Il primo congresso degli Invisibili ha rappresentato, per me, quattro lezioni luminose. Ho visto un’idea trasformarsi in scene di vita vissuta, come mi accade quando, da un soggetto di tre pagine si passa a un piano di produzione, quindi a un film. Ma non eravamo al cinema, erano vite vere le nostre, nessuno recitava un copione, non c’era stato un “casting”, nessuno sarebbe stato remunerato di un euro per il suo impegno e la propria partecipazione. Al contrario, chi più chi meno, avevano tutti pagato per essere lì, e le sottoscrizioni delle tessere degli Invisibili avevano pagato, a loro volta, la sala d’albergo della riunione. Quasi tutti non erano benestanti, al punto che questo film di vita, fosse stata una commedia all’italiana, avrebbe potuto intitolarsi, tutto attaccato “Ndodormo?” come chiedeva un’invisibile preoccupata di trovare un tetto per la notte.
Eppure erano venuti. Da Torino, da Pisa, dalla Puglia, da “Bèrghem”. Ma anche dalla Germania e da Zurigo. Avevano risparmiato sulla pizza o il cinemino di sabato sera, rimandato l’acquisto delle scarpe, si erano tenuti il computer vecchio, quello che si collega a calci. La prima lezione me l’ha impartita il loro sforzo, la volontà di esserci anche se devi mettere mano al maialino di ceramica, o se sei stanco, il tassarsi per un incontro civile ma al buio, come al cinema, ma qui il film sei tu. Una riunione fra invisibili veri, gente che fino a ieri, in molti casi, neppure si era mai vista in faccia.
Il mio cinismo con la sciarpetta si aggirava in quella sala gremita e nel cortile fiorito, con un sorriso divertito che, piano piano, è stemperato in contemplazione ammirata. Sembrava di stare alla riunione congiunta dei due rami del parlamento per l’elezione del presidente della Repubblica. Anzi, su quegli scranni si cazzeggia di più che su quelle sedie allineate, dove tutti compunti ascoltavano il monotono susseguirsi dei nomi dei votati durante uno spoglio interminabile.
E così come la prima lezione ricevuta si sarebbe dovuta intitolare “Libertà è partecipazione”, la seconda si è rivelata un’impeccabile esempio di democrazia di base. E il mio disincanto, i miei 50 anni consunti, da italiano “che le ha già viste tutte”, si sono presi una meritata sberla.
La terza lezione me l’ha impartita il nostro imbarazzo, le pause, i vuoti. Non tanto quello mio iniziale, nel leggere un discorso lungo quanto un’autostrada, con un microfono fischiante come i miei polmoni per la tosse. Imbacuccato e con la mia sciarpetta, per raggiungere l’Hotel Clodio dal letto di casa ci avevo impiegato si e no un quarto d’ora. Al di là dell’influenza, sai che fatica! E non mi riferisco neppure a chi è intervenuto in scioltezza e a braccio, con argomentazioni approfondite e mirate. No, parlo dell’imbarazzo di chi improvvisava un discorso, di chi non fa il “comunicatore” per mestiere, di chi si era spupazzato otto ore di treno e si ritrovava lì, col microfono in mano, con una smania dentro da rivoltare il mondo, e non trovare le parole per dirlo.
All’inizio, Sciarpetta ha bofonchiato fra sé: «Che cazz! E scrivetevi una cartellina, però!» E qui mi è partita una pedata (che io -non chiedetemi come- ma quando dico fesserie riesco anche a darmi calci). E la sacrosanta autopedata era dovuta alla terza lezione: sotto sotto quelle improvvisazioni un po’ naïf, in quei vuoti, in quel piccolo gesto goffo, o nell’improvviso silenzio smarrito della sala, covava una genuinità civile esplosiva, una capacità enorme di emozionarsi ed emozionare, un “non detto” che non poteva e non voleva esprimersi nel linguaggio al quale la politica ci ha abituati, logorandoci. Quei relatori se la sarebbero facilmente cavata usando il “politichese”, così come il direttivo uscente avrebbe potuto lucidarsi le unghie elencando tutti i sacrifici fatti fino ad oggi, per conquistarsi la platea, ma non sarebbe stata la nostra lingua. Semmai (essendo il movimento in fasce) quell’imbarazzo mi ricordava il linguaggio segreto dei neonati, che è puro semplicemente perché è vero, e in cui ogni sorriso e ogni pianto corrispondono a una pulsione primaria. Non era imbarazzante (come sulle prime pensava il cinico Sciarpetta) erano i primi vagiti di un “Noi”, che nessuno, tantomeno il fondatore, aveva la più pallida idea di quale lingua, stile e azioni quel Noi in Movimento avrebbe adottato da adulto.
