Coppi, l’amore di uno scrittore avventuriero come Romain Gary per un’indimenticabile creatura, la giovane attrice Jean Seberg. (A proposito, ma dove si sono cacciate quelle ragazze lì? A saperlo!) Lui, Gary, che aveva combattuto per la Francia libera di De Gaulle, decorato con la Legion d’honneur, era riuscito per due volte a vincere il prestigioso premio Goncourt (la seconda con lo pseudonimo di un autore sconosciuto). Lei, la Seberg, il simbolo della Nouvelle Vague.
Fra i protagonisti delle riviste di gossip di trenta, quaranta anni fa, e quelli odierni, ci passa la stessa differenza che fra l’Enciclopedia Treccani e l’orario dei tram.
Negli anni Sessanta, infatti, la televisione non aveva ancora delegato alla “gente” il mestiere di narrare la realtà. Né il suo potere era ancora tale da costringere quotidiani e riviste a fotocopiarla.
Per diventare “visibili” si doveva possedere un’arte, essere portatori di una storia, esibire qualche qualità non comune. Perché mai una casalinga che balla avrebbe dovuto essere uno spettacolo? Avevamo Delia Scala o le Kessler.
La televisione commerciale, a corto di idee, svincolata da ogni altro interesse se non quello meramente speculativo, ha violato la più banale delle leggi dello spettacolo, con una scorciatoia (per il baratro). Invece di attendere e doverosamente accudire alla gavetta di nuovi grossi calibri come Totò, Alberto Sordi, o Renatino Rascel, ha utilizzato il suo stesso fruitore, il pubblico, come carne da cannone. Fino a giungere all’apoteosi di trasmissioni come “L’isola dei famosi”, “Amici” o “Il grande fratello” che titillano, esaltano, “spettegolarizzano”, i nostri istinti peggiori. Questa “luce sporca” ha finito col contagiare tutto, non solo lo spettacolo, ma anche la politica e l’informazione.
Non so dire se alla televisione spetti un compito educativo, so con estrema chiarezza che essa ha svolto, negli ultimi vent’anni, un compito di maleducazione culturale e ottundimento immensi. Per le nuove generazioni si è resa colpevole di un genocidio della fantasia. È stato come se avessimo lasciato allevare i nostri ragazzi in un lager. Certo, non sono morti, ma i loro cervelli sono passati per il camino della Tv.
È tempo di ricominciare a narrare, di colmare i vuoti senza più ricorrere a falsi pieni, e di legittimare, nella politica e nello spettacolo (che non sono la stessa cosa, checché la pensi il presidente del consiglio) chi ha meriti e qualità (se ha pochi soldi è più credibile ancora) per imporsi alla nostra attenzione.
È per questo che amo sempre di più la parola invisibilità. L’immateriale per eccellenza dei concetti è, oggi, quello più vicino al vero della natura umana. Pragmatico quanto l’aria che respiriamo, invisibile, eppure se ci venisse a mancare, soffocheremmo. L’eccesso di apparenza, soffoca la verità. Nel nostro cervello saettano, come meteoriti in rotta di collisione con la Terra, jingle e siglette di quella baraccopoli dorata della pubblicità. Ma chi è Belén Rodriguez? Dopo 2001 volte di seguito che sferra un improbabile calcio al pallone per la Telecom, prima che possiamo goderci la partita, Belén è “l’invasione di un ultracorpo”, noi il suo pallone lanciato alle stelle.