Così mi è venuto in mente Eugenio Montale:
“Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”
E sono stato fiero del nostro imbarazzo, orgoglioso di quel silenzio teso, di quei “Non so che dire, tranne che sono felice di essere qui”, perché, una volta tanto in una riunione “politica”, quelle parole erano davvero lo specchio della felicità balbettante che testimoniavano.
In cortile, in attesa che venisse completato lo spoglio delle schede, un amico mi ha riferito che stavo ottenendo qualche voto in meno di altri membri del direttivo uscente. Gli ho risposto che mi sembrava normale, in democrazia, anche se vorremmo essere amati e stimati da tutti. L’amico mi ha sussurrato all’orecchio qualcosa che mi ha fatto precipitare nel passato, a certi vecchi movimenti giovanili, a certe riunioni di partito: «Non volevamo dirtelo ma purtroppo, da ieri, c’è chi va dicendo che finché tu resterai presidente questo movimento non si muoverà mai.»
Oibò, si disse Sciarpetta, già si ammazza il papà prima ancora che sia nato il pargoletto? E mi si è impennato il piede per un attimo, cercando quel sederino invisibile, perché -come si dice a Roma- “quando ce vo’ ce vo’.” Ma ho riposto il piede nella fodera, ovverosia nel mocassino. Se in natura esiste il cuculo, che si fa il nido nel nido altrui, perché nelle associazioni umane non dovrebbe esistere chi prova a farsi un movimento nel movimento degli altri?
Che fosse vera o no, il solo fatto che questa voce circolasse mi ha graffiato via un po’ della felicità precedente. Non per me, non per quei quattro o cinque voti in meno, (che se fosse stato per vanità non facevo l’invisibile), ma per il “Noi”, il primo valore fondante del Movimento, che un cuculo stava beccando, cuculizzandosi con altri “Io” cinguettanti.
Da un punto di vista ornitologico nulla da eccepire, ma rispetto ai valori degli Invisibili? Privilegiare il Noi all’Io, il bene collettivo al tornaconto personale? Ma come puoi, scusa, aderire al Movimento e, contemporaneamente, delegittimare, non votandolo, l’autore della Carta dei Valori che hai sottoscritto?
Tutto si può in natura, -si rispose Sciarpetta-, figurarsi in Italia. Il Paese delle Scorciatoie. Perché dovrei arrampicarmi su un albero spoglio e faticare a farmi un nido mio, quando su quella quercia ce n’è già uno bell’e pronto, curato, servito e riverito da una variopinta e operosa folla di uccellini? Non sia mai che lo Stato dei Boschi e delle Foreste, un domani, lo premi con qualche sovvenzione? Un gettone di presenza, una targa, un tapiro o un cuculo d’oro?
Malelingue? “Sperem” si disse Sciarpetta per affinità elettiva con una coppia di bergamaschi invisibili a cui si era affezionato, e rientrò nella sala.
Effettivamente qualcosa di vero doveva esserci. Non tanto per i suoi quattro o cinque voti in meno, che scorse sulla lavagna, quanto perché la segretaria del Movimento, proprio una di quelle figure che si erano particolarmente strapazzate perché il bambino nascesse sano e forte, era stata assai poco votata. E quasi ci mancò che non venisse eletta. Una coincidenza? Quell’amico non gli aveva forse riferito che lì nei pressi, in un bar, aveva orecchiato un martellante ronzio, un’imbeccatina a questo o a quello, un miserevole spettegolare proprio sul suo nome, Maria Pia? Cip cip, ciop ciop, ciap ciap?
No. Paranoie e solo paranoie. Noi Invisibili siamo immuni da queste miserie. Infatti il direttivo uscente è risultato rieletto con l’aggiunta, come da Statuto, di altri tre componenti, la Pettirossi che non c’entra coi cuculi, quella roccia del Nanni Brusaferri e persino il ragazzetto che si firma col nick “Incosciente” e ha gli occhi limpidi di chi amava il vecchio Jack Folla.
Ho improvvisato un discorso di ringraziamento. Quando improvviso sono particolarmente patetico. Mi vengono in mente tutte cose sceme, nel migliore dei casi banalissime. Se non sto piegato in due su una tastiera come in questo momento, se il mio cervello non viene filtrato dai tasti, se parlo a braccio in pubblico, mi sono sempre ritenuto un idiota assoluto. Però ci sono stati quei rigurgiti d’imbarazzo, quelle parole arrossate come un’educanda, quelle pause di chi non sa bene come si fa a chiudere un congresso e andarsene a pranzo, che mi avevano già reso orgoglioso e felice prima, e doppiamente adesso, che le avevo fatte mie, era il pre-linguaggio di un neonato movimento, fra quei sinceri applausi della nostra gente, così invisibile ma così attenta e viva.
È stato precisamente a questo punto, dopo l’ultimo applauso, con qualcuno che era già in ritardo col suo treno, e qualcun altro che rischiava di perdere l’aereo, che una mano si è alzata chiedendo la parola, dopo 48 ore di silenzio assoluto. «Io non sono d’accordo…». Eccetera, eccetera.
Negli Anni Settanta li chiamavamo “guastatori”. Nelle assemblee e nei congressi non mancano mai. Parlano puntualmente e inesorabilmente allo scadere dell’ultimo minuto, a cose fatte, a babbo morto, quando le difese sono abbassate e i congressisti stanno defluendo verso l’uscita. È una tattica vecchia come il cucco. Si critica a man bassa, in tre o in quattro, con argomenti a casaccio, non importa. Serve a delegittimare l’assemblea, quantomeno a vendicarsi se si è perduto, spargendo zizzania, ma anche utilizzando argomenti del tutto legittimi o in cui si crede, però fuori tempo massimo, quando si è stanchi per controbattere o approfondirli come, forse, meriterebbero.
Sciarpetta pensò di stoppare quella manina. Perché, per esperienza, sapeva anche quel che sarebbe accaduto di lì a poco. Il guastatore lascia intendere chissà quali misteri o segreti privati che “per lealtà” non sta qui a ricordare. E qualcuno, ingenuamente, si accoda. A quel punto domanda anche lui, legittimamente, di sapere, di “capire”, e tutto si trasforma per incanto in un marasma che lascia l’amaro in bocca a chi deve scappar via, come certi pessimi talk-show in cui ci si dà sulla voce sui titoli di coda, e nessuno capisce più nulla.
Mi dispiace che questa sia stata la conclusione di due magnifiche giornate degli Invisibili. Mi dispiace per chi è rimasto scosso, non si è sentito protetto ma aggredito dalla coda di questo “Noi” e se n’è andato pensando “Che ci faccio io qui?” Eppure la considero la quarta e ultima lezione luminosa che ho ricevuto, e ringrazio tutti i partecipanti per questo, in primo luogo per chi ha -sinceramente e non artatamente- commesso uno sbaglio: sollevare critiche a congresso chiuso.
Quel che è accaduto in negativo lo sto digerendo come un arricchimento. Anche se "in vitro" abbiamo riprodotto negli Invisibili il virus che vorremmo debellare. È con dosi mediocri di veleno di vipera, che si realizza il siero antivipera.
Da rieletto presidente non potevi evitarlo? Sì, ma solo in parte. L’articolo 8 del nostro Statuto è chiarissimo e democraticamente limpido: “Ogni socio ha il diritto dovere di contribuire al dibattito culturale interno. In particolare è assicurato a ciascun socio il più ampio diritto di parola e di critica, nella disciplina delle norme interne regolamentari.» Il problema è che siamo neonati. E il corredino delle “norme interne regolamentari” non abbiamo ancora fatto in tempo a cucirlo. Ora, dato che fra i poteri del Consiglio Direttivo vi è anche quello di approvare le suddette norme, proporrò agli Invisibili la prima, che impreziosisca con un asterisco finale, come un fiorellino, l’articolo 8 dello Statuto: “…è assicurato a ciascun socio il più ampio diritto di parola e di critica, nella disciplina delle norme interne regolamentari*»
*Prima norma interna regolamentare: “Nelle assemblee e nei congressi si parla prima e durante, mai dopo.
Dopo, qualunque sia l’esito delle votazioni, ci si stringe la mano.”