Con un luogo comune si dice spesso che oggi, se non appari in Tv, non esisti, sei morto. Questa emarginazione dallo schermo produce terribile infelicità in milioni di persone. Se Gesù scendesse in terra, senza prima essere passato a Porta a Porta, neppure gli chiederemmo l’autografo. Dicono -eppure- che stargli vicino rendeva felici. Belén Rodriguez (nulla contro quella poveracrista, per carità) lenisce il nostro dolore? In apparenza, sì. In verità, in verità lo provoca. La Tv rende masochisti. Eppure un essere umano sano di mente, piuttosto che arruolarsi nel “Grande Fratello”, preferirebbe la Legione Straniera o farsi eunuco in un harem. Siamo stati terremotati dall’invasività subliminale, ipnotica, coercitiva di un elettrodomestico. Code di disgraziati implorano una goccia di visibilità prezzolata, pur di farsi riprendere come povere scimmie dalle telecamere più voyeuristiche del mondo. Per giungere a questo, da quali e quante barbarie sono stati occupati e invasati? Quanto ci metteremo a comprendere che una televisione siffatta è nazista, perché deporta i cervelli più deboli, (ma “gasa” anche quelli più istruiti) e che certa pubblicità e certe trasmissioni meriterebbero che fosse loro intentato un Processo di Norimberga per genocidio? Pensate che sia esagerato, apocalittico, snob, comunismo da salotto? E come altro la definireste una distruzione metodica praticata su milioni di cervelli del vostro Paese? La Cina non vuole Google. La Cina è anche un regime dispotico. Eppure nel suo dispotico “no” al motore di ricerca più invasivo del mondo -per carità, è solo il mio modestissimo parere- c’è più coscienza che nel lasciarsi prendere il cervello a pallonate da Belén Rodriguez. Ovviamente non sono d’accordo con la censura cinese. Ma qualche dubbio ce l’ho, perché –a ragione o a torto, giudicate voi- si stanno difendendo.
Invisibilità è una parola di resistenza culturale. Fare parte del Movimento degli Invisibili, un modo per iniziare a evadere insieme da questo ghetto mentale organizzato. Dietro, non c’è nessun burattinaio, nessun Grande Vecchio, nessun complotto. C’è l’avidità umana. C’è gente comprata e venduta a tutto. Loro solidarizzano. Cominciamo a farlo pure noi, non è mai troppo tardi.
L’apparenza inganna, dicevano i nostri vecchi. Oggi è un inganno di massa. È nostro dovere, individualmente e collettivamente, risvegliarci da questo letargo e ripristinare il primato dell’Essere.
“Per fare cosa?” si domandano in molti. Se non avessimo subìto un lavaggio mentale, questa domanda neppure ci passerebbe per la testa. La vera azione è, infatti, l’essere, ed esserlo insieme, fisicamente, pagando un obolo, con il piccolo-grande sacrificio necessario per spostarsi, perché la vera azione è proprio questa, sia il rito, -se si condividono gli stessi valori-, sia il confronto. Una volta che il Noi (L’Essere del Movimento) si è compiutamente formato, troverà da sé, è inevitabile, il modo di manifestarsi, o di non farlo, è irrilevante, così come è irrilevante, per un aderente al Movimento, apparire o non apparire alla Tv. “Ma come! Un invisibile in Tv!” Non è ipocrita né un controsenso, anzi. Tutti i veri grandi personaggi, compresi quelli del piccolo schermo, avevano e hanno una visibilità interiore. Per fare un esempio, quando Marco Paolini, nell’anniversario del disastro, recita il suo monologo sul Vajont, è un perfetto invisibile. I mostri televisivi al contrario, sono quelli illuminati solo dall’esterno e mai dall’interno. Le loro anime: armadi vuoti. Ma dato che di armadi vuoti ce ne stanno a bizzeffe, mentre gli invisibili pieni sono merce rara, è come se ogni sera, sulle nostre teste, si rovesciassero migliaia di armadi vuoti o colmi di ciarpame. Producono lividi sull’anima e sul cervello, invisibili anch’essi, ma sempre lividi sono. Ormai siamo ecchimosi ambulanti e il guaio è che non ce ne rendiamo conto. Diventare imbecilli consapevoli è già un atto d’audacia.
Ecco a cosa serve un Movimento come gli Invisibili: a “fare” coscienza ed “essere” vigili e coscienti insieme. La rivoluzione, poi, ciascuno deve farla a casa propria. Non si può delegare un altro ad attraversare il proprio deserto, e si va solo contro un miraggio tirati per la giacchetta da un arruffapopolo. Mentre si può, responsabilmente, recitare insieme una messa laica per trovare il coraggio di dirci “Via, via, vieni via da qui” come canta Paolo Conte, ed iniziare a comportarci con quello stesso stile, etica e rispetto per il prossimo che tanto ci scandalizziamo nel non riscontrare nei nostri uomini politici o nella vita recitata dei peracottari dei reality.






